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Lettere da un paese chiuso

L’ultimo accenda la luce

https://www.bild.de/video/clip/news-inland/litalia-il-paese-pi-colpito-dalla-catastrofe-del-corona-siamo-con-voi-wir-sind-b-69796188-69799274.bild.html

A modo loro sono stati generosi, quelli della Bild, il principale quotidiano tedesco. Siamo fratelli, hanno detto, piangiamo i vostri morti, non dimentichiamo la vostra cucina, il vostro mare, le vostre canzoni. Gentili luoghi comuni, si può obiettare, tranne la citazione silenziosa da Goethe: das Land, wo die Zitronen blühn, la terra dove fioriscono i limoni.

Opere di bene, cioè prestiti ai fratelli spendaccioni, non fiori, si può aggiungere. Ma un giornale tedesco non avrebbe avuto difficoltà a descrivere la tragedia italiana con un tocco di commedia, raccontata a sopracciglio alzato, e con affettuosa curiosità antropologica verso il nostro folklore: il sito dell’Inps, guidato dal padre del reddito di cittadinanza, che va in tilt indirizzando le domande a un certo Angelo che diventa famoso suo malgrado.

Forse c’erano hacker anche nel pasticcio dell’uscita con bambino, dal ministro dell’Interno ai chiarimenti della Protezione Civile, al messaggio televisivo del premier. Le autocertificazioni a raffica, le lenzuolate per il reddito di quarantena, le mascherine che mancano, e qui la commedia sfuma per diventare solo tragedia: il numero dei morti in assoluto e il numero di operatori sanitari morti o contagiati. Certo, avrebbero potuto scrivere altro, fare un reportage come quello del New York Times dagli ospedali di Bergamo:

un racconto crudo, duro, senza giudizi: la realtà. delle morti in corsia e a casa. Mi sono chiesto cosa farei io, da vecchio giornalista, se fossi ancora in età e con abbastanza difese immunitarie da andarmene in giro. Forse proverei a raccontare quel che si perde, dove una generazione se ne sta andando in un colpo solo. Proverei a raccontare la morte di Valter Consonni, l’alpino che era stato uno dei padri dell’ospedale da campo dell’Associazione Alpini, ideato dopo il terremoto del Friuli, e l’aveva portato ovunque servisse, dall’Armenia alla Valtellina. E’ morto nell’ospedale di Vimercate, nella sua Bergamo non c’era ancora il “suo” ospedale da campo. O l’ultimo giorno di Mario Pagani, la cui ditta ha restaurato le campane di mezza Italia, e ora nel suo paese, hanno suonato a morto per lui.

O il silenzio di Emilio Carenini, 83 anni, una vita da muratore in Svizzera, il più grande esperto di uccelli da richiamo – merli, tordi, fringuelli- della Valle Imagna, e adesso che tutti diciamo che l’assenza di traffico ha fatto spazio al canto degli uccelli, se n’è andato. O di Ezio Matta, 57 anni, istruttore di boxe, chiamato a Grumello il gigante buono. Al Giovanni XXIII l’avevano intubato. Poi era stato portato in Germania, per liberare un posto letto. E’ morto a Lipsia, una cosa che neanche nelle fantasie più nere avrebbe potuto immaginare. O forse me ne starei in uno di quegli ospizi assediati come una fortezza dei tartari, a registrare il racconto dei vecchi prima che se ne vadano, come Spielberg ha fatto con i sopravvissuti della Shoah prima che se ne andassero. Chiederei cose più piccole: la loro infanzia, la naja, le scuole, l’amore, la famiglia,le ricette, i giochi, il momento più bello.
Farei tutto, e però con qualche diffidenza le conferenze stampa e le interviste ai politici. Però qualche domanda da fare l’avrei.
Abbiamo (uso il plurale per evitare polemiche) fatto due sbagli, finora:

-sottovalutare il pericolo all’inizio, quando sarebbe stato possibile circoscrivere i focolai è stato il primo errore. E le misure restrittive sono, di conseguenza, arrivate tardi.

– il secondo errore è stato pensare che il fronte di guerra fossero gli ospedali, che invece erano le retrovie. Infettate da ricoveri di ignari contagiosi, con medici e infermieri sprovvisti di protezione. Negli ospedali curi, rendi meno dolorosa la morte, ma non vinci la guerra, se va bene stai dietro ai suoi danni. Il fronte dovevano essere i focolai, e i depositi del nemico: noi tutti. Per attaccarli non c’è altra strada che la cura a domicilio ai primi sintomi (ma cura vera, non telefonate, a Piacenza portavano i medicinali a casa) e l’individuazione dei portatori asintomatici: noi che inseguiamo il virus, non il virus che insegue noi.

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Ci hanno insegnato parole nuove: picco, plateau, indice di contagiosità, mortalità, letalità. Eh, niente: con prudenza, ma hanno già acceso il giallo che precede il verde, per calmarci o per sussurrare all’orecchio del cavallo dell’economia, che resterà azzoppato comunque. Ci devono ancora spiegare l’epidemia di ritorno, come è successo a Hong Kong. Ci spiegano il paziente R con 0, ma ci spiegano meno che cosa succederà fino a quando ci sarà anche un solo contagioso asintomatico, che contagia in silenzio e involontariamente. Ci fanno capire quello che tutti capiamo: non possiamo chiudere tutto a lungo.

A me sembra, in attesa del vaccino – a patto che i 60 milioni di italiani non li debba vaccinare l’INPS, capace che vaccinano migliaia di volte il povero Angelo V. – che l’unica soluzione siano i tamponi. Quelli naso faringei: non sono definitivi, puoi essere contagiato il giorno dopo il tampone, ok, ma intanto restringi il cerchio dei contagiatori involontari. E i test sierologici, che stanno sperimentando in Veneto, su migliaia di operatori sanitari : ti dicono se hai nel sangue gli anticorpi del virus. Se li hai, e se non ci sarà ricaduta, puoi andare a lavorare, rispettando comunque le distanze. Altrimenti il distanziamento sociale è eterno. Perché, decreto dopo decreto, non decretano i tamponi per tutti ? Perché non si costruiscono laboratori da campo ?

Perché non si reclutano e non si istruiscono tecnici da campo ? Quanto costa ? E se magari investissimo in tamponi, non spenderemmo meno che mesi e mesi di oboli ? Un’azienda italiana, la Diasorin, che ha un centro di ricerca nel varesotto, ha messo a punto un macchinario che riduce i tempi di analisi del tampone a 60 minuti. Sì, lo so, ci sono margini di errore nel tampone come nel siero (il siero però ha il vantaggio di costare 10 euro). Costa troppo, non è possibile ? La tedesca Bosch in sei settimane ha realizzato un dispositivo diagnostico molecolare automatizzato (non servono analizzatori, nessun rischio) che svolge l’esame del tampone in 2 ore e mezzo. Perché non si prova a dimostrare alla Bild che non siamo solo spaghetti, mare e canzoni ? Le risposte devono darle i tecnici, che naturalmente brancolano anche loro in un terreno nuovo e accidentato. Ma le scelte e le risposte, rispetto alla spesa, in relazione alla sopravvivenza economica e sociale, spettano alla politica.

Se no, diamo un altro nome alla Fase 2 e alla Fase 3 descritte in conferenza stampa.
La Fase 2 non sarà, garbatamente, la fase della convivenza con il virus con aperture graduali, sarà quella in cui l’epidemia finisce il suo lavoro, cancella i deboli e fortifica i forti, che mi sembra il modello svedese. La fase 3 sì, sarà quella della ricostruzione, quella in cui potremo dire andiamo avanti, si riparte alla grande. Magari mi sbaglio, ma non mi piace essere illuso. Mi ha sempre turbato, il sapore delle ultime cose. Perché le prime le ricordi. Le ultime, non sai: l’ultima volta che hai visto una persona, l’ultimo reportage a Maloula, in Siria, quando pensavi che non ti avrebbe ucciso un cecchino, ma l’infarto: non sapevi che sarebbero state le ultime volte. E anche l’ultimo morto di una guerra, che magari arriva a cessate il fuoco già firmato.

Scopriremo il paziente 0, non il paziente ultimo, saremo già indaffarati in altro. Un morto che non sa di essere l’ultimo, un morto che gli altri stanno già abbracciandosi e cantando di gioia, un morto fuori tempo massimo, ancora un’ora e ce l’avrebbe fatta. L’ultimo morto, quello che accenderà la luce.

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