Per gestire la crisi ci volevano i militari

Intervista all’ammiraglio Nicola De Felice che spiega cosa avrebbe dovuto fare un governo serio per affrontare la battaglia contro il coronavirus

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In Italia scarseggiano le protezioni individuali, soprattutto per i sanitari impegnati in prima linea, con rischi altissimi di contagio. L’Inps non riesce neppure a far funzionare il suo sito, le banche hanno chiuso i rubinetti e mentre centinaia di migliaia di famiglie incominciano a sentire il morso della fame dopo un mese di attività produttive bloccate… che fa il governo?

Elargisce milioni di euro a Stati stranieri con una rapidità eccezionale. Soldi che sarebbe stato più opportuno indirizzare verso priorità urgenti, a difesa di vite umane o di famiglie in difficoltà e che hanno, invece, preso la via della Bolivia (21 milioni di euro) o della Tunisia (50 milioni di euro).

Nei prossimi giorni, poi, tanto per non farci mancare nulla, verranno stanziati 500 milioni di euro per la cooperazione internazionale… Poi ci tocca andare con il cappello in mano e bussa alla porta della UE, che ogni aiuto ce lo farà pagare in termini di sudditanza.

Dinamiche incomprensibili, che ci hanno spinto a cercare di capire qualche cosa in più chiedendo il parere dell’ammiraglio Nicola De Felice, il quale, grazie a una lunga carriera di primo piano ai vertici della Marina Militare Italiana e dello Stato Maggiore della Difesa ha maturato una notevole esperienza di scenari geopolitici e di rapporti internazionali.

Ammiraglio, c’era tutta questa urgenza di regalare 71 milioni di euro a Tunisia e Bolivia?

«Credo proprio di no. Non eravamo neanche obbligati a farlo e oggi ci sono altre priorità emergenziali. L’unico dubbio che mi rimane riguarda la Tunisia, che potrebbe avere ricevuto questi soldi in cambio di un diverso atteggiamento restrittivo nei confronti dei clandestini che attraverso i suoi mari cercano di raggiungere le nostre coste. Per la Bolivia non saprei assolutamente dare spiegazioni di così tanta generosità».

In relazione ai 500 milioni per la Cooperazione Internazionale?

«La Cooperazione Internazionale può essere fatta di tanti accordi, utili e strategici all’interesse della nostra nazione. Accordi in ambito militare o fondamentali per gli interessi commerciali di aziende italiane o comunque di interessi nazionali. Bisognerebbe verificarne la natura e lo scopo, soprattutto in un momento di emergenza come quello che sta vivendo l’Italia. È logico che un’elargizione di denaro fuori dalle motivazioni che ho citato è difficilmente comprensibile, una somma così grande potrebbe esserci veramente molto utile all’interno dei confini nazionali sia in relazione alla Sanità che a una economia che deve ripartire il prima possibile».

Come è stata gestita secondo lei la crisi del Covid-19?

«All’inizio di tutto il processo di contaminazione abbiamo assistito a una totale incapacità da parte di alcuni politici italiani, soprattutto in ambito governativo, di comprendere realmente che cosa stava succedendo. Alcuni esponenti parlavano addirittura di razzismo o di abbracciarsi con cittadini stranieri, oppure hanno fatto party, aperitivi e cene solidali tutti insieme, cercando di evidenziare l’assoluta “leggerezza” con cui bisognava prendere il contagio che si stava scatenando. Indicavano l’opposizione al governo, come la costruttrice di false paure, totalmente infondate. Bisognava, secondo membri della maggioranza di governo, continuare a vivere serenamente, senza troppi condizionamenti. Tutto questo, mentre i governatori del Nord Italia lanciavano già allarmi accorati. Purtroppo, in certi sindaci del PD è prevalsa questa linea culturale e i risultati in certe città governate da questo partito, sono sotto gli occhi di tutti».

Come era possibile reagire dopo i primi drammatici segnali di contagio?

«La responsabilità di gestione di una crisi è coordinata dall’Organizzazione Nazionale per la Gestione delle Crisi (ONGC), che definisce la composizione e le attribuzioni degli organi decisionali e del consesso interministeriale di supporto per l’adozione delle misure di prevenzione, risposta e gestione della situazione di una crisi. Applicando questa metodologia al verificarsi del contagio da coronavirus, il governo avrebbe potuto avviare immediatamente un complesso di attività che avrebbero coinvolto una molteplicità di organi decisionali, di coordinamento e di gestione.

L’azione di coordinamento degli sforzi avrebbe potuto essere assegnato all’ONGC, le cui funzioni sono regolate dal DPCM del 5 maggio 2010. Trattandosi di un intervento rivolto a ripristinare specifiche funzionalità, sarebbe risultato vitale, definire prima una strategia di “ingaggio” della crisi nell’ambito della quale si sarebbe dovuto definire lo “stato finale” desiderato che avrebbe dovuto descrivere compiutamente le condizioni ritenute accettabili (e sostenibili) al termine dell’intervento. Si sarebbero potuti chiaramente individuare i domini di interesse che costituiscono il “dominio di ingaggio” della crisi ed il teatro delle operazioni».

Sembra uno scenario di guerra…

«È un vero e proprio scenario di guerra, perché è di una guerra che si tratta. Il nemico è insidioso ed invisibile e noi dobbiamo mettere tutte le nostre forze in campo per annientarlo nel più breve tempo possibile. È una crisi con caratteristiche particolari ma gli elementi su cui agire per la prevenzione e risoluzione sono essenzialmente gli stessi, dal ripristino della sicurezza sanitaria all’ordine civile, al riavvio del processo politico e la ripresa della vita sociale ed economica.
Come in ambito Difesa, saremmo ancora in tempo per attivare il processo di definizione delle strategie di impiego attraverso il Comitato Politico Strategico (COPS), che potrebbe seguire gli sviluppi attraverso il Nucleo Interministeriale Situazione e Pianificazione (NISP).
Alle riunioni del COPS dovrebbe partecipare il Capo di Stato Maggiore della Difesa, per evitare il mancato coordinamento con le Forze Armate, come invece è successo il 7 marzo scorso al momento della chiusura del Nord e la conseguente fuga di tantissimi verso Sud… A parer mio, l’ennesimo errore importante nella gestione dell’emergenza».

Invece Conte “tentenna” si è affidato a degli “yesman” come il capo della Protezioen Civile, Borrelli o, peggio ancora, al Commissario per l’emergenza, Arcuri. Anche qui, purtroppo i risultati sono sotto gli occhi di tutti in termini di inefficienza e, purtroppo anche di morti.
Intanto in Europa… Ne riparleremo domani.
(1 – Continua)

 

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