OMS: avamposto del nuovo potere di Pechino

Anche il coronavirus e la gestione della pandemia stanno contribuendo a spostare l’asse dell’egemonia globale

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Seconda parte –
Abbiamo parlato ieri delle accuse americane all’OMS e al suo presidente, l’etiope Tedros Ghebreyesus, nei confronti del quale è in corso una raccolta di firma internazionale che ne chiede le dimissioni.

Però, l’Organizzazione mondiale della sanità è al centro di accuse da tutto il Mondo, tanto da scuotere anche il Paese del Sol Levante. Taro Aso, vice-primo ministro giapponese, riferendo al Parlamento ha definito, senza mezzi termini l’OMS come «China health organization» (organizzazione cinese della sanità) aggiungendo che: «Se all’inizio l’OMS non avesse insistito sul fatto che, in Cina, non c’era un’epidemia di polmonite, tutti avrebbero preso precauzioni».

Per capire il perché un’Agenzia dell’ONU che dovrebbe solo occuparsi di salute a livello globale sia finita in un tale caos, occorre indagare e interrogarci su chi è alla guida dell’Ente).

Parliamo di Tedros Adhanom Ghebreyesus, biologo etiope classe 1965, direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità dal 2017. Ghebreyesus, laureatosi all’Università di Asmara nel 1986, ha iniziato, fin da subito, a collaborare con il Ministero della Salute etiope. Dopo aver conseguito la laurea specialista in Immunologia all’Università di Londra, nel 1992, ha concluso i suoi studi, con il dottorato di ricerca, all’Università di Nottingham, nel 2000, con un’indagine sulla trasmissione della malaria.

Dal 2005 al 2012 è stato ministro della Sanità nella sua Nazione di origine, per poi diventare, fino al 2016, ministro degli Esteri. Proprio in questo periodo i rapporti tra Etiopia e Cina, in termini commerciali, si intensificano e diventano sempre più fidelizzati.

Secondo quanto emerge da fonti ufficiali dalla muraglia cinese, lo scorso anno, Addis Abeba ha ricevuto 2,5 miliardi di dollari. Parliamo del 60% di tutti gli investimenti esteri indirizzati verso l’Etiopia.

Proprio la Cina si rivelò essenziale nell’elezione di Ghebreyesus alla direzione dell’Oms il 23 maggio 2017. L’attuale direttore del World health organization (per dirla all’inglese) qualche mese prima di essere eletto venne invitato per uno speech all’Università di Pechino. Tema della discussione? La cooperazione, in termini sanitari, tra il grande impero rosso e le nazioni del terzo mondo. Come confermato da un articolo redatto i giorni successivi da China Daily.

In buona sostanza, uscito da un incontro con Li Bin (ministro della Commissione nazionale cinese per la pianificazione della salute e della famiglia) Ghebreyesus dichiarò che l’Oms avrebbe continuato a relazionarsi con “un’unica Cina” di fatto escludendo Taiwan da qualsiasi tipologia di rapporto. Le conseguenze le abbiamo viste ieri, dato che, il 31 dicembre 2019 Taipei aveva divulgato le prove che «il virus potesse essere trasmesso da uomo a uomo», ma non venne ascoltata dall’OMS per volontà di Ghebreyesus.

A tutti gli effetti l’OMS è oggi un feudo di Pechino. Un esempio lo si è avuto quando il bizzarro. Ghebreyesus, appena eletto, fece nominare “ambasciatore di buon volontà dell’Oms per le malattie non trasmissibili” niente meno che il feroce dittatore Robert Mugabe, presidente dello Zimbabwe dal 1987 al 2017. Anch’esso alleato di lunga data della Cina (fino alla sua destituzione avvenuta nel 2017). Un’ondata di indignazione fece tornare sui suoi passi Tedros annullando la nomina una settimana dopo.

Ora, però, la Cina non ha tempo da perdere e sta bruciando le tappe verso la conclusione del suo piano di sviluppo tecnologico e industriale chiamato Made in China 2025. Proprio in questo scenario appare mortifero (per noi) l’abbraccio che i cinesi hanno stretto con la globalizzazione. Per questo sarebbe un errore pensare alla Cina solo come a un residuato bellico del marxismo.

David P. Goldman, fondatore di Asia Times (firma i suoi articoli con lo pseudonimo Splengler), in un’intervista pubblicata qualche giorno fa su Il Foglio, ha paragonato il vecchio monolite sovietico ed il moderno progresso cinese in termini di lotta verso l’egemonia globale: «I comunisti sovietici dicevano ai loro scienziati: “Inventa qualcosa di nuovo e ti daremo una medaglia e una dacia”. La Cina dice: “Inventa qualcosa di nuovo, lancia un’offerta pubblica iniziale e diventa miliardario”».

Infine, lapidario asserisce: «Ci sono più marxisti a Cambridge e nel Massachusetts che in tutta la Cina».

Sempre secondo Goldman la sfida che l’Europa e gli Stati Uniti devono combattere non è contro burocrati sovietici “ubriachi e corrotti”, ma contro una “élite di mandarini laureati”. Così il tramonto dei sogni della gioventù occidentale con il libretto rosso in tasca ha trovato la sua incarnazione finale nella naturale assimilazione da parte del capitalismo.

Anche l’avamposto dell’Organizzazione mondiale della sanità, tra errori di valutazione, omissioni e presunte negligenze, mostra che l’asse del potere di Washington inizia a vacillare verso Pechino.
(2 – Fine)

 

 

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