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Lettere da un paese chiuso

La danza macabra dei numeri

Ah, certe volte mi viene da spegnere lo schermo, o buttare il giornale sul tavolo. La danza macabra è un affresco (ce n’è un altro in Trentino, ma ve ne ho già parlato) sulla facciata dell’oratorio dei Disciplini, a Clusone. Siamo dove la Valle Seriana, una delle più colpite della bergamasca, inizia a restringersi e a innalzarsi. Giacomo Borlone De Buschis li dipinse alla fine del Quattrocento, sono uno splendido canto del cigno dell’ultimo medioevo, alla vigilia del Rinascimento.

E ci portano, per un ragionamento sottile, capzioso, noioso, e perfino cervellotico, ai numeri che ogni giorno ci snocciolano in conferenze stampa. Intanto i morti, che pudicamente vengono chiamati “decessi”. Ieri erano un po’ di più del giorno precedente – “è un dato che pesa ancora come un macigno” nel linguaggio dei conduttori – 602 morti. E’ un passaggio sempre insopportabile, anche quando il dato non sembra pesare come un macigno, ma sono solamente “ancora un po’ troppi”.

Questo ci spinge a porci una brutta domanda: quando i morti sono il giusto, il sopportabile, la normalità ? Dobbiamo presumere quando rispecchiano i numeri medi dell’anno precedente, una quota fisiologica di di dolore, una piccola serie di manifestini a lutto: “si è spento serenamente”. E infatti è il paragone che dimostra, in Val Seriana in modo palese, ma anche altrove, che i morti sono quasi sempre di più di quelli catalogati come morti da coronavirus, semplicemente perché se non si fa il tampone ai vivi, difficile che si faccia ai morti. Ma, passata l’insopportabile categoria dei “decessi” e le smorfie compunte o di sollievo che l’accompagnano è il momento dei dati davvero incoraggianti: ecco il numero delle persone che per fortuna lasciano l’ospedale o che, a casa, superano la prova di due tamponi negativi. Ci hanno spiegato con chiarezza se sono immuni per sempre o possono avere una ricaduta ? No, perché il virus è troppo recente per avere statistiche su questo.

Per me, da ignorante, conta solo il numero dei contagiati: ieri 2972 in più. E’ tanto, è poco ? Contano trend settimanali, dicono gli esperti, e ci lasciano con in mano una di quelle medagliette dell’amore: oggi più di ieri meno di domani. Però, ci dicono, si sono fatti più tamponi, e quindi è un numero che lascia ben sperare. Non ci hanno spiegato come queste persone si siano infettate, dato che siamo in ritiro forzato da molti giorni in più rispetto a una quarantena: a casa, al supermercato, in farmacia, da ieri in libreria ? Le mascherine che adesso sono di fatto obbligatorie ci avevate spiegato che servono a proteggere gli altri, non noi stessi. E’ per questo che ci sono nuovi contagi, l’illusoria sicurezza delle mascherine, o il virus è davvero annidato anche sulle cose, negli scaffali, e allora servono a poco perfino i guanti, perché li togli, ma qualcosa può restare sui vestiti, sui soldi, sul resto. 2972 nuovi contagi: o si sono contagiati tra di loro, o c’era in giro un numero di contagiosi particolarmente attivi, quattordici giorni fa, E siccome è facile che fossero in giro anche 13 giorni fa, cosa dobbiamo sperare, che siano più sedentari ? Insomma, andrà tutto bene, però.

Voglio ragionare su un dato davvero incoraggiante. Ieri: i contagiati di Milano città: appena 57 (a Pasquetta erano stati 296). Cosa ci dice questo numero, oltre al fatto che per fortuna sono pochi ? Non sappiamo se vengano da uno stesso quartiere, se qualcuno di loro si conosceva e vengono da uno stesso condominio, se frequentavano uno stesso supermercato: sono contagiati ignoti. Dobbiamo presumere che rivelassero qualche sintomo, perché il tampone lo fanno in quei casi.

Dobbiamo presumere che- poiché non siamo ancora arrivati alla fatidica cifra di un contagioso con un contagiato, ma non siamo più al picco dell’un contagioso che ne contagia cinque, dobbiamo presumere i 57 siano stati infettati da, mettiamo, una ventina di contagiosi. I quali possono essere in una prima fase di incubazione del virus, e dunque sono destinati a venire allo scoperto, o sono asintomatici. Se prendiamo come modello i dati di Vò Euganeo, dove gli asintomatici erano metà dei contagiosi – diciamo che a Milano i contagiosi asintomatici responsabili inconsapevolmente dei contagi di ieri sono una decina.

E sono destinati a restarlo per un po’ di giorni (alcuni per 14 giorni, altri per meno, ovviamente). E vuol dire che fabbricheranno altri contagi evidenti per la conferenza stampa di stasera, e altri contagi asintomatici come loro. E’ evidente che si tratta di una tela di Penelope, e che ogni riapertura – e non si può pensare di restare chiusi per sempre – dovrà fare i conti con la deludente constatazione che fino a quando non arriverà un vaccino nessuno, librerie chiuse o aperte, è al riparo. Morale ? Che l’inevitabile riapertura, ognuno con i suoi modi e i suoi tempi, assomiglia molto alla resa a un contagio inarrestabile, assomiglia molto all’infausta “immunità di gregge” di Boris Johnson: mettiamo al riparo gli anziani, i giovani se la cavano, i bambini grazie a Dio hanno difese immunitarie fortissime, forse ce la facciamo a fare le vacanze in Italia, e pubblicità del gelato in spiaggia tra i box in plexigas.

Ok, basta sapere che ci metteremo del tempo a non sentire più i numeri da conferenza stampa come un rosario quotidiano. O smettono loro, per non inquietarci, o arriva il vaccino: le precauzioni servono solo a limitare i danni, come quando i Canadair non intervengono più sul bosco in fiamme, ma bagnano l’area circostante per impedire che il fuoco si allarghi.

Però poi senti i numeri che dovrebbero davvero incoraggiarci: gli Stati Uniti ci hanno superati, come numero di morti. “Ci consoliamo facilmente delle disgrazie dei nostri amici quando servono a mettere in mostra la nostra tenerezza per loro”, scriveva Francois De La Rochefoucauld. E ancora di più quando ci fa sentire teneri con noi stessi, migliori, più avveduti, guarda che fine la Gran Bretagna di Boris, guardali ‘sti svedesi che volevano tenere tutto aperto. Dimenticando che gli Stati Uniti hanno 328 milioni di abitanti, e dunque è un sorpasso relativo sui nostri 60 milioni.

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E dimenticando che , con la sola giustificazione di essere stati i primi nella disgrazia, abbiamo visitato scuole cinesi, ristoranti cinesi, mangiato involtini primavera in diretta, invitato a bere l’aperitivo, salutato Milano che ripartiva, ottimisti svedesi mediterranei. Forse non è incoraggiante, ma bisognerebbe imitare, se si può, chi è stato migliore di noi: la Germania ha un tasso di letalità dell’ 1,4% e noi del 12,5%. Vero, da loro, essendo nata come una epidemia da sciatori – dopo le vacanze a Ischgl, in Austria – il contagio ha riguardato persone più giovani: in media 49 anni. Poi i tedeschi hanno tre volte i letti in terapia intensiva che abbiamo noi. E bisogna moltiplicare per tre anche i tamponi. Ma soprattutto, a fare la differenza sembra sia stata la celerità di intervento sui singoli (nella prima fase la malattia è più curabile) e sui focolai (un po’ quello che hanno fatto a Vò Euganeo) rispetto a noi. E i ricoveri casalinghi, ma assistiti per davvero, senza trasformare gli ospedali in focolai: noi abbiamo ospedalizzato un virus che ci inseguiva, loro hanno inseguito un virus.

Se tu fai una guerra conta la prima linea, ma spesso contano di più le retrovie, come riesci a distruggere l’apparato produttivo del nemico. E la fabbrica più pericolosa del virus sono gli asintomatici. Noi continuiamo a non cercarli, se facciamo tamponi con il braccino corto.

Abbondano le inchieste giudiziarie e di rimando giornalistiche sugli ospizi, mancano quelle sul mercato delle mascherine e dei dispositivi di sicurezza: a me sono arrivate lettere che non sono in grado di verificare su un mercato molto poco limpido. Un’altra cosa che i giornali non spiegano, abbandonata la ricerca del paziente zero, è il fatto che noi siamo stati i primi, dopo la Cina. Non so se via vero, e i dati cinesi bisogna sempre prenderli con le pinza, ma mi scrivono che le vittime da coronavirus a Pechino sono otto: 8.

E’ difficile trovare conferme in rete: Xinhua, l’agenzia di stato cinese, ha riportato solo, due giorni fa, che a Pechino si sono registrati 173 nuovi casi di positività, tutti importati dall’estero, dopo un lungo periodo di zero contagi. Fino a questa ondata di ritorno, al 12 aprile la capitale cinese aveva riportato 589 casi, e il 28 gennaio scorso aveva registrato la prima vittima da Covid 19. Però si trova facilmente la distanza chilometrica tra Wuhan e Pechino: 1152 chilometri, poco meno della distanza tra Milano e Palermo. E allora com’è che il virus, una specie di frequent flyer, un Italo Balbo delle transvolate, è arrivato prima in Lombardia, a 8684 chilometri di distanza da Wuhan ? Certo, la globalizzazione, il caso, il non si sa. Non sono di quelli che pensano a chissà quale piano, dietro i silenzi e i non so.

Penso proprio il contrario: l’assenza di piani, la confusione, l’improvvisazione al governo. Le app che tracciano i contatti dei positivi per me sono benvenute, qui non è in gioco la democrazia, basta che abbiano garanzie, che durino quel che debbono durare, che non diventino faldoni da Procure. Però a qualche onorevole in carica debbono ricordare quei chip sottopelle che sono stati per qualche tempo la fantastica minaccia denunciata da lui stesso al mondo inconsapevole. Era meglio se mi sceglievo una dietrologia a caso, nel pacchetto predisposto per quelli che “a me non me la danno a bere”, mi sarei sentito più tranquillo.

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