VITE PARALLELE

Lettere da un paese chiuso 47

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Per una curiosa coincidenza ho conosciuto, sia pure di sfuggita, due dei protagonisti delle polemiche internazionali ai tempi della pandemia, scoppiate ieri. Mauro Ferrari, lo scienziato che si è dimesso dalla presidenza del Consiglio europeo delle Ricerche, e Tedros Adhanom Ghebreyesus , l’etiope che da tre anni è segretario dell’OMS (o WHO, in inglese) l’Organizzazione Mondiale della salute.
Il primo l’ho conosciuto in occasione del Premio Guido Carli, consegnatoci, con molti altri, al Senato, meno di un anno fa (nella fotografia io sono quel Forrest Gump che fa capolino dietro Piero Angela, Ferrari è quello che giganteggia alla mia sinistra). Finita la cerimonia, al rinfresco che è seguito, abbiamo chiacchierato un po’. Per una sola e semplicissima ragione: veniamo entrambi dalla stessa città, Udine. Ferrari è nato a Padova nel 1959, e poi ha conseguito la maturità a Firenze, ma ha fatto buona parte degli studi superiori nel mio stesso liceo, lo Jacopo Stellini.

Il secondo l’ ho sfiorato – credo una stretta di mano e niente più – in una cerimonia del 2003, diciassette anni fa, ad Axum, in Etiopia. Tedros è nato a l’Asmara, nel 1955, quando quella che adesso è la capitale dell’Eritrea era parte dell’Impero etiopico. Per la precisione – sono distinzioni che contano molto, in Africa – è tigrino. Cioè fa parte dell’etnia che abita il Tigrè, il nord dell’Etiopia, dove la città più grossa è un nome che gli italiani di una certa età ricordano, Macallè, ma poco lontano c’è anche Adua. Terra di cristiani ortodossi: Ghebreyesus vuol dire, più o meno, “servo di Gesù”.

Di Ferrari mi intimidivano le sue competenze in un mondo, quello delle nanotecnologie, di cui non so nulla. A scuola né la fisica, né la chimica, e tantomeno la biologia rivestivano qualche interesse per me. Ho cominciato a cercare di brancolare in quel buio quando ho capito che erano le grandi passioni del mio figlio più piccolo. Ma non riesco a capire del tutto degli esami che prepara lui, ancora studente. Figurarsi una conversazione con un professore associato in almeno quattro Università del mondo, membro di accademie e istituti di ricerca. A chiacchierare dei vecchi tempi, nessun problema. E neanche, con lui e la seconda moglie Paola, a parlare di figli.

Tedros non era semplicemente uno dei dignitari venuti da Addis Abeba per le cerimonie che celebravano il ritorno dell’obelisco restituito dall’Italia. Ricordo bene la notte precedente l’arrivo, un violento temporale, e mi chiedevo se i camion con i pezzi dell’obelisco non sarebbero affondati con le ruote nel fango. Avevo visitato il parco, nel pomeriggio. Non c’era dubbio che la restituzione dell’Obelisco fosse giusta, e tardiva. Ma nascondevo un po’ di amarezza perché la rivincita dell’ex colonia avveniva contro il più leale degli ex imperi – e il più perdente – l’Italia. Il British Museum, niente da fare. E mi nascondevo la sorpresa di vedere un altro obelisco, in mezzo ai tanti, spezzato e disteso a terra: come restituire il tuo cane a un canile, avevo pensato. Non era così, perché quell’obelisco era crollato al momento stesso della costruzione – siamo in una civiltà che è contemporanea alla vita di Gesù Cristo – e dunque non era incuria, ma un rifiuto di restauri invadenti e posticci.

Così, seduto nel terrazzino della mia stanza, ascoltando la pioggia sul tetto e sulle foglie del giardino, non mi restava che pensare più semplicemente alla mia personale geografia che cambiava perché in quella piazza romana, tra la Fao e il Palatino, niente più obelisco. Ma al mattino c’era un sole glorioso e all’aeroporto, tra fanfare, fotografi e bandiere, in prima fila c’era Tedros. Per diciassette anni era stato l’anima del Comitato per la Restituzione dell’Obelisco.

Mauro Ferrari ha sostenuto, in un’intervista, di non essere stato un gran studente. Ha fatto la maturità al Dante di Firenze e nel 1985 si è laureato in Matematica all’Università di Padova. Poi seconda laurea in medicina alla Ohio State University, master e dottorato di ricerca a Berkeley in ingegneria meccanica. Il campus di Berkeley, per quelli della mia generazione è un mito. Quando ho passato due o tre mesi a San Francisco, ogni tanto andavo, di mattina, a Berkeley, a bere un caffè, immaginarmi ancora studente, e dire: sono stato, a Berkeley.

Nel 1986, Tedros si laurea in Biologia a L’Asmara, e sei anni dopo completa un master in Igiene e Medicina Tropicale all’Università di Londra. E nel 2000 ottiene il dottorato di ricerca all’Università di Nottingham con una tesi sul rapporto tra dighe e malaria nella regione del Tigrè.
Dopo la California, Mauro Ferrari, torna nell’Università dove si è laureato, come assistente e poi come professore ordinario. Ma contemporaneamente dirige la formulazione ed il lancio del programma federale USA in nanotecnologia applicata al cancro, uno dei maggiori programmi al mondo in nanomedicina, con un investimento complessivo superiore al miliardo di dollari. Poi si sposta a Houston, prima professore all’Università del Texas, poi amministratore delegato di una grande istituto di ricerca.

Nel 2001 Tedros viene nominato a capo dell’Ufficio Regionale di Sanità nel Tigrè. Riduce le piaghe dell’Aids e della meningite, abbassa la mortalità neonatale da 123 morti su 1000 nascite a 88 . Assume e forma migliaia di operatori sanitari. Più della metà della popolazione del Tigrè ha a disposizione una qualche forma di assistenza medica nel raggio di dieci chilometri.
Entrambi portano una cicatrice invisibile. Ferrari ha cominciato a dedicarsi alla ricerca sul cancro, e in particolare sul cancro al seno, dopo la morte della moglie, scomparsa a 32 anni.
C’è un lutto anche nell’infanzia di Tedros. Il fratellino minore, quattro anni muore per il morbillo. Sotto la sua guida, il 98% dei bambini del Tigrè vengono vaccinati contro il morbillo.

Tutte le grandi carriere devono misurarsi con un inciampo: è quello che fa vedere la capacità di rialzarsi. Nel dicembre 2013 Mauro Ferrari viene nominato dal ministro della Salute Beatrice Lorenzin presidente della Commissione incaricata di indagare sull’efficacia del metodo Stamina. Ma in un’intervista televisiva definisce quel metodo “il primo caso importante di medicina rigenerativa in Italia, un’occasione per il nostro Paese di assumere un ruolo di leadership straordinario». Sollevato sbrigativamente dall’incarico. Che aveva affrontato con la semplicità spregiudicata delle persone per bene: aveva dialogato con le famiglie, portato castagne e birra ai fratelli Viviano che si erano accampati davanti al Parlamento.

Nel Maggio 2017, alla vigilia della nomina di Tedros a direttore generale dell’OMS, si sono levate alcune accuse di mascheramento di tre episodi di epidemia di colera in Etiopia, spacciata per qualcos’altro per poter sbandierare statistiche migliori. La critica veniva però da un professore vicino a un concorrente di Ghebreyesus alla carica, il britannico David Nabarro. La delegazione africana all’ONU rigettò le accuse. Eletto segretario generale, Tedros Ghebreyesus ha nominato Robert Mugabe ambasciatore onorario dell’OMS. Un ruolo forse poco adatto per una figura autoritaria, che si cura, quando ne ha bisogno, a Singapore. Però Mugabe era presidente di turno dell’Unione Africana al momento dell’elezione di Tedros. Carica decisiva nel sostenerne candidatura e nomina, primo africano a ricoprire tale carica.

Entrambi hanno avuto carriere rapide e gloriose. Ma più politica quella di Tedros. Che nel 2005 viene nominato Ministro per la Sanità. Ripete le performances regionali: vengono costruiti 4000 centri per la salute, vengono addestrati 30mila operatori sanitari, necessari per ovviare alla fuga dei cervelli: ci sono più dottori etiopi nell’area di Chicago che in tutta l’Etiopia. Il numero delle madri che partoriscono con l’aiuto sanitario sale da sei su 100 a dieci, cade del 30% la mortalità neonatale, dimezzate le morti per malaria: è, meritata, la fama internazionale. Che gli vale, in un rimpasto governativo del 2012, la nomina a ministro degli Esteri. Lo resterà per quattro anni, e il suo intervento più noto è in occasione della epidemia di Ebola nell’Africa Occidentale. Manda 300 operatori sanitari, si trasforma in una specie di ministro ombra della Sanità in Africa. Si dimostra capace di affrontare le crisi e mediare soluzioni quando il progetto della diga di Hidase sul Nilo Blu, divide l’Etiopia e l’Egitto del Fratello Musulmano Morsi, che teme di veder diminuita la portata d’acqua del grande fiume. Organizza conferenze internazionali, stringe rapporti, entra in relazione con le Fondazioni Clinton e Gates. E, da ministro degli Esteri, assegna un’onorificenza a tutti i membri del vecchio comitato per l Restituzione dell’Obelisco.

Come arrivano ai loro posti di responsabilità ? E’ lo stesso Mauro Ferrari a raccontarlo “La mia nomina era stata annunciata nel maggio 2019, quindi ho preso servizio il primo gennaio del 2020. Nei sette mesi precedenti a questa data ho lavorato come volontario per il Consiglio Europeo della Ricerca, motivato dall’ammirazione e dall’entusiasmo per questa rispettata agenzia di finanziamento, dalla mia dedizione verso gli ideali di una Europa unita, e dal mio desiderio di essere al servizio delle necessità del mondo, attraverso la migliore scienza”.

Tedros viene eletto segretario generale dell’Organizzazione mondiale della Sanità il 23 maggio 2016. E’ stata una campagna dura, ma era l’unico candidato africano, e sostenuto da tutto il continente, aiutata da una società di lobbying americana reclutata con un grosso impegno finanziario del partito di Tedros. Gli opponenti erano un britannico e una pakistana. Tedros ottenne 133 voti su 185, ed entra in carica il primo luglio 2017, primo africano a rivestire tale carica.

Mauro Ferrari si è dimesso il 7 aprile . Ha scritto: “Ho appena presentatole mie dimissioni alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen. Perdonatemi, ma io credo che la priorità adesso sia fermare la pandemia e cercare di salvare milioni di vite. Questo ha precedenza sulle carriere, sulla politica e anche sulla bellezza di un certo tipo di scienza. Perdonatemi, ma io credo che la scienza debba essere al servizio della comunità, specialmente nei momenti di emergenza. E questo lo è, perché solo attraverso la scienza si potranno sconfiggere Covid-19 e i suoi successori. Il mio incarico come Presidente del Consiglio Europeo della Ricerca (Cer) è giunto al termine” .

Il Consiglio Europeo della Ricerca replica duramente: si è dimesso perché è stato sfiduciato da tutti i 19 membri il 27 marzo, passava troppo tempo negli Stati Uniti, era distratto da troppi impegni. Le motivazioni della dimissioni volavano un po’ più alto: “ Segnali inquietanti che avevo raccolto già dai primi momenti si sono rapidamente trasformati in raggelanti certezze di un mondo completamente diverso da quanto avevo immaginato. La pandemia Covid-19 ha spietatamente messo a nudo gli errori di valutazione che avevo compiuto. Nei momenti di emergenza le persone, e le istituzioni, mostrano la loro natura più profonda e il loro vero carattere. Già dall’inizio della pandemia si era reso evidente the questa sarebbe stata probabilmente una tragedia senza precedenti, per il suo carico di morte, sofferenza, trasformazione della società e devastazione economica, e che a soffrirne di più sarebbero stati i più deboli e meno fortunati della società. Su queste basi ho subito presentato una mozione per il lancio di un programma scientifico speciale…. ho creduto necessario fornire ai migliori scienziati gli strumenti e le risorse per combattere questa pandemia con nuovi farmaci, nuovi vaccini, nuovi metodi diagnostici e nuove teorie scientificamente solide sulle dinamiche di comportamento sociale, a supporto delle strategie di contenimento pandemico, che per ora si basano intuizioni spesso solo istintive delle autorità competenti.

L’ente di governo del Cer ha però votato contro la mia proposta, in maniera unanime e inappellabile, senza neppure accettare di discutere o sviluppare insieme un programma anti-Covid.” In pratica, quello che vediamo tutti: l’inesistenza di una risposta comune europea al virus.

Morale della favola ? Mauro Ferrari, nonostante una carriera internazionale, ha un vecchio vizio dei friulani; dire pane al pane e vino al vino. Ciò che ai burocrati e ai politici dell’Unione Europea non garba, se è vero, come abbiamo visto in queste settimane, che hanno usato molti paroloni sulla comune risposta alla pandemia, e pochi fatti. Citato dal mio amico Mauro Corona, Lopez Davila diceva: “Tra poche parole è più difficile nascondersi, come tra pochi alberi”.

In Italia ha fatto notizia il battibecco tra Burioni e l’OMS dopo il documento di quest’ultima sull’utilizzo delle mascherine: inutili, e con il rischio di fornire un pericoloso senso di sicurezza. Roberto Burioni : “Organizzazione mondiale della sanità? Sempre più deludente. Mah”. A chi faceva notare che non è il momento delle critiche, Burioni replica: “Mi spiace ma qui non siamo in Cina e io critico anche WHO se lo ritengo opportuno”. C’è chi ribatte al virologo scrivendo che l’Oms è una voce autorevole: ”L’autorevolezza -scrive Burioni- si guadagna (e si perde) sul campo”. Ma la polemica che conta è quella tra OMS e Trump. Martedì il presidente americano criticato con veemenza l’OMS per aver creduto troppo alla Cina, facendo così perdere tempo prezioso alla comunità internazionale: non ha dato l’allarme in tempo. Conta di più, questa polemica, perché come molte agenzie delle Nazioni Unite, il peso economico dell’ attività dell’OMS (e della sua burocrazia) poggia per l’80% sugli Stati Uniti, la Gran Bretagna, l’Unione Europea, la Norvegia e la Fondazione Gates. Il 20% è il peso sostenuto da tutti gli altri.

Ma chi gliel’ha fatto fare, a Tedros Ghebreyesus di mettersi contro il più grosso finanziatore dell’OMS ? Chi gliel’ha fatto fare di scrivere un tweet ufficiale, con il logo e l’acronimo inglese dell’organizzazione, WHO, l’ 11 gennaio: “Il WHO sconsiglia di applicare delle restrizioni sui viaggi e i commerci con la Cina, sulla base delle informazioni in suo possesso”.

Sappiamo adesso che la prima vittima del coronavirus in Cina è stato, due giorni prima, il 9 gennaio, un uomo di 61 anni che frequentava il mercato di Wuhan. Cosa gli è preso, all’OMS, di fare un secondo tweet, lo stesso giorno: “IL WHO non consiglia specifiche misure sanitarie per viaggiatori diretti o provenienti da Wuhan. Lo screening all’arrivo viene considerato di poca utilità e invece dispendioso” ? E che gli è saltato in testa il 14 gennaio di fare un terzo tweet. “Indagini preliminari condotte dalle autorità cinesi non hanno trovato evidenze scientifiche di trasmissione da uomo a uomo del nuovo coronavirus identificato a Wuhan” ? E sappiamo che cinque giorni dopo la morte del marito, quello stesso 14 gennaio, la vedova è risultata positiva al tampone, e ricoverata.

Imperizia, sfortuna ? Ah, Tedros Ghebreyesus è da sempre militante del Fronte di Liberazione del Tigrè, marxisti ortodossi, e la Cina è comunista, sia pure nella variante che conosciamo ? No, le ideologie sono morte. Ah, Addis Abeba è la sede dell’ Unione Africana, e la torre di ferro e di vetro che la ospita è stata costruita dalla China Engineering Corporation e finanziata da banche cinesi ? Sì, e l’Etiopia, che non ha sbocchi al mare, conta e una ferrovia a scartamento ordinario, completata nel 2016,che lega Addis Abeba al porto di Gibuti. E chi mai l’avrà costruita? La Cina. Ah, l’Italia aveva la commessa per una seconda grande diga dopo quella, avveniristica, costruita dalla Salini ? Però mancavano le approvazioni per l’impatto ambientale e l’Europa ha esitato a finanziare l’opera ? Sì. E chi ha costruito quella seconda diga ? La Cina.
Morale della favola ? Tutto il mondo è paese. Per un microbiologo politico il virus è un nemico affascinante, ma il potere è ancora più seducente.

Ah, cos’hanno in comune, Mauro Ferrari e Tedros Ghebreyesus ? Hanno appena quattro anni di differenza. Il primo è uno scienziato e un accademico. L’altro anche, ma è pure un politico. Una cosa sola hanno davvero in comune, mi pare: hanno entrambi cinque figli.

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