Il ruolo di Gualtieri: don Abbondio o carnefice?

Prosegue l’intervista al professor Stefano Lucarelli tra i promotori del “documento dei 101” economisti contro il MES che fa un quadro preciso della situazione e delle prospettive che esistono per uscire da questa crisi

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Seconda parte –
Giovedì scorso, pubblicavamo – tra i pochi in Italia – il testo integrale del documento firmato da oltre 100cattedratici ed economisti di fama internazionale che metteva in guardia il governo dall’accettare i finanziamenti del Fondo salva-Stati. Venerdì, poi, a seguito degli attacchi cui i 101 sono stati sottoposti dai media filo-governativi, abbiamo ospitato la replica del professor Guido Ortona. Ieri, infine, il professor Stefano Lucarelli ha iniziato a spiegarci i contenuti del documento e le prospettive cui andremmo incontro se il governo cedesse (come avverrà…) alle pressioni della UE. Perché siamo così sicuri che, alla fine, con varie scuse e bugie, anche Conte e buona parte dei 5 Stelle accetteranno il MES? Perché il “gran burattinaio” è Roberto Gualtieri…

Professor Lucarelli stante che il ministro Gualtieri è stato il relatore per la modifica dell’articolo 136 del Trattato di Lisbona che istituisce il MES… lei ritiene che possa essere imparziale in questa trattativa?

il professor Stefano Lucarelli

«Non conosco di persona il ministro Gualtieri ma la sua storia personale è quella di uno studioso di storia contemporanea (laureatosi nel 1992), divenuto Professore Associato nel 2012, con pubblicazioni accademiche a diffusione nazionale. Nel 2005 è divenuto membro del consiglio nazionale dei Democratici di Sinistra, nel 2009 membro Parlamento Europeo, dopo il 2014 è stato Presidente di vari Commissioni in seno al Parlamento Europeo. È interessante segnalare che in uno dei suoi scritti (un commento alla sentenza della Corte Costituzionale tedesca sul Trattato di Lisbona pubblicato da Astrid nel 2009) Gualtieri si dimostra molto consapevole delle asimmetrie di potere che caratterizzano l’Unione Europea: “Al di là delle sue concrete implicazioni giuridiche, la sentenza potrebbe quindi essere considerata come un segnale di inquietudine, se non di insofferenza, per un assetto politico-istituzionale ed un equilibrio di potere evidentemente ritenuti non adeguati alla funzione di leadership che la nuova Germania uscita dal processo di riunificazione si sente ora in grado di esercitare. Anche l’atteggiamento tenuto dal governo federale in occasione delle recenti nomine e la scelta di un basso profilo soprattutto per una figura cruciale come l’Alto Rappresentante/ Vicepresidente della Commissione, che avrebbe potuto potenzialmente costituire un ponte tra la dimensione intergovernativa e quella comunitaria dell’azione esterna dell’Ue, sembrano andare nella stessa direzione. I prossimi mesi diranno se la Germania saprà cogliere la sfida di misurare la propria leadership in un rilancio su basi condivise del processo di integrazione nel quadro del nuovo assetto istituzionale delineato dal Trattato di Lisbona, o se assisteremo a una deriva “neogollista” dalle conseguenze esiziali per l’Europa”».

Conosceva il “pericolo tedesco” ma è stato, insieme a Guy Verhofstad, membro della squadra che aveva il compito di convincere i governi europei ad accettare il Fiscal Compact. Cosa ne pensa?

«Gualtieri è stato anche uno dei tre negoziatori del Parlamento Europeo nella definizione del Fiscal Compact, e ha dichiarato esplicitamente che il suo ruolo è stato volto a “limitare i danni” (in una sua intervista del 1 febbraio 2012). Ora, è bene aver chiaro che il Fiscal Compact – che fortunatamente non è stato accolto nei Trattati Europei – istituzionalizza una visione del funzionamento dei sistemi economici estremamente opinabile, stabilendo:

  1. un sostanziale pareggio di bilancio, o più precisamente, il divieto per il deficit strutturale del settore pubblico di superare lo 0,5% del Pil nel corso di un ciclo economico;
  2. he il rapporto debito pubblico/Pil scenda ogni anno di un ventesimo della distanza tra il suo livello effettivo e la soglia-obiettivo del 60% prevista nel Trattato di Maastricht.

Si tratta, dunque, dell’accettazione dell’idea che i deficit fiscali si traducano in una riduzione degli investimenti privati e abbiano un effetto negativo sulle potenzialità di crescita del sistema economico. Idea che, ribadisco, è priva di robuste conferme empiriche, soprattutto nel caso europeo.
Era il 2012 e il tasso di crescita dell’intera eurozona diveniva negativo, allora Gualtieri (e più in generale il Parlamento Europeo) avrebbe dovuto promuovere una visione radicalmente diversa della politica economica. In economie che normalmente funzionano al di sotto dei loro livelli di piena occupazione, la spesa pubblica avrà un effetto espansivo sul reddito sia direttamente che per effetto dell’aumento degli investimenti privati che l’incremento di spesa pubblica potrà determinare».

In ultimo, sempre Gualtieri, ha diretto il Finacial Assistance Working Group, finalizzato a verificare che la Grecia facesse “bene le riforme” lacrime e sangue (tagli alla spesa, pensioni, stipendi, cessione del patrimonio pubblico) in cambio degli aiuti europei… Ci si può fidare?

«Nella trattativa più recente in seno all’Eurogruppo, Gualtieri ha probabilmente fatto lo stesso: ha “limitato i danni”. Scriveva Manzoni, quando si riferiva a Don Abbondio: “Il coraggio uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare”. Il problema è che questo atteggiamento non basta a non fare di un politico un carnefice sociale. Prendiamo il caso della Grecia. Gualtieri nella sua funzione rilevante in seno al Parlamento Europeo, dichiarò nel 2015: “Un accordo sulla Grecia è necessario e possibile, e sarebbe bene che, invece di soffiare sul fuoco e fare ideologia, tutti dimostrino pragmatismo e responsabilità. Da un lato, è evidente che i debiti vanno pagati e che gli aiuti non possono essere incondizionati, ma chiedere un avanzo primario del 4,5% a un Paese con il 26% di disoccupazione è economicamente insensato e mette a rischio la sostenibilità del debito. Questo dovrebbe preoccupare innanzitutto i creditori”.
Questa presa di posizione, e in particolare le frasi a tutela dei creditori e sulle condizionalità, ci danno l’immagine di un politico che non sembra lavorare per ridurre le asimmetrie reali provocate da meccanismi istituzionali che non salvaguardano gli interessi comuni. Sono queste prese di posizione che hanno generato le conseguenze terribili che la Grecia sta ancora vivendo. A tal proposito mi consenta di segnalare un recente documentario, “Laboratorio Grecia”, girato da un giovane regista italiano, Jacopo Brogi».

Cosa dovrebbe fare, invece, secondo lei, un ministro dell’Economia?

«Sono molte le cose alle quali dovrebbe pensare. Innanzitutto, dovrebbe immediatamente mettere a disposizione del mondo del lavoro tutte le risorse necessarie per evitare l’annichilimento delle filiere della produzione, approfittando della sospensione del Patto di Stabilità e Crescita e delle politiche espansive della BCE. Laddove si ravvisassero tensioni sui titoli di debito pubblico, il ministro dovrebbe fare pressioni affinché le autorità nazionali competenti chiudano le borse. Quanto stabilito dai decreti al momento è del tutto insufficiente. In particolare, il decreto legge 23 (8 aprile 2020) prevede dei prestiti garantiti che presupporranno un processo di selezione eccessivamente discrezionale del sistema bancario, su cui occorre già vigilare, e che rischiano di giungere alle imprese tardi e di essere utilizzati solo per pagare le imposte pregresse.
Come ha scritto Roberto Romano: “c’è bisogno di reale spesa pubblica pari almeno al capitale perso durante la crisi. Qualcuno, Visco (ex Ministro del Tesoro), ha parlato di un aumento del debito pubblico italiano non inferiore al 40%”. Non solo, è necessario che lo Stato, anche attraverso il ministero dell’Economia, lavori per avviare una ri-specializzazione produttiva del Paese, anche pensando a piani industriali che coinvolgano i settori che – come la farmaceutica o i nuovi settori della nascente green economy – potranno attivare una domanda effettiva rilevante nei prossimi anni. Questo significa presidiare sulle imprese, e in parte aiutarle a ricostruire le filiere della produzione anche attraverso un lavoro importante di politica estera. Non si possono lasciare le piccole e medie imprese vittime delle grande imprese che sono dotate di maggiore liquidità e di un accesso al credito facilitato. Né si può confidare sulla saggezza presunta di un sistema creditizio che appare disgregato e terrorizzato dalle prospettive di capitalizzazione palesate dalla nuova legge bancaria europea. Occorre una banca pubblica che gestista l’accesso alla liquidità in una prospettiva di cambiamento strutturale del nostro sistema economico. Siamo di fronte ad una crisi che cambierà radicalmente le catene del valore».

Se dovessimo “fare da noi”, cosa potremmo fare?

«Partiamo dalle parole usate da Mario Draghi nel suo intervento sul Financial Times del 25 marzo scorso: “I Paesi europei hanno strutture finanziarie e industriali diverse, perciò l’unico modo efficace per poter raggiungere ogni singola crepa nell’economia è quello di mobilitare la totalità dei loro sistemi finanziari: i mercati obbligazionari, principalmente per le grandi aziende, i sistemi bancari e, in alcuni Paesi, anche i sistemi postali. … La velocità a cui si stanno deteriorando i bilanci privati – a causa di una pure inevitabile e auspicabile chiusura di molti paesi – deve essere affrontata con altrettanta rapidità nel dispiegare le finanze pubbliche, nel mobilitare le banche e nel sostenerci l’un l’altro, come europei, per affrontare questa che è, evidentemente, una causa comune”.
Nel nostro appello cerchiamo di rendere esplicito ciò che ci pare implicito nel discorso di Draghi e parliamo di “monetizzazione di spese giudicate inderogabili”. La BCE – in un contesto in cui il Patto di stabilità e crescita è sospeso e l’UME rischia di implodere – ha i mezzi per farlo. Esistono anche altre soluzioni (su cui non c’è ancora un consenso politico sufficiente) che dovrebbero essere valutate nel dibattito parlamentare. Personalmente ritengo che una moneta fiscale o dei certificati di credito fiscale possano essere utili, soprattutto se questa misura non viene intesa come un’anticamera per uscire dall’UME. Esistono contributi interessanti in tal senso anche di alcuni studiosi firmatari dell’appello come Gennaro Zezza e Dimitri B. Papadimitriou».
(2 – Fine)

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