Mostra per i 40 anni dalla strage organizata dall’Associazione Fratelli Mattei con il sostegno del Comune di Roma, presso l’ex centrale Montemartini, a Roma

Rogo di Primavalle: una vergogna italiana

Potenti complicità, connivenze politiche, lentezza giudiziaria e sentenze scandalose consentirono agli assassini dei fratelli Mattei (22 e 10 anni...) di fuggire all’estero e di non scontare la giusta pena

tempo di lettura 10 minuti

Seconda parte –
Abbiamo tristemente ricostruito ieri quanto accadde la notte del 16 aprile 1973, a Roma, in un palazzo di via Bernardo da Bibbiena, nel quartiere popolare di Primavalle, allorquando un commando di estremisti di Potere Operaio, diede fuoco all’appartamento in cui dormiva la famiglia del segretario della locale sezione del MSI, Mario Mattei.

Gianpaolo Mattei

Ci ha guidato in questa ricostruzione Gianpaolo Mattei, il più piccolo dei 6 figli di Mario. In quella tragica notte due dei suoi fratelli, Virgilio di 22 anni e Stefano di 10, morirono carbonizzati. Le indagini si mossero subito verso gli ambienti dell’estrema sinistra e identificato i responsabili. Uno era del quartiere (Achille Lollo), gli altri (Marino Clavo, Manlio Grillo) erano figli della “Roma bene” con potenti agganci politici. Per evitare loro la galera – l’abbiamo visto ieri – si mossero politici, giornalisti e intellettuali di quel “soccorso rosso” sempre attivo per i crimini antifascisti.

Infatti, i due “figli di papà” riuscirono a fuggire dall’Italia perché rimessi in libertà e non controllati in attesa della sentenza di primo grado.

Infine, il 15 giugno 1975, si tenne il processo di primo grado e – incredibilmente – il Tribunale assolse tutti gli imputati per… “insufficienza di prove”!
«La verità – ricorda Gianpaolo Mattei – è che tutto il processo fu inquinato da continui, durissimi scontri di piazza fuori dal Palazzo di Giustizia, provocati da estremisti di sinistra che, alla fine della quarta udienza, culminarono con l’uccisione dello studente greco Mikis Mantakas, militante del Fuan, l’organizzazione universitaria del MSI. Un’altra tragedia che si sommava a quella della mia famiglia».

Nel secondo grado di giudizio le cose andarono meglio?

«Parzialmente. Se, da un lato, nel processo di appello, Achille Lollo, Marino Clavo, Manlio Grillo, furono condannati a 18 anni di carcere per incendio doloso e duplice omicidio colposo, uso di esplosivo e materiale incendiario; dall’altro, anche Lollo, con l’aiuto economico e logistico di Dario Fo e Franca Rame, riuscì a fuggire rendendosi latitante. Inizialmente in alcuni paesi europei, successivamente in Angola e, infine, in Brasile, dove i rapporti commerciali con l’Italia erano più forti dei rapporti di giustizia… Lollo, evitò più volte le blande richieste di estradizione del nostro governo, fino all’estinzione della pena, arrivata con la prescrizione del reato.

Gli altri due?

Manlio Grillo si era rifugiato subito in Nicaragua, grazie alla complicità di Oreste Scalzone. Marino Clavio, dopo un primo periodo di latitanza in Svezia, subito dopo la strage, ha fatto perdere le sue tracce e non si è più avuta nessuna notizia; per lui parlava il suo avvocato che ha fatto la richiesta di prescrizione».

Prescrizione per un duplice omicidio?

«Sì, fu dichiarata dalla Corte d’assise d’appello, in base all’art. 172 c.p. La pena della reclusione si estingue col decorso del tempo pari al doppio della pena inflitta e, nel caso di concorso di reati, si ha riguardo, per l’estinzione della pena, a ciascuno di essi, anche se le pene sono state inflitte con la medesima sentenza. Poiché la condanna fu di anni 18 di reclusione e teneva conto di un concorso di reati (8 anni per l’incendio doloso, 3 per ciascuno dei due omicidi colposi e 4 per la detenzione di esplosivo), dovendosi considerare la condanna relativa al reato più grave, quella di 8 anni, il tempo necessario all’estinzione della pena era di 16 anni. Che sono scaduti il 12 ottobre 2003».

Negli anni successivi alcune zone d’ombra diventano più chiare?

«Sì, a pezzi e bocconi arrivano alcune ammissioni e i responsabili di Potere Operaio fecero anche loro delle rivelazioni, ammettendo una serie di coperture e di finanziamenti per la latitanza e per la fuga all’estero del nucleo degli esecutori materiali. Lollo confessò (una volta sicuro di non essere più punibile) di essere stato lui, insieme a Paolo Gaeta, Diana Perrone (figlia dell’editore del Messaggero), Marino Clavio, Manlio Grillo ed Elisabetta Lecco a compiere l’orrendo crimine. Abbiamo tentato più volte di far luce sui mandanti, le coperture istituzionali e partitiche fornite al commando assassino, ma è un muro di gomma. Anche i vari tentativi di riaprire il processo per strage (e non per omicidio “colposo”, che è un’ulteriore offesa) sono risultati vani»

Quali sono ancora i punti oscuri del rogo di Primavalle?

«Walter Veltroni, ai tempi del suo impegno politico come sindaco di Roma e come parlamentare, prese le distanze, rispetto alle sentenze e a gran parte del suo partito. Secondo lui, questa vicenda aveva ancora molto da chiarire. Chi furono i mandanti all’interno di Potere Operaio? Chi quelli che favorirono e coprirono, nelle istituzioni e nei partiti di sinistra, l’azione di questo gruppo di terroristi responsabili di un gran numero di fatti di sangue? Se si conoscesse a fondo la storia di quegli anni si comprenderebbe come il filo rosso di Potere Operaio è presente e tira le fila di molti fatti di sangue. È incredibile che persone come Franco Piperno, Oreste Scalzone e Lanfranco Pace, responsabili e dirigenti, insieme a Valerio Morucci, di PotOp, vivano indisturbati senza bisogno di spiegare niente a nessuno. Se andassimo a fondo in questa direzione si comprenderebbero diversi angoli oscuri della nostra storia recente, non solo il rogo di casa mia e l’assassinio dei miei fratelli».

Cosa l’ha colpita di più nell’ambito extra giudiziario?

«La ciclopica macchina mistificatrice che, oggi forse più di allora, entra in campo per coprire coloro che appartengono a una certa area politica. Un apparato enorme che controlla l’informazione e la orienta a suo piacere».

Nel 2005 nasce l’Associazione fratelli Mattei, di cosa si occupa?

«L’Associazione, nata in memoria di Virgilio e Stefano, ha lo scopo di promuovere attività di carattere sociale, politico e culturale al fine di sollecitare la partecipazione popolare, l’impegno civile e sociale dei cittadini senza distinzione di colore politico. Al centro della sua attività si pongono lo studio, la ricerca, il dibattito, le iniziative editoriali, la formazione e l’aggiornamento culturale nei diversi settori della politica nazionale e internazionale, dell’economia, della finanza, della pubblica amministrazione e dei problemi sociali. L’Associazione ha come obiettivo principale il compito di aprire confronti storici, giudiziari e sociali sul periodo dei cosiddetti “anni di piombo” per ridare alle vittime, se non la giustizia, almeno la verità e la degna considerazione».

Avevate una sede ma la sindaca Raggi vi ha sfrattato…

«È una storia lunga ed complessa, iniziata nel 2005 con l’acquisto della sede da parte di Walter Veltroni, sindaco di Roma. Veltroni ci affida le chiavi, noi la ristrutturiamo a spese nostre. Abbiamo chiesto più volte un regolare contratto di affitto al Comune che non c’è mai stato concesso, neanche dalle amministrazioni che si sono succedute a Veltroni, tra cui quella di Gianni Alemanno, che ha avuto a disposizione 5 anni per risolvere la situazione ma non lo ha fatto. L’amministrazione Raggi ha solo dato “il colpo di grazia” con una orrenda e strumentale azione camuffata da ritorno alla “legalità” (mentre sono centinaia gli spazi occupati abusivamente a Roma da Centro sociali, Rom o immigrati ndr.)».

Quindi cosa fate ora?

«Spero di ritrovare presto un’altra sede, intanto continuo il lavoro per ricordare e impegnarsi in una ricerca della verità e della giustizia. Così, ogni giorno, l’impegno principale dell’Associazione è quello di fare una memoria che informi ma non giudichi».
(2 – Fine)

 

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