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Stefano (10 anni) e Virgilio Mattei (22) arsi vivi nella loro casa, nel quartiere di Primavalle

Italia

16 aprile 1973: una notte che brucia ancora

Prima parte –
Risalendo la linea di sangue che ha caratterizzato indelebilmente gli anni ’70, ci si imbatte spesso in delitti efferati, eseguiti con una freddezza e una violenza disumana. C’è però un atto criminale non può essere annoverato al pari degli gli altri: la strage di Primavalle del 16 Aprile del 1973.

La ferocia con cui è stata commessa, l’odio che l’ha generata, le vergogne che ne sono seguite non sono facilmente descrivibili, perché esulano da ogni razionalità umana.

In quella casa di via Bernardo da Bibbiena, a Roma, viveva, in 45 mq, una famiglia proletaria composta dai coniugi Mattei e dai loro 6 figli. Il padre, Mario, era segretario della sezione Primavalle del MSI e, per questo,alcuni esponenti di Potere Operaio, con il favore della notte, versarono cinque litri di benzina sotto l’ingresso dell’appartamento cui diedero fuoco. Le fiamme avvolsero buona parte dell’appartamento posto al terzo piano, ostruendo la principale via di fuga. I coniugi Mattei riescono a saltare su un terrazzino mettendo in salvo 4 dei loro 6 figli. Il più grande, Virgilio di 22 anni e Stefano di 10, rimangono invece imprigionati tra le fiamme e la finestra. Stefano potrebbe salvarsi ma cerca di aiutare il fratellino. Moriranno entrambi avvolti dalle fiamme.

La rivendicazione è scritta in un cartello affisso nel giardino condominiale: “Brigata Tanas – guerra di classe – Morte ai fascisti – la sede del MSI – Mattei e Schiavoncino colpiti dalla giustizia proletaria”…

A 47 anni di distanza, dopo i primi processi scandalosi che permisero la fuga dei responsabili e nuovi processi, ancora oggi sulla vicenda pesano le omissioni e i depistaggi che in tutti questi anni, hanno ostacolato il normale corso della giustizia. Ne abbiamo parlato con il più giovane dei Mattei, Giampaolo, che aveva appena 4 anni ma ha dedicato tutta la sua vita alla ricerca della verità.

Ricorda qualcosa di quella notte?

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«Per fortuna non ricordo niente. Ho solo i racconti fatti dalle mie sorelle, dai miei genitori, alcune delle immagini di quella notte mi sono state trasmesse da loro. È un atto criminale che esce da qualsiasi parametro rispetto ai crimini politici precedenti. Dei ragazzi, più o meno coetanei di Virgilio, hanno voluto fare un atto di forza per essere ammessi nelle future Brigate Rosse. Sapevano già di poter avere coperture importanti da parte della sinistra italiana. Così fu.».

Può ricordarci qualcosa a riguardo?

«La stragrande maggioranza degli organi di stampa si schierò a difesa dei “ragazzi” di Potere Operaio con varie ricostruzioni completamente strampalate. Il senatore comunista Umberto Terracini, insieme al socialista Riccardo Lombardi e ad Alberto Moravia portarono avanti campagne a sostegno degli imputati e della loro innocenza. Anche Dario Fo e Franca Rame si impegnarono per sostenere, anche finanziariamente, gli imputati, difenderli e tentare di orientare l’opinione pubblica in altre direzioni. Era il famoso “soccorso rosso”».

Però Achille Lollo, uno degli esecutori, fu subito arrestato…

«Le indagini furono subito rivolte all’estremismo politico del quartiere. Dopo 15 giorni furono emessi dei mandati di cattura per diversi esponenti della sinistra territoriale ma, nello stesso tempo, iniziarono a delinearsi le zone d’ombra, le coperture e depistaggi, che caratterizzano un certo ambiente. Spazi dove non riesci a vedere niente, aree dove nessuno cercherà mai di accendere la luce…».

Zone d’ombra, per proteggere chi?

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«Per evitare di fare indagini o approfondimenti su Potere Operaio e tutte le connivenze con la politica. Il 90% di coloro che erano presenti in via Fani (rapimento di Aldo Moro ndr.) sono ex appartenenti al gruppo romano di Potere Operaio che, quasi nella sua totalità, è confluito nelle Brigate Rosse ed è responsabile dei crimini commessi da queste. I loro capi, Lanfranco Pace, Oreste Scalzone e Franco Piperno, sono persone che custodiscono molti segreti ma vivono indisturbati, come molti del loro gruppo, che fatti alcuni anni di carcere, per una serie di crimini gravissimi, adesso parlano in conferenze, presentazione di libri, e scuole. Alcuni di loro (Piperno e Pace ndr.) sono stati utilizzati come intermediari con i brigatisti durante il rapimento Moro da Craxi. Ricordiamoci anche che al tempo “Uccidere un fascista non è reato” non era solo uno slogan, era una realtà concreta che verificavi nei tribunali italiani».

I responsabili erano figli della “Roma bene” cosa c’entra la “giustizia proletaria”?

«Niente, non c’entra niente, era uno dei tanti slogan di sinistra che non hanno alcun significato e servono per legittimare atti criminali che facevano sentire quei figli di papà viziati dei piccoli Che Guevara. Solo Lollo era di Primavalle, gli alti erano tutti figli dell’alta borghesia romana, gente ricca. Molti a sinistra, in quegli anni, facevano i rivoluzionari con i soldi di papà».

Oltre la grande tragedia familiare e alla perdita di Virgilio e Stefano, cosa è accaduto a te e alla tua famiglia?

«Dico sempre che tutto il dramma si è consumato quella notte ma un altro dramma è iniziato il giorno dopo. Non avevamo più una casa dove andare e avevamo addosso solo i pigiami. Tutto era andato distrutto, l’incendio criminale aveva azzerato i nostri pochi beni, i nostri ricordi, ma non le nostre radici. È una cosa difficile da spiegare oggi, mancano a gran parte dei lettori i punti di riferimento di una politica vissuta veramente per ideale e passione, un senso di comunità ideale che è appartenuta ad un mondo che purtroppo non c’è più…».

Ci aiuti a capire…

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«Si mosse con un comportamento veramente paterno Giorgio Almirante e tutto il MSI di Roma e non solo… Una comunità che ti si stringe attorno, fa sentire realmente tutto il suo affetto, tutta la sua fratellanza, ti aiuta, ti sostiene con ogni mezzo a disposizione. Ti scorta a scuola per anni, per anni piantona dove abiti per evitarti brutti incontri. Almirante. Ah, se la gente avesse conosciuto Almirante come l’abbiamo conosciuto noi. Quanto ha fatto per la mia famiglia…sempre presente alle nostre Prime comunioni, alle Cresime e agli anniversari di matrimonio dei miei. Ci ha accompagnato fino alla fine dei suoi giorni. Realmente uno di famiglia.
Noi, per un paio di anni dopo la strage, abbiamo avuto un sacco di problemi con l’abitazione… Nessuno ci volevano, avevano paura, appena sapevano che eravamo “quelli del rogo di Primavalle”, facevano di tutto per mandarci via. È stato determinante il grande esempio dei miei genitori, persone di altri tempi, radicati nei valori e nella tradizione, una testimonianza morale e civile che spero di trasmettere a mia figlia».

Domani ricostruiremo le vicende processuali e della attività attuale dell’Associane che porta il nome dei “fratelli Mattei”.
(1 – Continua)

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