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Lettere da un paese chiuso

Il pane della ripartenza e le rose di maggio

L’altro giorno, camminando attorno a casa, ho studiato un po’ i rari passanti: il salvacondotto di immediato impatto visivo è il guinzaglio del cane, o il carrello della spesa, o la grande sporta di plastica da supermercato. Nella strada vuota mi sono fermato a guardare dei manifesti: Festival dell’Oriente, concerti.

Sembravano di un decennio fa: nessun pedone, nessun manifesto nuovo. Come funziona la comunicazione al tempo del coronavirus ? Spesso è invecchiata precocemente: lo vedi negli spot che fanno un panino al prosciutto a bambini che giocano promiscui sulla spiaggia, e capisci che tanti altri spot sono finiti in un cassetto, dalle bottiglie in discoteca agli aperitivi in gruppo, dal sorriso smagliante al rossetto dietro la mascherina, i creativi si staranno organizzando- i primi sono stati quelli di Barilla e di Grana Padano – ma adesso è difficile anche girarli, gli spot.

I talk show vivono una loro stagione fortunata, ma in maggior parte indulgono all’antico riflesso condizionato del confronto tra destra e sinistra, tra esperto ed esperto, tra il governo e la regione, tra il pro e il contro. E la comunicazione istituzionale ? Ho presente solo le conferenze stampa del premier e quelle della Protezione Civile, con un tecnico dell’Istituto Superiore di Sanità, perché sono quelle che guardo. In più a volte sono distratto dalle signore che fanno il linguaggio dei segni (non che sia insensibile alla questione, tanto più che mi sono accorto, con le mascherine e la distanza, che la mia sordità, prima nascosta dalla lettura del labiale, è peggiorata). Mi distraggo ma non al punto da non cogliere qualche errore, secondo me. Il fatto è che il governo e l’intera classe politica sono stati allevati a forza di voti, sondaggi, like: sanno di dover piacere, promettere e accontentare, andare incontro a chi ascolta, e vota. E, persino nella gestione dell’emergenza, litigano: Conte vs Fontana, viceversa, eccetera.

Ma siamo in un’emergenza, e devi stare attento quando parli di rallentamento della crescita, di buone notizie, di curva della discesa. Devi stare attento quando parli di date: il 15 aprile, il 3 maggio, il 18 maggio. Perché sì, hai fatto contenti noi tutti che fremiamo, ma ci hai anche illusi, e peggio ancora autorizzati ad abbassare la guardia, ad aggirare il divieto, cosa in cui da italiani siamo maestri. Hai voglia poi a dire che però bisogna stare attenti, che il distanziamento sociale deve diventare un’abitudine, che le mascherine sono obbligatorie eccetera. Per usare un paragone calcistico mi sembra di vedere quegli allenatori che dalla panchina fanno segno con le dita che mancano quattro minuti: tenete duro, ancora quattro minuti.

Io credo che una linea di comunicazione più adeguata sarebbe stata, e sarebbe ancora, dire qualche volta “non sappiamo” e più spesso: preparatevi, sarà lunga, c’ è la partita di ritorno. Invece abbiamo sentito di tutto, da governo e da opposizione, da governatori dell’una e dell’altra parte: che l’Italia non sarà un lazzaretto, che le mascherine non servivano, che le mascherine sono obbligatorie, che i tamponi ma anche la ricerca degli anticorpi: e intanto ci chiudevano in zone rosse che si allargavano tardi ma inesorabili come macchie d’olio, non trovavamo le mascherine nelle farmacie, e non ci facevano né tamponi né test sierologici.
Ho ascoltato Conte alla conferenza stampa di ieri sul decreto “economico”, all’ora dei telegiornali.

Mi è sembrato efficace, e convincente (non sto entrando nel merito delle cose, quello lo faranno le forze sociali e ancora di più i fatti. Sto giudicando il modo in cui ha venduto il prodotto). Dove il premier scivola è sul finale, quando la magniloquenza ha il sopravvento. Quando dice, e parla del suo decreto, delle scelte di governo: “La storia ci giudicherà, e sono convinto che ci darà ragione”. Ripeto: è evidente che il “ci” è riferito alla compagine di governo e alle sue scelte. Va da sé che speriamo abbia ragione, e non importa se moriremo contiani, ma non di coronavirus, perché vorrà dire che ce la siamo cavata tutti. Però lì c’è tutta la confusione tra il proprio destino personale e quello della nazione, la scommessa dell’uomo che si trova davanti un’occasione storica. Un po’ diverso -ovviamente sono diversi anche i ruoli- dal discorso della regina Elisabetta: dimostrare, come generazioni, che siamo capaci di fare quello che hanno fatto quelli prima di noi, e quello che faranno chi verrà dopo di noi. Il “ci” non è maiestatis, anche se parla una regina, ma è tutti i britannici.

Voi direte: la stampa libera è qui per questo, per fare pelo e contropelo alle istituzioni. Diciamo che l’inchiesta non è tanto di moda: c’è un mercato dietro le mascherine ? C’ è un mercato dietro i respiratori ? C’è qualcosa che non è stato fatto e poteva essere fatto nelle RSA, nelle residenze per anziani, nelle trappole che sono diventate ? C’è qualcosa che i tedeschi ci possono insegnare, quanto alla mortalità e alla letalità ? Come mai la Spagna, che pure piange 12mila morti conta “solo” dieci medici, un infermiere e un’ausiliaria tra le vittime ? Non le trovo, queste inchieste. Ma forse non leggo abbastanza.

Però ci sono i social. Che sono, oltre che qualche pagina di dibattito civile come questa, la savana dove corrono come gnu branchi di dietrologi. Che sono il ritrovo lieto di tanti party virtuali, e non fanno male. Che sono la trincea degli odiatori: quelli che gioiscono per la gravità delle condizioni di salute di Boris Johnson. Che sono il territorio libero delle fake news. Ma il sottosegretario di Palazzo Chigi, Andrea Martella, ha nominato un’ Unità di contrasto della diffusione di fake news relative al Covid 19 sul web e sui social network. Oltre ad accademici e ricercatori della cui bravura non c’è ragione di dubitare, ne fa parte qualche giornalista. A sfogliarne i curriculum, si trova l’area di governo, PD e 5 Stelle, con un tocco di Casaleggio Associati.

Non è che se avessero reclutato Sallusti o Belpietro avrebbe cessato di essere un Giudice della correttezza politica, molto al di là della Costituzione. Ma cosa ci garantisce che non sia un Minculpop strabico ? Che chiuda un occhio benevolo sulle fake news di una parte, e sbarri l’occhio indignato sulle fake dell’altro ? Ve li ricordate quei tweet dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che rassicuravano sulla Cina ? E il diluvio di “psicosi coronavirus” sulle testate on line di quell’area ? E il rimbalzare sul web della dottoressa Gismundo che, benedetta da una riproduzione de Il Quarto Stato alla parete, come ci informava La Repubblica, sosteneva che il Covid 19 era poco più di un’influenza, e adesso tiene una rubrica su Il Fatto Quotidiano ? E gli hackers dell’INPS, dove sono finiti ? Le fake news, come l’odio, non sono di destra o di sinistra: sono balle e basta, floride ovunque ci siano ignoranza e creduloneria, rancore e Cause Supreme.

E’ difficile dire che natura abbia il governo islandese: un premier di sinistra e una maggioranza di destra che la sostiene (hanno avuto anche loro le loro magagne, tra Panama Papers e scandali pedofili). L’isola , nonostante abbia fatto bella figura agli ultimi mondiali di calcio, ha meno di 400mila abitanti. E per evitare unioni tra consanguinei hanno da tempo archiviato il DNA di ogni cittadino. Adesso hanno fatto tamponi a tappeto. Sapete cosa è emerso ? Che metà dei contagiati era senza sintomi: e dunque se stava chiusa in casa contagiava i famigliari, se andava al lavoro contagiava i colleghi. Saremo a rischio zero solo quando arriverà un vaccino. Tutto chiuso non duriamo. Quale rischio possiamo correre, e come, e quando ? Gli esperti sono utili, ma non c’è scienza esatta davanti al nuovo. Ci dobbiamo giocare le nostre carte, e il “ci” non è solo Giuseppe Conte e il suo governo. Addio Pasquetta, e anche Primo Maggio. C’è da sperare qualche bagno, ma con mascherina, quella con il boccaglio, e ben distanziati, come le corsie in piscina, e peggio.

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