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Hart Island e l’attitudine all’egoismo

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L’immagine traumatica delle fosse comuni scavate nell’isola di Hart Island, lembo di terra affacciato sul Bronx, entrerà a far parte del patrimonio emotivo comune con cui archivieremo nel doloroso cassetto della memoria la stagione del coronavirus.

Si accompagnerà ad altri scatti simbolo della lotta al virus come, per esempio, quello dell’infermiera, Elena Pagliarini, stravolta dalla fatica (poi sopravvissuta al contagio), oppure l’immagine, ripresa con uno smartphone e diventata virale in poche ore, con cui un cittadino ha immortalato la colonna ordinata di camion dell’esercito che trasportavano le bare di decine di pazienti Covid, da Bergamo, una delle città più colpite dall’epidemia, a Reggio Emilia per essere cremati.

D’altra parte, immagini emblematiche possono non essere celebri, ma immagini celebri non possono non essere emblematiche [1].

Dice Serge Tisseron a tal proposito: «Chi le osserva vi riconosce un riflesso di ciò che ha inesplicabilmente dentro di sé e che rifiuta di essere fatto proprio dal linguaggio; al contempo, è convinto che questo riflesso riguardi una realtà alla base della relazione che lo lega ai suoi simili all’interno del suo gruppo di appartenenza. In colui che vi si riconosce, le immagini emblematiche determinano la convinzione che sia stato gettato un ponte verso l’indicibile per cercare di comprenderlo e, inoltre, lo rassicurano sul fatto che questo ponte è condiviso con altri. È evidente che un’immagine emblematica assicura di far parte dell’umanità, ma questa “umanità”, di fatto, si riduce a coloro che riconoscono la medesima immagine».

Ecco, noi siamo quell’umanità che osserva attonita, attraverso la cruda fotografia di decine di vittime seppellite anonimamente, la caduta verticale della pietas nel precipizio dell’indifferenza. Perché questo, in uno dei paesi più ricchi del mondo, è il destino che accomuna gli appartenenti alla Spoon River degli ultimi, la “famiglia” dei senza famiglia.
Ma anche di chi, pur avendone una, non sarà mai in grado di sopportare il costo dell’imposta di sepoltura (6.000 dollari, 5.500 € [2]).

Se Edgar Lee Master voleva offrirci uno sguardo d’insieme di coloro che “dormono sulla collina”, attraverso storie e dialoghi che raccontano l’animo umano, le debolezze della vita, le sue iniquità, ma anche gli amori e le passioni, la fotografia scattata a Hart Island mostra esclusivamente il lato più freddo, insensibile e spietato della tragedia.

A colpire è, soprattutto, la disperazione. L’assenza di un fiore, di un ricordo, di un affetto che accompagni queste persone, già penalizzate dalla vita, verso l’ultimo viaggio.

Proprio a un passo dall’opulenza evocata da una città che corre verso l’alto, piena di voci, luci e rumori, ma incapace di nascondere le proprie contraddizioni e in cui la malvagità prodotta dalle disuguaglianze assume i contorni scomposti e irregolari delle assi di legno inchiodate a mano dai detenuti del carcere di Rikers.

Uno dei più celebrati psicoanalisti italiani, Massimo Recalcati [3], sostiene che «Siamo di fronte a qualcosa che disumanizza la morte. Ciò che rende umana la morte è il congedo, l’essere accompagnati, è la ritualità, la dimensione simbolica che fa dell’elemento in sé, atroce e brutale della morte, qualcosa che resta umano. I numeri sovrastano i nomi propri».
Eppure, le fosse comuni di Hart, hanno avuto il “merito” di riaccendere, in me, la memoria del signor John May, il maniacale e scrupoloso impiegato comunale, protagonista del film “Still life”.

May, svolge un incarico particolare: deve trovare, come un detective, il parente più vicino, oppure un amico, di coloro che sono morti soli.
Quando fallisce, si fa carico di organizzare le esequie, parteciparvi, leggere discorsi di cordoglio allo scopo di regalare un ultimo sprazzo di umanità al defunto dopo una vita spesso angosciata e arida di emozioni.

Forse, la risposta alla foto di Hart Island va ricercata – lo dico da non credente – nelle parole pronunciate da Papa Francesco nel 2015: «…Mentre io sto relativamente bene e comodo, mi dimentico di quelli che non stanno bene. Questa attitudine egoistica, d’indifferenza, ha preso oggi una dimensione mondiale, a tal punto che possiamo parlare di una globalizzazione dell’indifferenza».

Un’attitudine smascherata da un virus.

 

[1] Walter Guadagnini, “La fotografia in 100 immagini”, Federico Motta Editore.

[2] Gianni Riotta, “Le fosse comuni di Hart. I morti del coronavirus nello scoglio degli ultimi”, La Stampa

[3] Massimo Recalcati intervistato da Corrado Formigli, Piazzapulita

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