Usa e Covid-19: luci e ombre di una grave crisi

II dati della disoccupazione sono più inquietanti di quelli dei contagi: dopo dieci anni di crescita l’economia più forte del mondo precipita a picco... ma, almeno qui, gli aiuti sono già partiti

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Ben 22 milioni di posti di lavoro sfumati nel giro di un mese negli USA, con 5,2 milioni di americani impegnati a richiedere il sussidio di disoccupazione, solo nell’ultima settiman. Circa il 13,5% della forza-lavoro del Paese è andato perso, dal 14 marzo a oggi. Nel complesso, i peggiori dati della storia del Paese da quando il Dipartimento del Lavoro li raccoglie: correva l’anno 1967.

Il tornado coronavirus si è abbattuto così sugli Stati Uniti, fermando nel giro di poche settimane una striscia-record di crescita pluriennale che aveva fatto gongolare Barack Obama prima e Donald Trump poi e fatto felici praticamente tutti, anti e pro-establishment: 113 mesi consecutivi, dall’ottobre 2010 al febbraio 2020, durante i quali i posti di lavoro erano sempre aumentati, senza mai fermarsi.

Una catastrofe occupazionale, questa, che ha costretto il Congresso, la leadership dei Repubblicani e dei Democratici e la Casa Bianca a fare una cosa raramente fatta negli ultimi tre anni: lavorare insieme e sedersi attorno a un tavolo per trovare un accordo. Accordo che, però, dopo aver permesso di partorire la manovra finanziaria più imponente della storia del Paese – il CARES Act da più di duemila miliardi di dollari approvato in via definitiva a fine mese – inizia già a mostrare le prime crepe.

Il fondo senza soldi

I primi problemi infatti, a distanza di appena due settimane, stanno già emergendo. Il più importante è relativo al fondo destinato alle piccole e medie imprese. Il Congresso aveva, infatti, stanziato 349 miliardi di dollari per questo programma, che aveva come scopo quello di fornire prestiti alle imprese con meno di 500 dipendenti. I soldi però sono volati via rapidamente.

All’interno di una manovra senza precedenti e di un lavoro coordinato tra governo federale e istituti di credito che generalmente richiede mesi, se non anni, di trattative, oltre 1,4 milioni di prestiti è già stato approvato e, nelle prossime ore, verrà liquidato. Diverse piccole imprese, da ieri, stanno infatti ricevendo lo stimolo federale tanto atteso, sancito dall’amministrazione via Congresso, per rispondere alle chiusure temporanee, legate alla diffusione del coronavirus.

Il problema? È che quel fondo non è ancora stato “ricaricato” dopo essere stato letteralmente prosciugato. Ed è successo tutto in meno di venti giorni, perché le richieste da soddisfare erano troppe e questa crisi davvero senza precedenti.

Il segretario al Tesoro Steven Mnuchin dovrebbe riprendere i negoziati al Senato con il leader repubblicano, Mitch McConnell e quello Democratico, Chuck Schumer, proprio in queste ore. Ma gli attacchi bipartisan sono già iniziati e hanno provocato i primi, fastidiosi ritardi.

Da una parte McConnell ha attaccato i Dem, rei di giocare politicamente sulla vita delle imprese del Paese fermando le negoziazioni da una settimana: «Ve lo avevo detto già settimana scorsa e non ci avete ascoltato», ha detto il leader dei Repubblicani nell’aula del Senato giovedì. Dall’altra parte, i Democratici si sono difesi, dicendo che il loro stop all’ampiamento del pacchetto detto small business loans (su cui la trattativa è stagnante anche in queste ore) è legato all’assenza di supporto finanziario sul sistema sanitario, letteralmente sotto attacco in queste settimane a causa dell’aumento dei ricoveri e delle terapie intensive.

Cure gratis? Forse sì, forse no

Proprio sul sistema sanitario, infatti, permangono diversi dubbi. L’amministrazione Trump ha promesso – e per ora, mantenuto – di utilizzare cento miliardi inseriti dal Congresso all’interno del CARES Act, per contribuire a coprire i costi del trattamento COVID-19 dei pazienti non assicurati. Ma le ragnatele burocratiche di questo atto politico rischiano di creare confusione.

Non si sa ancora oggi, infatti, se il denaro messo a disposizione basterà e, nonostante sia aprile, non è ancora stato chiarito in quanto tempo verrà distribuito il denaro agli ospedali, per coprire i costi delle cure di chi non se lo potrà permettere. Non solo. Come riportano diverse testate specializzate e piattaforme media di settore, non sono stati chiariti i parametri e i criteri che verranno utilizzati dal Dipartimento della salute per la distribuzione dei fondi stanziati.

A tal proposito, c’è un problema legato ai ventilatori, che gli Stati del Paese si stanno prestando a vicenda non appena superato il picco regionale. L’amministrazione Trump ha investito oltre 2,5 miliardi di dollari in nuovi contratti, recentemente firmati con i produttori privati, per ricevere decine di migliaia di ventilatori in più nelle prossime settimane. Ma le tempistiche potrebbero dare grattacapi: i ventilatori potrebbero infatti raggiungere le strutture ospedaliere del Paese, a buoi già scappati e a picco già concluso.

Riaprire il Paese, ma come?

Non si può vivere, si sa, di solo assistenzialismo. Non negli Stati Uniti di certo, che assistenzialisti non lo sono mai stati, nonostante abbiano dimostrato con i loro sussidi, in queste settimane, di saperlo fare bene se si impegnano: basti pensare agli assegni da 1200, 2400 e 500 dollari, destinati rispettivamente a individui, famiglie e minori americani, già inviati.

Per questo, Donald Trump e la taskforce anti-COVID hanno annunciato il programma di riapertura del Paese nella serata di mercoledì, che verrà diviso in tre fasi. Un processo che si presenta dettagliato, più complesso di quanto possa sembrare a una prima occhiata e flessibile: se non si rispettano i criteri, hanno spiegato i dottori, da una ipotetica fase due si potrebbe tornare alla fase uno. Ma che, tra una prerogativa dello Stato e l’altro, ha come obiettivo quello di riaprire il mondo delle imprese nel modo più rapido possibile, specie nelle aree degli Stati Uniti meno colpite, prima che sia troppo tardi.

Secondo uno studio pubblicato dai ricercatori della Columbia University, nelle condizioni attuali il 15,4% degli americani rischierebbe di cadere sotto la soglia della povertà entro la fine dell’anno, se la disoccupazione trimestrale dovesse toccare il picco del 30%, come previsto dalla Federal Reserve Bank.

Questo, anche se l’economia dovesse riprendere all’istante. Un livello di povertà superiore a quello della Grande Recessione, che porterebbe più di 10 milioni di americani ai ranghi della povertà e che, se non affrontato, stravolgerebbe il volto di un Paese che, fino a febbraio, appariva nel pieno della sua prosperità finanziaria.

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