Lombardia sotto tiro, Piacenza dimenticata

L’Emilia è ormai la seconda Regione come numero di morti ma l’occhiuta stampa di regime e la solerte magistratura democratica hanno i paraocchi

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Tutti i Tg, in questi giorni, parlano della Lombardia e delle mille inchieste che l’unica magistratura funzionante e solerte esistente in Italia ha aperto. Non contenti, adesso cercano di mettere sotto accusa anche il Piemonte; poi sarà la volta del Veneto…
Dei ritardi, degli errori, delle omissioni, delle colpe gravi e delle iniziative vergognose di governo e Protezione civile non si parla più. Così come nessuno parla dell’Emilia-Romagna che pure ha quasi mille morti in più del Piemonte.

Tutti parlano della mancata zona rossa nella bergamasca, nessuno parla della mancata zona rossa di Piacenza. Tutti parlano delle case di riposo lombarde, ma la situazione delle case di riposo è uguale in Emilia come in Lazio e tutte soffrono delle stesse cause: la mancanza dei dispositivi di protezione individuale che ha portato a diffondersi il contagio.

Solito strabismo politico all’italiana. In più, con il coronavirus, sembra che ci sia sempre una sorta di contrappasso: chi ironizzava sul un virus che colpiva solo le Regioni leghiste deve oggi constatare che l’Emilia-Romagna è diventata la seconda regione per contagi e morti, mentre anche le Marche sono in sofferenza.

A differenza dei giornalisti italiani, infatti, il coronavirus è molto più “democratico” e non fa sconti a nessuno: ha colpito un agente della scorta di Salvini e ucciso uno della scorta di Conte, ha infettato un assessore lombardo come due dell’Emilia Romagna, il presidente della Regione Piemonte come quello della Regione Lazio (Zingaretti, che, però, “se l’è andata cecare”).

Silenzio sul “caso Piacenza”

Cosa è successo dunque a Piacenza? Perché nessuno parla mai di cosa è avvenuto in questa provincia emiliana che confina con quella lombarda di Lodi e a ha continui scambi con essa?

Del piacentino, tanto per incominciare, è la persona che viene considerata il “primo untore”, cioè l’amico del paziente n.1 di Codogno, quello appena tornato dalla Cina.

Da qui partiamo per una breve cronistoria.
Il 22 febbraio si registrano i primi 3 positivi provenienti dal lodigiano e si dispone la chiusura delle scuole e delle discoteche nonché la sospensione delle attività sportive in quel comune.
Il 23 febbraio i positivi ricoverati in ospedale salgono a 9, di cui 5 sono piacentini, tra medici e infermieri. La Regione studia la sospensione di tutti gli eventi e le manifestazioni.
Il 24 si aggiungono altri 5 casi, di cui 1 piacentino, un infermiere.
Il 25 febbraio i casi salgono a 18.
Il 26 siamo a 28 casi su 47 in regione.
Il 27 febbraio per la prima volta il sindaco di Piacenza, Patrizia Barbieri, chiede al governo e al presidente della Regione  Emilia, Bonaccini, di estendere la zona rossa anche a Piacenza. «Vige l’urgenza che a livello governativo e regionale siano emanate misure per salvaguardare il sistema economico produttivo piacentino dal momento che la situazione attuale sta già pesantemente gravando sul tessuto socioeconomico locale. Chiedo quindi che le misure eccezionali giustamente adottate a protezione del tessuto economico territoriale nella cosiddetta zona rossa vengano estese anche a Piacenza città e provincia».

Vengono richiesti anche dispositivi di protezione per medici e operatori sanitari che però non arrivano.

Il giorno prima, in Parlamento, il deputato Tommaso Foti (Fdi), aveva avvertito che «i divieti a macchia di leopardo non servono a niente e a nessuno». Ma, dal governo, i ministri Guerini e De Micheli dicevano che non c’era bisogno di estendere a Piacenza. Intanto i contagi, diffusi soprattutto in ambiente ospedaliero iniziano la loro crescita esponenziale.

Il 29 febbraio primi 4 morti in Emilia Romagna.
Il 1 marzo viene disposta la chiusura dei centri commerciali anche a Piacenza, ma niente zona rossa.
Il 3 marzo 6 decessi a Piacenza dove i casi sono 256.
Bonaccini si reca in prefettura a Piacenza per una riunione, mentre l’assessore regionale alla Salute, Raffaele Donini afferma che «non abbiamo ancora la prova che ci siano focolai autoctoni in Emilia-Romagna». Il giorno dopo Donini e un altro assessore risultano positivi, come pure la sindaco Patrizia Barbieri.

Non basta San Bonaccini

Il 6 marzo i casi a Piacenza sono 426 (Lodi 739, Bergamo 623 e Cremona 452) ma, essattemente come per la bergamasca il governo non decreta la zona rossa. Forse hanno pensato che la presenza di San Bonaccini (colui che fermò “il barbaro”) sarebbe bastata a fermare anche il contagio, ma non è stato così.

A tutto mercoledì scorso i contagiati a Piacenza erano 3.167, i morti 727, solo 9 nell’ultimo giorno sui 90 decessi registrati in tutta l’Emilia. Non solo, ma la media è altissima: 106 contagiati ogni 10 mila abitanti, seconda solo a quella di Cremona.

Il numero di contagi di Emilia-Romagna e Piemonte continua a essere molto simile ma, nella prima Regione si registrano 2.705 morti, contro i 1.927 del Piemonte. Eppure tutti i media hanno preso a sparare a zero contro Cirio, nessuno mette in discussione l’operato di San Bonaccini. Chissà perché…

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