La carica dei 101… contro il MES

Intervista al professor Stefano Lucarelli che è tra i promotori del documento con cui eminenti economisti chiedono al governo di non firmare l’accordo sul Fondo salva-Stati

tempo di lettura 8 minuti

Prima parte –
Stefano Lucarelli, 44 anni, è professore associato di Politica Economica presso il Dipartimento di Scienze Aziendali, Economiche e Metodi Quantitativi (già “Hyman P. Minsky”) dell’Università di Bergamo, dove insegna Politica Economica, Economia Monetaria Internazionale ed Etica Economica. Laureatosi in discipline economiche e sociali presso l’Università Bocconi, ha poi conseguito il dottorato in Economia politica presso l’Università Politecnica delle Marche. Ha insegnato anche presso l’Università L. Bocconi, l’Università di Pavia, lo IUSS, l’Università della Calabria.

È stato tra i promotori e gli estensori del documento dei 101 economisti riguardante il MES. Un accorato e documentato appello al governo italiano a non firmare alcun accordo che comporti l’adesione a questo perverso Meccanismo. Gli abbiamo rivolto alcune domande per comprendere l’origine e i contenuti di questo documento.

Professor Lucarelli, quali sono state le motivazioni che l’hanno spinta a proporre e firmare il documento dei 101 economisti?

«Occorre tener conto del fatto che questo è il terzo appello, pubblicato da Micromega, che mette in guardia dal Meccanismo Europeo di Stabilità (MES). Il nucleo originario di colleghi con cui abbiamo sviluppato questi ragionamenti era formato da 29 accademici (28 economisti e un giurista; tra essi: Riccardo Realfonzo che dirige Economia e Politica, rivista della cui redazione faccio parte; Andrea Fumagalli, che conosco sin da quando ero uno studente e Mauro Gallegati che era il responsabile del mio dottorato di ricerca), un giornalista economico (Carlo Clericetti) e un esperto di economia che lavora presso la CGIL (Roberto Romano con cui ho scritto nel 2017 il libro Squilibrio)».

Cosa non la convince del MES?

«Abbiamo pubblicato un primo appello lo scorso 4 dicembre, dove invitavamo a non firmare le modifiche proposte al MES. Segnalavamo in particolare che:

  • l’aiuto agli Stati in linea con i parametri stabiliti dalle regole del MES non richiede particolari requisiti, mentre per quelli non in linea (come è l’Italia) è previsto solo a patto di pesanti condizionalità, tra le quali giudizi sulla sostenibilità del debito e sulla capacità di rimborsarlo, in seguito ai quali può essere richiesta allo Stato in questione una ristrutturazione del debito.
  • Sebbene non ci siano automatismi che prevedano la ristrutturazione, il solo fatto che ve ne sia la possibilità costituisce agli occhi dei mercati un fattore di rischio, a fronte del quale gli investitori chiederanno interessi più elevati.
  • Il MES è stato istituito per fungere da prestatore di ultima istanza, un ruolo che in ogni Stato è svolto dalla banca centrale, mentre alla Bce è stato vietato. Ma una banca centrale ha risorse illimitate, il MES no, e questo agli occhi della speculazione fa la differenza.

Abbiamo poi sentito il dovere di promuovere un secondo appello il 22 marzo dopo le improvvide affermazioni di Christine Lagarde e prima che la BCE dichiarasse che i 750 miliardi di interventi annunciati non sarebbero stati limitati alle prime necessità della crisi. E abbiamo superato le 100 adesioni.
Infine, abbiamo deciso di promuovere questo terzo appello alla luce delle titubanze che emergono dall’opinione pubblica, da alcuni esponenti politici e viste le entusiastiche adesioni alla richiesta di un prestito al MES da parte di alcuni noti economisti, primi fra tutti Carlo Cottarelli e Luigi Marattin, che si dimostrano peraltro molto disinformati poiché sostengono sui social e sui quotidiani che sia possibile ricorrere al MES senza condizionalità. Però quelle condizionalità sono previste dai Trattati che lo istituiscono».

Ci aiuti a comprendere meglio…

«Come segnala anche la Banca d’Italia: “La condizionalità varia a seconda della natura dello strumento utilizzato: per i prestiti assume la forma di un programma di aggiustamento macroeconomico, specificato in un apposito memorandum; è meno stringente nel caso delle linee di credito precauzionali, destinate a paesi in condizioni economiche e finanziarie fondamentalmente sane ma colpiti da shock avversi”. Non solo, lo stesso MES in passato, nella gestione della crisi greca, ha incrementato le condizionalità attraverso revisioni ex post dell’accordo».

Ne abbiamo parlato anche noi… come giudica il comportamento della UE?

«Sento il dovere di dire che questa crisi economica non può essere affrontata senza una condivisione dei rischi e delle risorse a livello europeo. Le istituzioni europee hanno già dato prova di grande fragilità. Se non fosse stato per la grande capacità di Mario Draghi – che ha difeso una politica monetaria non convenzionale nonostante ben due ricorsi alla Corte di Giustizia provenienti dalla Germania – non avremo neanche avuto la timida ripresa che ha caratterizzato il periodo 2015-2019. Soprattutto, anche alla luce dei contributi scientifici più approfonditi, occorre sostenere che un’altra politica economica europea è possibile e che l’idea delle regole fisse, del primato dell’obiettivo del contenimento dell’inflazione sulle misure a sostegno dell’occupazione, provengono da studi, anche di premi Nobel per l’Economia, che, nel corso del tempo, si sono rivelati incompleti sul piano dell’analisi logica (per esempio i lavori di Barro e Sargent non tengono adeguatamente conto delle asimmetrie informative) e deboli sul piano delle verifiche empiriche».

Quale dovrebbe essere la soluzione di una reale e solidale Unione Europea?

«Di soluzioni ce ne possono essere diverse. Ne ha scritto recentemente Riccardo Realfonzo in modo molto preciso su Economia e Politica (15 aprile): “La strada maestra per finanziare le politiche contro la crisi indotta dal coronavirus consiste nel finanziamento da parte delle banche centrali. La monetizzazione dei nuovi deficit statali, infatti, permette di disporre della leva finanziaria per attivare le risorse necessarie a costo zero e senza appesantire il debito pubblico dei Paesi. Questa è la principale soluzione praticata nel mondo per fronteggiare l’emergenza, dagli USA alla Cina, dalla Gran Bretagna al Giappone. … Ciò potrebbe avvenire con varie modalità tecniche e soluzioni legali, anche mediante l’acquisto di titoli di debito comune (eurobond o recovery bond) da parte della BCE. D’altronde, in una fase recessiva come quella che si prospetta, non possono nemmeno essere paventati rischi inflazionistici. Una alternativa al finanziamento della BCE … potrebbe essere l’emissione dei titoli di debito comune verso il mercato [qui Relafonzo fa riferimento alla proposta della Debt Agency avanzata da Massimo Amato, Emanuele Belloni, Paolo Falbo e Lucio Gobbi]. Questa seconda possibilità non è certo a costo zero, comunque permetterebbe di non contabilizzare una crescita del debito pubblico dei singoli Paesi. Al contrario, il ricorso al Fondo Salva-Stati (MES), non solo è a titolo oneroso ma soprattutto determina l’erogazione di crediti che vengono contabilizzati nel debito pubblico dei Paesi che li ricevono”».
(1 – Continua)

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