Cina: con la scusa del virus perseguitano i cristiani

La nuova ondata repressiva va di pari passo con le responsabilità sempre più palesi del regime comunista sull’epidemia che sta uccidendo il mondo

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Come vanno esattamente le cose in Cina? A saperlo! Oramai da noi vengono diffuse soprattutto le immagini degli aerei-cargo che arrivano carichi di mascherine e gel che non è quanto rispettino i nostri standard sanitari, ma si sa quanti milioni sono stati pagati dal nostro ministro Di Maio.

Mentre in tutta Europa si protesta per le forniture avariate made in China, da Wuhan arrivano immagini di ritorno alla “normalità” se tale può essere definita la montagna di urne cinerarie che smentisce in un sol colpo i numeri sui morti da coronavirus.

E’ passata alla chetichella, invece, la “notiziola” che proprio nella città-simbolo del coronavirus non solo hanno ripreso a viaggiare i treni ma anche i contagi: i casi sarebbero 31, numeri un po’a casaccio, tanto per cambiare, ai quali uno dà la stessa importanza dell’esistenza della Befana.

Di certo, tutto quello che arriva da laggiù viene censurato in partenza e accettato acriticamente da noi europei. Le voci libere restano poche, per cui vale davvero la pena ascoltarle. Come quella del giornalista e politologo Willy Lam.

In una intervista concessa alla “Jamestown Foundation” (tradotta e portata in Italia da AsiaNews) spiega che: «se il regime avesse raccontato la verità sull’epidemia di coronavirus, in Cina ci sarebbero state molte meno vittime». Parole come pietre quelle di Lam, che poi aggiunge: «Nel corso della crisi epidemica, centinaia di informatori e altri pionieri della società civile hanno subito un trattamento brutale da parte dell’apparato di sicurezza del regime. Oltre a imporre misure di censura draconiana, le autorità hanno arrestato centinaia di professionisti, medici, giornalisti indipendenti e “giornalisti-cittadini” per aver detto la verità sul web».

A pagare le conseguenze di questo comportamento del partito-Stato sono, ancora una volta, i cristiani: la persecuzione da parte del regime comunista cinese oramai è una costante ma quando scattano certi frangenti della Storia, ecco che scatta la persecuzione. L’attuale pandemia è un altro di quegli eventi che il regime di Pechino sta cavalcando per distruggere lo spirito religioso del Paese (e, a quanto pare, l’esempio è seguito anche da noi…).

Per riuscire a sapere le cose come stanno occorre cercare le corrispondenze semi-clandestine, come quella di Todd Nettleton, portavoce di The Voice of Martyrs (una organizzazione non governativa che aiuta i cristiani perseguitati nel mondo). Il quadro che traccia Nettleton in una intervista all’americana Fox News parla di chiese demolite e croci rimosse, avvalorato da alcuni video che dimostrano l’operato dei solerti funzionari locali del partito.

A questo punto è il caso di dare la parola a un testimone ancora più diretto di quello che sta accadendo in Cina, e qui le sue parole diventano macigni. Si tratta dell’arcivescovo di Yangon, cardinale Charles Bo che, sul sito internet della diocesi e grazie alla ripresa fatta, anche in questo caso da Asianews, scrive: «Il regime del Partito comunista cinese è il primo responsabile della pandemia (con danni prodotti) alle vite in tutto il mond» ma, soprattutto, allo stesso popolo cinese «prima vittima del virus e prima vittima di questo regime repressivo».

La prima responsabilità del regime e del segretario generale del partito comunista, Xi Jinping, è stata quella di sapere in anticipo, ma di aver fatto finta di non niente. Già a dicembre 2019 sapeva che il coronavirus non era un raffreddore, eppure Pechino ha aspettato la fine di gennaio per isolare Wuhan e la regione dello Hubei. Inoltre: «se la Cina avesse agito in modo responsabile due o tre settimane prima, il numero dei contagiati dal virus sarebbe stato minore», ha aggiunto Bo, prendendo a riferimento studi scientifici dell’Università di Southampton.

Dicembre 2019. Forse non è un caso che proprio in quel periodo sia scattata la “seconda rivoluzione culturale” che Xi Jinping ha lanciato contro tutto ciò che potrebbe “deviare” dall’ideologia veicolata dal Partito. Primo atto della nuova rivoluzione: bruciare i libri religiosi, opprimere la libertà religiosa e distruggere chiese,

Questa è la Cina con cui Di Maio fa affari, invece che chiedere risarcimenti? Questo il “modello” da imitare, invece che denunciarne le menzogne?

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