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Lettere da un paese chiuso

Meglio i raccontini che le favole

Cinquanta è un bel numero tondo (anche se non mi ricordo più come ho festeggiato il mezzo secolo). Qualcuno mi ha chiesto ieri: ma perchè non dice la sua sulla conferenza stampa di Conte ? Cinquanta lettere fa iniziai con un attacco alla classe politica. Accusandola di aver scambiato l’allarmismo e la psicosi per un pericolo, e di aver trascurato l’allarme.

Accusandola di aver considerato razzismo, populismo e fascismo come i nemici dietro l’angolo, e invece c’era un virus. Non mi facevo troppe illusioni, ma speravo che, come al tempo del terremoto in Friuli, governo e opposizione si sedessero attorno a un tavolo, sospendessero le guerre e accompagnassero il paese fuori dall’incubo. Responsabilità dell’opposizione ? Anche, credo, perché mi sembra un’opposizione più da campagna elettorale che da emergenza.

Responsabilità del governo ? Più grandi, essendo al governo. Ed enfatizzate dalla sorte: era un governo nato per evitare le elezioni, si è trovato tra le mani qualcosa che poteva essere una patata bollente, ma anche una pepita d’oro. Tutto il resto è venuto di conseguenza: i decreti invece del dibattito parlamentare, le orecchie da mercante agli appelli del Quirinale, le accuse urlate, e le risposte in diretta tivù. Ieri notte, prima di scrivere la lettera sui carcerati, dò un’occhiata a twitter: fa tendenza Mentana, assediato da un folla furente perché ha detto che, se avesse saputo, non avrebbe mandato in onda quel poco rituale attacco alle opposizioni.

Mentana, nella mia esperienza, è il miglior direttore di tg italiano. Una folla abbagliata dal fascismo dietro l’angolo trasforma Conte in Salvador Allende e va in armi sulla montagna dei social. Questo naturalmente fa bene a Conte: si vede benissimo che ha capito che è l’occasione della vita – e c’è da sperare gli vada bene, perché vorrà dire che non combineremo disastri – ma scambia le sue sorti con quelle del Paese. E questo è pericoloso: perché Conte dura finchè c’è il pericolo Salvini .

Dunque ha tutto l’interesse a non coinvolgere il nemico, ma anzi ad eccitarlo, e l’opposizione, caratterialmente, non si fa pregare per cadere nel tranello: la campagna elettorale con le mascherine è destinata a continuare. Dura, Conte, finchè c’è emergenza, finchè è baluardo contro lo spauracchio delle elezioni, e dunque non sarà facile uscire dall’emergenza. Tiene Conte, finchè è ponte tra i due partiti di governo ma forse ha nominato lui stesso, da ponte della Val di Magra, senza saperlo, il successore: Vittorio Colao (manager internazionale ma bresciano con radici calabresi, carabiniere e ciclista, grande esperto di quella cultura dell’innovazione che sarà necessaria nel dopo covid). Forse terranno la patrimoniale in un cassetto, ma è la matrimoniale PD-5 Stelle che mostra qualche usura, a giudicare dalle ore di attesa di una conferenza stampa.

Intanto si creano strane sovrapposizioni: la destra è vittima del sovranismo di Germania e Olanda, la sinistra sostiene il populismo di chi chiede non alle forze politiche in Parlamento, ma al popolo, in comizi peronisti in diretta, di spalleggiarlo nella battaglia europea per gli eurobond. Se devo dirla tutta, temo di essere davvero molto vecchio: ho nostalgia della Prima Repubblica, di Andreotti e Craxi, di Berlinguer ed Almirante, di Zanone e Spadolini. Ma noi li abbiamo votati, questi, e se uno si perde a guardare tra i social, ci assomigliano. Solo che loro difendono il proprio potere, la loro legislatura da parlamentari, o agognano a prendere il potere e a una legislatura altra, il popolo social odia nel nome di bandiere lacere e scolorite. Era l’occasione per crescere, questo dramma, la stiamo buttando. L’unica novità è che per un bug, come si dice, del sito INPS hanno tirato fuori gli hacker. Li hanno trovati ? Una commedia all’italiana, all’ora della tragedia.

Posso avere torto, ma credo che sia comprensibile perché preferisco storie minimaliste. Quando penso a #nonsimollauncazzo, penso alle piccole comunità, penso ai cameraman vivi e a quello che non lo sono più, penso ai carcerati e agli agenti di polizia penitenziaria, penso agli operatori sanitari e alle forze dell’ordine, penso ai volontari e ai piccoli sindaci. Ai soldati, insomma, non ai generali. Penso alla sorella del mio amico campano che mi ha telefonato ieri per gli auguri. E’ infermiera, le mancano tre mesi alla pensione. Sta in un reparto Covid, non si è tirata indietro. Penso ai volontari della Protezione Civile che oggi, Pasqua, stanno davanti al cimitero di Pian Camuno. La Valcamonica ha avuto 108 morti certificati Covid. La maggior parte non sono stati salutati come si deve. Il sindaco ha deciso l’apertura nel giorno di Pasqua del cimitero, con accessi contingentati controllati dai volontari, e mascherine obbligatorie. Posso dire che hanno riaperto l’unica libreria . io che amo i libri – che doveva essere aperta, quella in cui abbiamo sepolto la memoria dei nostri vecchi ?

Oggi, Pasqua, pensavo di raccontare a me stesso e a voi la Terrasanta, che per me è sempre stata Israele, Cisgiordania e Gaza, perché il mio era un pellegrinaggio per guerre, intifada, attentati. Avrei voluto raccontarvi l’arrivo all’aeroporto di Tel Aviv, l’albergo che mi è più caro, il mio operatore armeno, le rare volte in cui ho potuto ripercorrere la dottrina della mia infanzia, come fosse un presepe vivente. Avrei voluto dirvi della difficoltà a raccontare i diritti degli uni e degli altri, in conflitto. Parlarvi del muro, dei ramadan, dei miei piatti preferiti, degli ebrei ortodossi e dei soldati, dei nipoti dei profughi palestinesi e dei frati francescani.

E la Pasqua: l’orto di Getsemani e la via Crucis che è un cunicolo tra le botteghe, meglio andarci di notte, il sinedrio e il Golgota, e le chiavi del Santo Sepolcro in mano a una famiglia di musulmani perché i cristiani sono litigiosi. E qui mi è tornata in mente la storia della Basilica della Natività, 2002. Quando restai per due giorni intrappolato lì dentro. Sono passati diciotto anni, ricordo che al primo collegamento con il TG5 c’era Lamberto Sposini, in conduzione. Tentai un po’ alla volta, e invano, di raccontare com’era andata, da solo. Perché i miei colleghi, di sinistra e di destra, e persino i fraticelli preferirono raccontare la solita formula, quella che va incontro ai gusti del pubblico, o forse non sentivano gli spari dal tetto della basilica, proprio sopra di noi. Quei giorni persi per sempre l’illusione che il giornalismo servisse a scovare pezzetti di verità. Serve a sostenere una Causa, quasi sempre. Favole che finiscono come piace a loro, per un pubblico bambino, che chiede di sentire la favola che già conosce, in anticipo.

Pubblicità. Scorrere fino a continuare la lettura.

Anche quando tutto cambia. Sembrano il mio edicolante, che accanto alla cassetta per il resto tiene una scatola con le figurine degli Europei 2020. Saltati, ma le tiene lì. Per qualche bambino che aveva iniziato la raccolta, ed è brutto deluderlo. Meglio i racconti delle favole, a una certa età. Buona Pasqua, davvero.

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