Gli andati avanti, e i rimasti

Lettere da un paese chiuso 42

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Se dovessimo convivere con le stragi, e dovessimo dare loro un nome, questa sarebbe la strage dei nonni. Ieri la mia nipotina ha compiuto dieci mesi. Ho pensato al 3 giugno, al suo compleanno, e a cosa faremo quel giorno. Mi stavo avvilendo, pensando alla torta, ai palloncini, a suo padre che lavora in terapia intensiva, a lei che tutte queste cose non le sa, e forse pensa che i grandi abbiano sempre portato le mascherine, tranne quando devono soffiare sulle candeline. Poi mi sono calmato, pensando che in fondo ha ancora tre nonni e siamo ancora qui, non si molla. Però poi il pensiero è scivolato verso i nipoti che hanno perso i nonni, adesso. Quei nonni che, per dirlo con la lingua degli alpini, sono andati avanti.

Non saprei raccontarli meglio di come ha fatto ieri un amico di questa pagina, Fulvio Marcellitti. Lo ricopio qui, questo messaggio che per molti di voi si sarà perso tra i tanti, scritto dopo aver visto un’altra colonna di camion militari che lasciavano Bergamo.

”Se ne vanno. Mesti, silenziosi, come magari è stata umile e silenziosa la loro vita, fatta di lavoro, di sacrifici. Se ne va una generazione, quella che ha visto la guerra, ne ha sentito l’odore e le privazioni, tra la fuga in un rifugio antiaereo e la bramosa ricerca di qualcosa per sfamarsi. Se ne vanno mani indurite dai calli, visi segnati da rughe profonde, memorie di giornate passate sotto il sole cocente o il freddo pungente. Mani che hanno spostato macerie, impastato cemento, piegato ferro, in canottiera e cappello di carta di giornale. Se ne vanno quelli della Lambretta, della Fiat 500 o 600, dei primi frigoriferi, della televisione in bianco e nero. Ci lasciano, avvolti in un lenzuolo, come Cristo nel sudario, quelli del boom economico che con il sudore hanno ricostruito questa nostra nazione, regalandoci quel benessere di cui abbiamo impunemente approfittato.

Se ne va l’esperienza, la comprensione, la pazienza, la resilienza, il rispetto, pregi oramai dimenticati. Se ne vanno senza una carezza, senza che nessuno gli stringesse la mano, senza neanche un ultimo bacio. Se ne vanno i nonni, memoria storica del nostro Paese, patrimonio della intera umanità. L’Italia intera deve dirvi GRAZIE e accompagnarvi in quest’ultimo viaggio con 60 milioni di carezze…❤️🙏”. Grazie, Fulvio.

Qualcuno aveva qualche anno più di me, qualcuno era della mia classe, come si diceva una volta, qualcuno era più giovane. Sono nonni strani, quelli di adesso. Perché invecchiano un po’ meglio di una volta, quando riescono a invecchiare (i miei figli non hanno fatto in tempo a conoscere mio padre). E dunque sono tanti, mentre i nipoti sono pochi, perché ne nascono di meno, perché non se ne fanno molti. E io non so spiegare cosa voglia dire essere nonno, perché lo sono da poco. Posso solo dire che ti dà il senso di aver fatto qualcosa nella vita, che qualcosa hai costruito e lasci dietro di te, non case o soldi, ma qualcosa di più. E posso spiegarmelo solo con un banale episodio, quella volta che passai a prendere mio figlio, piccolo, che era stato qualche ora a casa di mia madre. La stanza in cui aveva giocato – ed era la stessa in cui avevamo giocato io e mio fratello, bambini- era in un disordine indescrivibile. Allora dissi a mia madre, che è stata una splendida madre ma che era stata anche prodiga di sberle, che doveva fargli mettere a posto le cose. E lei mi fece: “No. Io ho già faticato a educare te. Adesso mi diverto”. Mi aveva spiegato bene quello che adesso ho capito: l’amore sollevato da preoccupazioni, da impegni, con il tempo libero per i nipoti che non hai avuto per tuo padre e tua madre, e neanche per i figli, quando la gioventù, il lavoro e la fretta ti portavano via.

Mi sono chiesto che ne sarà di noi vecchi, quando riaprirà l’Italia, e però, essendo a rischio saremo invitati a non andare nei giardinetti riaperti, né a dirigere con lo sguardo i cantieri di nuovo al lavoro, e forse neppure le bocce, le carte, e comunque sempre a scansare i nipoti potenziali portatori. Quanto ai giovani e alle età produttive, quelle ti scansano comunque, virus o non virus. Il peggio sarà scansarci tra di noi, che è come scansarsi dai ricordi di una generazione.

Ricordi che si sono fermati sugli annunci funebri dei giornali: guardi i nomi e capisci che è quella generazione, nomi antichi e sobri. Capitasse un virus fra cinquant’anni, se ne andrebbe una generazione di vecchi tatuati e con la H nei nomi degli annunci mortuari.

E allora, in ricordo di quelli che se ne sono andati, e in omaggio a quelli che restano, voglio ricordare che siamo stati anche noi nipoti, e voglio raccontarvi dei miei nonni. O, meglio delle mie nonne. Perché i maschi, Luigi e Antonio, non ho fatto tempo a conoscerli. Una nonna, Matilde, l’ho conosciuta bene. Viveva a Trieste, e parlava un italiano strano perché era nata in Austria. Lavorava come cameriera sulle navi del Lloyd – con sussiego lei faceva notare cameriera di prima classe – e aveva lavorato anche in gravidanza, sicchè mia madre nacque su una nave, qualche ora prima di rientrare a Trieste, nelle acque di Venezia.

Non è stata una nonna con i gomitoli e i ferri, anzi. Però mi raccontava dei suoi viaggi, e ricordo ancora un Natale che lei non c’era perchè la nave era stata danneggiata da un tifone ed era in Estremo Oriente per riparazioni. In questo senso è stata una nonna fantastica, che mi raccontava di quando Ghandi aveva viaggiato sulla sua nave, dormendo sul ponte e nutrendosi del latte di una capretta, e dei bambini neri e lucidi che si immergevano nelle acque infestate da squali per prendere una moneta lanciata dal parapetto, e riemergere sorridendo ai signori con la moneta stretta tra denti bianchissimi.

Una nonna che sapeva cos’era l’ananas e aveva volato in aereo. Mi dispiace non aver conservato le sue cartoline, ero collezionista di francobolli e le tagliuzzavo tutte, ma esistono nella mia testa, come posti che non esistono più, Tanganika o Bombay. E forse sono esistite nel mio lavoro, anche se non sono riuscito a fare il marinaio: i grandi bastimenti – il Conte Rosso, il Conte Verde, Saturnia, Biancamano – erano finiti e le crociere dovevano ancora arrivare (e chissà che adesso con il coronavirus, appartengano al passato anche loro, la loro innocenza, e i loro posti di lavoro).

Dal punto di vista della tradizione, mia nonna è stata per me imbarazzante: era divorziata (in Austriaungheria si poteva), madre single, e si sposò l’ultima volta con un uomo che non mi era simpatico nella chiesa vicino al mio liceo. Mi ricordo ancora che durante il matrimonio guardavo l’orologio che l’uomo non simpatico mi aveva regalato alla cresima cercando di conquistarmi senza riuscirci:

temevo che l’uscita dalla chiesa coincidesse con l’ora di ricreazione della mia scuola, vallo a spiegare che tua nonna si doveva sposare, ecco i motivi famigliari della tua assenza, quella mattina.

L’altra nonna, non so se dire che l’ho conosciuta, oppure no. Perché la mia nonna vera, Maria Pace, lucana di Pescopagano, non c’era più, da tempo. Mio nonno si era risposato, e mio padre chiamava la sua matrigna zia Elisa. All’oscuro di queste sottigliezze, confondevo zia Elisa, un po’ più vecchia, in mezzo a tutti gli altri zii di Napoli, una famiglia dei Quartieri, rumorosa e amorevole. Fu quando avevo nove anni e passai un mese a Napoli, nel 1957, che capii che se lei era la madre di altri zii, doveva essere mia nonna. Così la chiamai nonna, mentre stava cucinando, e lei si mise a piangere. Doveva avere il pianto facile, quella santa donna che ha attraversato guerre e miseria, ricreazioni (faceva la bidella) e funerali (era restata vedova con sette figli). Perché mi racconta mio fratello che quando faceva il Car ad Avellino, scendeva a Napoli vestito da bersagliere. E nonna Elisa gli metteva davanti un gran piatto di spaghetti, a qualunque ora del giorno. Si sedeva dall’altra parte del tavolo, lo guardava mangiare, e piangeva in silenzio, forse per la soddisfazione di essere nonna, e di un bersagliere. Quando tornai a casa, mio padre mi chiese com’era andata. Gli dissi che Napoli era bellissima , e che avevo chiamato nonna zia Elisa. Mi rispose solo che Napoli non era più quella di una volta, e mi fece una carezza ruvida, povero ragazzino che non sa cos’era Napoli una volta, e si prende le nonne che trova.

Di nonna Maria, la nonna che non ho mai conosciuto, resta una sola fotografia che abbiamo ereditato da nostro padre, l’ha tenuta per una vita sul comò, ed è quella che vedete. Una donna dai capelli neri raccolti dietro, gli zigomi alti, il sorriso imbarazzato di chi forse viene fotografato per la prima volta, ed è anche l’ultima. Di nonna Matilde mi resta un libretto con l’inglese per camerieri di prima classe.

A pensarci bene, non ricordo come morirono le mie nonne. Mi ricordo il funerale di Matilde, e le lacrime di mia madre. Però non ricordo di cosa morì, e in realtà non so di cosa morirono nonna Maria e nonna Elisa, né Luigi e Antonio che non riesco a chiamare nonni perché non ho mai pronunciato quella versione maschile del sostantivo. Forse non lo dicevano a noi ragazzi, o noi non prestavamo attenzione, o forse si moriva di vecchiaia, e basta. Bei tempi.

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