Rimaniamo in contatto

Ciao, cosa stai cercando?

Lettere da un paese chiuso

La mia ora d’aria

Vi avverto: l’argomento è di quelli divisivi. Del resto il dissenso è più che benvenuto, a patto che sia civile. L’altro giorno ho visto che su Twitter un giocatore che è stato dell’Udinese e anche nella nazionale campione del mondo ha postato la piantina della cella in cui è rinchiuso suo padre.

Ho cercato di evitare di andare a vedere per cosa suo padre era detenuto -come se potesse contare qualcosa in quel supplemento di pena l’essere colpevole o innocente – ma non ce l’ho fatta: associazione mafiosa. Il figlio sostiene, anche in quel tweet, la sua innocenza, ma non è questo il punto. Innocente o colpevole che sia, gli è impossibile guardare la distanza “sociale” di un metro, cosa che noi, che ci sentiamo in queste settimane tutti prigionieri, possiamo invece fare.

Lo so, viviamo in un paese dove il giustizialismo – la voglia di una giustizia sommaria – si incrocia con il sogno che la Giustizia possa portare a termine operazioni di rivoluzione sociale, di pulizia morale, di vittoria politica sui nemici, che altrimenti sarebbero più difficili. Io, che mi accontenterei di una giustizia che punisca i reati, mi arrendo davanti a un’evidenza: i giustizialisti hanno in mano il paese perché sono governo e opposizione, sinistra e destra, chiavistelli in mano.
Ma non voglio convincere nessuno, solo spiegarmi senza scomodare grandi pensatori, senza citare le carceri come termometro della temperatura civile di una società. Voglio ricordare tre cose, e l’ultima è molto molto personale, e dunque non posso pretendere venga condivisa.

La prima ha a che vedere con la Passione che stiamo celebrando, per amore o per forza,in questi giorni. Ricordate Cristo in croce ? Ha al suo fianco due ladroni. I vangeli apocrifi sono più generosi di dettagli sulle loro vite. Uno, Gestas, è un delinquente di professione, che ha infierito con sadismo sulle sue vittime. L’altro, Dismas, è un mariuolo, un truffatore, un ladro al presentarsene l’occasione. E ricorderete che uno, Gestas, deride Gesù: “Se davvero sei il figlio di Dio, perché non salvi te stesso, e salvi anche noi ?”. Non può nemmeno concepire l’idea che Cristo abbia accettato la sofferenza e la morte, non voglia scamparla. L’altro, Dismas, risponde al suo collega di misfatti: “Noi siamo condannati giustamente, riceviamo la ricompensa delle nostre azioni. Ma Lui non ha fatto niente di male”. E rivolto a Gesù, gli dice “Gesù ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”. Gesù, che non aveva risposto alle derisioni del primo, gli dice. “In verità ti dico che oggi sarai con me nel Paradiso”.

E qui non occorre essere buoni cristiani per capire il senso di tutto questo: la redenzione è sempre possibile, se la si vuole.
La seconda cosa che voglio dire è rivolta a tutti quelli che hanno la Costituzione, come libro sacro. L’art. 27 recita così: “La responsabilità penale è personale. L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è ammessa la pena di morte”.

Il luogo deputato alla morte, in questo dramma del coronavirus, sono stati le case di riposo, gli ospizi, o , come si dice oggi, le RSA. Ma il luogo deputato al silenzio sono le carceri. Almeno dopo la rivolta dei primi giorni, quando morirono tredici detenuti, mi pare. La notizia non ebbe seguito, perché in un certo senso era imbarazzante: quasi tutti erano morti per overdose, dopo aver depredato l’infermeria del carcere. E quasi tutti erano stranieri. Questo, pietà a parte, vuol dire due cose. Uno: erano dei tossici e forse il luogo giusto per loro non era la galera. Due: se erano stranieri, forse avrebbero potuto essere rimandati al loro paese, invece che stare in una cella italiana, a spese nostre e dello spazio di celle sovraffollate. Ma poi è seguito il silenzio, e non solo sui detenuti. Credo che la prima vittima del Covid sia stato un agente di polizia penitenziaria, seguito da un altro agente e da un medico: detenuti anche loro, come il primo detenuto morto, un anziano.

In queste settimane paesi che non brillano per democrazia hanno sfoltito le loro carceri. Il Marocco ha liberato più di 5000 detenuti, l’Algeria lo stesso numero, la Tunisia 1400, persino il governo libico di Tripoli ha messo in libertà quasi 500 detenuti. E’ l’Africa, ok. E in Europa ? Come sovraffollamento siamo i peggiori, insieme a Belgio e a Turchia, che però è Europa per modo di dire (qualcuno ricorderà quel film che credo si chiamasse “Fuga di mezzanotte”..). Siamo tra i paesi che hanno l’età media più alta dei detenuti: 2247 hanno più di 65 anni, bersagli perfetti per corona virus.

Gli ultimi, scarni dati, parlano di 5 funzionari, 158 agenti, 37 detenuti positivi al coronavirus. Certo, sparsi su una popolazione di 57.137 detenuti, sfoltiti dalla buona volontà di qualche singolo. Un terzo di queste persone è in attesa di giudizio, quindi non – o non ancora, se preferite – colpevoli. Si sa, in carcere a sentir loro sono tutti innocenti. Ma qualche volta anche i colpevoli non lo sono per sempre: sapete quanto abbiamo pagato, a risarcimento di ingiuste detenzioni -tipo Contrada- tre anni di condanne al Tribunale di Catanzaro ? Dieci milioni più 378.137.63 euro, dati del Ministero di Grazia e Giustizia. I posti per le 57.137 persone detenute oggi sono 47.482, in celle da tre metri per tre. Che cosa facciamo: un carcere da campo ? Il cinico Boris Johnson prima di essere ricoverato aveva messo a punto un piano di rilascio di 4000 detenuti, nessuno dei quali in carcere per reati violenti. In Spagna c’è una situazione simile alla nostra, quanto a popolazione carceraria. Ma i casi di positività sono già 185 tra funzionari e agenti e 21 tra i detenuti: si è rovesciato il rapporto, ha raccontato una guardia, adesso sono i detenuti che ci raccomandano di stare attenti, noi che usciamo e rientriamo. E gli egoisti tedeschi ? Non hanno liberato nessuno, finora, nicht. Però contano, tra la popolazione carceraria 6551 spacciatori. Noi 12760, quasi il doppio. I colletti bianchi -reati finanziari e per così dire, amministrativi o politici – sono 5865 in Germania. In Italia 351.

La Legge è uguale per tutti ?

Pubblicità. Scorrere fino a continuare la lettura.

E la Germania mi porta all’ultimo punto, quello molto molto personale. Confesso: mi preoccupo per i detenuti non per insegnamento evangelico, né per difesa della Costituzione. E’ perché sono stato anch’io in carcere. Nulla di cui vergognarmi, e anzi ne vado piuttosto fiero, tranne che per l’imbarazzo di spiegarlo bene ai figli. Era il fatidico 1968 ed ero scappato di casa con il grande amico della mia giovinezza.

Ascoltavamo Dylan e Donovan, leggevamo Ginsberg e Kerouac, e ce ne andammo senza pensare al dolore dei genitori, di questo sì mi vergogno ancora. Ci presero un mattino all’alba mentre dormivamo nei nostri sacchi a pelo sul pavimento in cemento di una cabina elettrica, che avevamo trovato a cancello e porta socchiusa. Ci portarono in un carcere di polizia, per due giorni. E poi in un penitenziario, Stadelheim, a Monaco di Baviera.

Ricordo come un film quando mi sono spogliato e mi hanno dato una divisa rigida e infeltrita come un vecchio pigiama, e le scarpe. Poi la traversata del cortile, gli sguardi curiosi dalle celle, la mia cella. Avevo un finestrone in alto e potevo avvicinarmici solo salendo sulla testiera del letto, giusto quel tanto per urlare qualcosa. Ero solo in cella, e la luce stava accesa tutto il giorno, e la notte, perché ti potessero controllare dallo spioncino. Era una cella singola, e dignitosa – ho dormito, da giornalista, in posti molto peggiori – ma la cosa dura erano gli orari. Ti aprivano lo sportello della porta per colazione, poi verso le 9 ti aprivano la porta e ti davano scopa e spazzolone per pulire la cella, e pulivi soprattutto l’ingresso, per poter sbirciare in corridoio e vedere qualche faccia.

E alla sera lo sportello alle 6, e poi più niente. Tranne una sola ora d’aria, alle dieci del mattino, ma non eri libero di girare nel cortile, dovevi camminare in tondo due a due, come una scolaresca. Il mio amico era in un altro turno, e alla mia prima ora d’aria, un tipo lungo e smilzo si avvicinò a me, che ero l’ultimo arrivato, scalando le posizioni. Era italiano, di Montepulciano, dentro per una rapina con scasso in una pellicceria. Come per tutti, doveva essere il suo ultimo colpo, era pronto a rientrare in Italia, dalla fidanzata. Mi disse di stare attento accennando con il mento a un tipo piccolo e torvo: ha ucciso un italiano. E mi diede un po’ di dritte per sopravvivere.

Sopravvissi, perché ero un sognatore, ma di quelli duri, mica ingenuo. Ero cresciuto in un piazzale di periferia, avevo fatto sette anni di colonie estive, lavorato in un mercato ortofrutticolo la notte: sapevo tenere a distanza detenuti e guardie. Sopravvissi alle docce del sabato, e al lavoro carcerario, che anzi avevo cercato – si trattava di incollare campioni di stoffa sulla pagina di un periodico femminile – per guadagnarmi tabacco da fumare, e stare un po’ in compagnia. Il peggio era la solitudine, in cella, ore e ore e la biblioteca del carcere aveva come libri in italiano solo libri per l’infanzia, e non capivo perché. Era dura non capire quanto sarebbe durata: i detenuti professionisti, che sono quasi avvocati, mi dicevano, vai Toni, con sei o sette mesi te la cavi. Dopo due settimane vennero a prendermi e con il mio amico ci vestirono dei nostri vestiti – pensavamo che ci stessero liberando – e invece ci portarono in tribunale.

L’interprete d’italiano era gentile. Ci spiegò che eravamo imputati di qualcosa come effrazione in una pubblica proprietà. Ma poi derubricarono in un reato curioso (è quello che ancora oggi mi rende fiero: vagabondaggio) e il giudice disse che quelle due settimane bastavano. Non avevamo niente da raccogliere in cella, e vestiti a festa come eravamo passammo a prendere un piccolo indennizzo per i giorni di lavoro, i sacchi a pelo, e uscimmo dal carcere, senza aver modo di salutare nessuno. Salimmo su un tram, spaventati dall’ essere senza biglietto, come se quel carcere fosse un elastico che ci aspettava di nuovo.

Adesso capite perché mi piacciono i film carcerari, e persino quando sento il termine “evasione” non penso a film spensierati ma alle fughe dal carcere. E sapete perchè non posso permettermi il lusso dell’indifferenza, dell’assenza di pietà nei confronti dei carcerati. Credo che adesso, adesso che sappiamo tutti quanto può essere breve un’ora d’aria e quanto lungo un giorno, tutti potremmo capire tutti. Il mio compagno di disavventure di allora morì in un incidente stradale, qualche anno fa. Mi sono sempre chiesto se avesse conservato, tra le sue ultime cose, il documento che certificava quel soggiorno, come ho fatto io, accanto alla laurea e al foglio di congedo della naja. E le rare volte che il lavoro mi ha portato in Germania, ho sempre nascosto a chi era con me, al ritorno, la sottile soddisfazione di averla fatta franca, ancora una volta. Buona Pasqua a tutti, e a domani.

Avatar
Articolo di

Articoli che potrebbero interessarti

11 settembre

Il diciottesimo anniversario dell’11 settembre porta in dote molte certezze: il mandante dell’attacco, i nomi dei 19 terroristi coinvolti e, purtroppo, il numero delle...

Innovazione

Le piattaforme di social media cinesi come Weibo, WeChat e YY sono sempre monitorate dal governo ma, durante l’epidemia di coronavirus, pare che queste società abbiano bloccato...

Bibbiano

Alla fine, anche La7 si è dovuta arrendere all’evidenza dei fatti e ha riconosciuto che: «Su 8 bambini coinvolti, 4 sono tornati a casa....

Dieci domande

Dieci domande per riflettere sul presente e tentare di preconizzare il futuro del giornalismo. Sono quelle su cui, insieme a Guido Giraudo, abbiamo ragionato...

Vorremmo avvisarti quando pubblichiamo nuovi articoli!