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Covid-19 come l’11 settembre: New York sotto attacco

Anche qui ci sono stati ritardi, sottovalutazioni, errori, poi, però, la macchina dell’emergenza ha dispiegato tutta la sua potenza...

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Dal nostro corrispondente a New York –
Il primo caso positivo di Covid-19 certificato a New York risale alle prime ore del mese di marzo. Un caso isolato, si pensava, di una donna di 39 anni proveniente dall’Iran, via Doha in Qatar, atterrata all’aeroporto JFK nel Queens a fine febbraio. L’1 marzo, la donna in questione fa il test per il coronavirus. È una delle poche fortunate a poterlo fare, in quelle prime settimane in cui i tamponi mancavano ovunque.

Il risultato è positivo, ma il ritardo nel gestirne le conseguenze sarà il primo step di un vortice che avrebbe reso lo Stato di New York l’area più contagiata del mondo, con più di 150mila casi e più di seimila morti. E non è ancora finita.

Come in Italia?

Vivere negli Stati Uniti ai tempi del coronavirus è come vivere in un fastidioso, quotidiano, lancinante deja-vu. Tutto ciò che sta succedendo in queste ore in America, negli epicentri della pandemia era successo settimane prima in Italia, Spagna, Francia, Inghilterra. Tutti i momenti di sottovalutazione del problema negli USA, anche da parte del Presidente Donald Trump che fino al 24 marzo ha paragonato la pericolosità del coronavirus a quella degli incidenti stradali, sono step che già prima erano stati vissuti altrove.

In più, l’arrivo del virus ha evidenziato tutte le debolezze di un sistema, quello sanitario, e di un sistema-Paese, quello federale, di cui si è sempre stati a conoscenza ma che non sempre erano venuti a galla.

L’esempio perfetto, per avere piena concezione di queste fragilità strutturali, lo si ritrova nel ritardo con cui sono stati inviati i tamponi. Per settimane, almeno fino a metà marzo, i laboratori e gli ospedali a cui il Center for Disease Controls, su richiesta della task force guidata dal vice presidente Mike Pence, aveva inviato centinaia di migliaia di kit, non hanno mai dovuto pubblicare i risultati di questi test, in quanto realtà private non obbligate per legge a farlo.

Ciò ha provocato un ritardo non indifferente nel contenimento della pandemia. Anche perché fino all’approvazione della manovra finanziaria da 2mila miliardi di dollari (frutto di trattativa tra l’amministrazione Trump e la leadership del Senato) i tamponi e le cure erano a pagamento. Questo ha portato molti, anche con sintomi da Covid-19 – a evitare ricoveri o analisi per non incorrere in spese indigeste. Questo fino al 27 marzo.

Non solo, alcuni dei kit inviati dalla task anti-coronavirus (secondo quanto riportato dai medici di diversi laboratori), per settimane non si sono rivelati adeguati. Specialmente all’inizio, i parametri per richiedere i tamponi erano elevatissimi: più di 39 di febbre, vicinanza certificata con una persona già positiva e viaggio in uno dei Paesi a rischio nelle due settimane precedenti.

I primi casi a New York

La donna proveniente dall’Iran e atterrata a JFK a fine febbraio rientrava in quest’ultima categoria. Ma gli altri passeggeri del volo su cui ha viaggiato, nonostante le promesse del governatore, Andrew Cuomo, e del sindaco di New York, Bill de Blasio, non sono mai stati controllati, come ha riportato il New York Times in un’indagine pubblicata l’8 aprile.

Non solo. Ai ritardi federali, per esempio nell’applicare adeguatamente il Defense Production Act per costringere le compagnie private a produrre i ventilatori che ancora oggi mancano, si sono aggiunti quelli locali. Specialmente a New York dove, fino a marzo inoltrato (quando Trump ha annunciato l’emergenza nazionale), la parata di San Patrizio non era ancora stata cancellata e in cui la chiusura delle scuole è giunta solamente il giorno 15, quando in città i casi erano già 329. Troppo tardi.

Come probabilmente troppo tardi è giunto anche l’ordine da parte del governatore Cuomo di chiudere tutti i business non essenziali. Era il giorno 22 marzo, il virus si era già ben insediato tra le vie della città da ormai più di venti giorni.

«New York City nel suo complesso è stata in ritardo nelle misure sociali», ha ammesso Isaac B. Weisfuse, ex vice commissario per la salute di New York City, al New York Times.

Le mastodontiche misure d’emergenza

Come un gigantesco pachiderma, la macchina dell’emergenza statunitense ha faticato a prendere la rincorsa ma, quando ha iniziato a muoversi, lo ha fatto in maniera mastodontica. Questo ha ricominciato a fare la differenza.

Da una parte l’allestimento in tempi-record di nuovi posti letto, grazie al lavoro della Guardia nazionale su richiesta dell’amministrazione Trump: in California, nello Stato di Washington e a New York.

Dall’altra parte, sempre a New York, l’arrivo della colossale nave-ospedale USNS Comfort, ormeggiata al New York City Harbour, con più di mille posti letto.

Nel mezzo, la solidarietà tra Stati, con California e Oregon che hanno inviato centinaia di ventilatori proprio a New York, per la gioia del governatore Cuomo.

A tal proposito, è stato proprio lui, Andrew Cuomo, insieme a Donald Trump, il volto dell’emergenza anti-coronavirus di queste settimane. Se le responsabilità per i primi ritardi non mancano, il figlio del famoso Mario e fratello dell’anchor CNN, Chris, ha mostrato di saper tenere la barra dritta e, una volta partito non ha mai cambiato linea: «È una guerra sanitaria, non sociale» ha detto a più riprese nelle conferenze stampa, diventate punto di riferimento per tutti i newyorkesi ogni mattina. Nonostante i molti decessi e la crisi emergenziale negli ospedali, dove ancora oggi scarseggiano mascherine e kit di protezione PPE, New York sta dimostrando in queste ore così difficili – le più difficili dopo l’11 settembre – di poterne uscire vincitrice, seppur ammaccata.

Come sta la Grande Mela?

Nonostante sia la città più colpita, e all’interno dello Stato più contagiato al mondo, la situazione a New York non è di tensione come si potrebbe percepire da certi articoli “acchiappalink” o da servizi sensazionalistici. In città non ci sono file di persone ad acquistare armi e, anzi, a oggi i crimini sono persino diminuiti.

Certo resta l’atmosfera surreale che, in Italia, ormai conoscete bene. La Grande Mela sta vivendo queste settimane con un mix di incredulità, timori e incertezza ed è, a tutti gli effetti, una città “in pausa”, così come in pausa è il Paese, dove più del 90% degli americani è sottoposto a ordini di restrizione degli spostamenti.

Con il silenzio assordante di Manhattan (descritta dal New York Times come “un palco in attesa del ritorno degli attori”) e con il rumore, ancor più assordante, delle sirene delle ambulanze che stanno affrontando un’emergenza sanitaria come mai nella storia.

 

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