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Lettere da un paese chiuso

IL SILENZIO DEGLI AIUTANTI

Domenica ero con il cane sotto casa, e si è fermato uno in bicicletta. Nonostante la mascherina, i gesti e l’abbigliamento non lasciavano dubbi: un cameramen di Mediaset, Carlo. Dove vai ? Estrae dalla tasca due scatole di cartoncino e una carta: i medicinali per la mia vicina, vado a prenderglieli. “Bravo”. “No, macchè. Così ho la scusa per uscire ”. Ha riso e ha pedalato via.
Ho avuto spesso a che fare con la morte, con il mio lavoro. Ma c’era la telecamera, a fare da scudo. Ci sono delle immagini che non dimenticherò mai: un uomo ucciso con una pistolettata alla testa, in Salvador.

L’enorme magazzino di Tuzla nel quale erano stivate in sacchi bianchi i resti di migliaia di vittime, ognuno con un sacchetto di nailon che conteneva un orologio, un documento stropicciato, un paio di occhiali, qualunque cosa potesse servire a identificarli), le sale in cui cercavano di dare un’identità alle vittime dello tsunami, e la mascherine di allora, per me e per Salvo, erano due batuffoli di cotone infilati nel naso, dopo averli imbevuti di un profumo non di marca. Ovunque, accanto alle figure professionali di anatomopatologi o infermieri, c’erano dei volontari. Come quelli che accolgono le bare di Bergamo a Gemona del Friuli.

E’ stato quella l’ultima volta in vita mia, in cui ho fatto il volontario. Prima ero andato, da studente liceale a spalare fango nell’alluvione di Latisana, perché non avevamo l’età di andare fino a Firenze. A Gemona, come in tanti altri paesi, facevo un volontariato superfluo. Raccoglievo al mattino le copie di giornali che il distributore ci regalava, le caricavo su un Range Rover che ci avevano prestato, e facevamo chilometri, tendopoli dopo tendopoli, perché gli anziani avessero qualcosa da leggere. Poi incominciarono ad aprire le edicole, e lasciammo il posto al ritorno lento della normalità. Ci ho pensato tante volte, quando capivo che il giornalismo serviva a poco.

Ah se fossi medico… ah se fossi ingegnere, o anche solo un meccanico….e le poche volte che ho aiutato qualcuno è stato trascurando di fare il giornalista. Per quanto rimanga convinto di aver aiutato molta gente, con il microfono e la telecamera, semplicemente facendoli sentire meno soli per un momento, consentendo loro di sfogarsi, o di piangere o di urlare la rabbia. Non ho cambiato nulla, diciamo, non ho migliorato il mondo: ho messo qualche cerottino, e ho fatto loro compagnia, diciamo. Un po’ quello che sto facendo con voi con queste Lettere. Che, è ovvio, fanno compagnia anche a me. E non so neppure dire se la sofferenza migliori, oppure no.

Non so come ne usciremo: se migliori o peggiori, o sempre uguali, anche se il mondo sarà cambiato. La mia esperienza di reporter di guerra non serve. Ricordo la corriera che mi portò via da Sarajevo, quando c’era la certezza che era finita. C’era un odore di mandarini, tra i sedili e i vetri appannati, quella mattina presto, ma si capiva che il dopoguerra non sarebbe stato un abbraccio a Times Square, né un bacio nella Parigi liberata. Non c’è stato un dopoguerra in Somalia, né in Iraq, nè in Afghanistan.

E non so se noi smetteremo di essere un’Italia incattivita, che scambia le passioni politiche per passioni civili, e coltiva un egoismo onnipotente. Certo non smetteremo di essere burocratici, anche dopo aver scoperto lo smart working, le autocertificazioni, le ricette elettroniche. Ma se c’è una speranza che non solo ne usciremo, ma ne usciremo migliori, non risiede solo nei medici, negli infermieri, nei militari o nei poliziotti, nei carabinieri o nei vigili del fuoco, nei camionisti e negli inservienti dei supermercati, o in chiunque stia continuando a fare il suo dovere, e qualcosa di più. Quella speranza sta nei volontari. Tutti i volontari, da quelli che costruiscono un ospedale da campo, fino a quelli che si prendono cura degli animali di chi, ricoverato, ha lasciato un amico a casa. Ho spesso polemizzato con alcune ONG, ai tempi dell’Iraq. Perché non condivido l’idea di volontariato come penitenza per le colpe dell’occidente, né come una militanza politica, per quanto sappia distinguere chi fa da chi parla.

Ho sempre detto che l’aiuto in posti lontani ha il richiamo esotico dell’avventura cui anch’io sono sensibile, ma bisogna guardare pure il pensionato in difficoltà accanto a casa tua. Forse per questo mi ha colpito, come un fermo immagine, la scena di un alpino, un volontario di Emergency e un ultrà dell’Atalanta al lavoro insieme per costruire l’ospedale da campo di Bergamo: è come se fossimo cambiati in meglio. Gli alpini non ne avevano bisogno, certo. E neanche i bergamaschi. A me ricordano un prete che non c’è più, e conobbi a Quetta, il caposaldo talebano in Pakistan. Don Pietro, salesiano, in realtà era veneto di nascita e piemontese di accento. Viveva in uno stabile che portava i segni di qualche fucilata di scherno, e organizzava scuole per bambini e bambine. Separati, ma era già un miracolo che andassero a scuola. Quando gli chiesi come ci fosse riuscito (dovete immaginare delle costruzioni malridotte, banchi polverosi, classi numerose, il prodigio di qualche quaderno, qualche matita, una lavagna), mi disse che semplicemente offriva una refezione, e allora anche i più tradizionalisti mandavano a scuola le bambine, per avere in casa una bocca in meno da sfamare. Prima di salutarci, e ormai avevamo fatto amicizia, gli feci una domanda più diretta: “Don Pietro, ma tu non fai il missionario, non puoi fare proselitismo, dici una messa all’alba per pochi cristiani da catacombe, pure il segno della croce si deve farlo di nascosto, qui, che senso ha ?”. Mi rispose con un sorriso che non ho mai dimenticato, e maggior ragione perché non sono un uomo di chiesa: “Io non predico nulla, mi farebbero fuori il giorno dopo. Mi comporto da cristiano e chi vuole capire capisca”.

Insomma, se ne usciremo un po’ migliori, è grazie ai piccoli gesti. I dieci volontari di Milano che servono i pasti ai senzatetto all’Opera Cardinal Ferrari. I senza tetto sono in genere anziani. Uno dei volontari è un eritreo in Italia da quattro anni, il suo lavoro in Fiera, a Rho, è fermo: “Mi fa piacere aiutare. Voi italiani siete stati buoni con me, mi sembra giusto ricambiare”.
C’è una specie di volontariato che è la rinuncia al profitto.

Una mascherina protettiva realizzata con stampante 3D che ha la caratteristica di essere flessibile e si adatta perfettamente al viso. È questo l’ultimo progetto realizzato dall’associazione «Give me a hand» del bergamasco William Amighetti, un preparatore atletico che da anni manda nel sudest asiatico protesi per bambini mutilati dalle bombe antiuomo. La mascherina, denominata Polly-1, ha due filtri, è flessibile ma nello stesso tempo, aderendo al volto, garantisce protezione. Lo standard è quello FFP3, ma in questo momento è lungo e difficile ottenere la certificazione CE. Ma intanto la «scheda tecnica» con le caratteristiche e lo schema del prodotto verrà pubblicata in rete e messa a disposizione liberamente, in modo che tutti possano replicare la protezione: “Potremmo metterci a produrre e a vendere queste mascherine, guadagnando parecchi soldi ma non è ciò che ci interessa. Il nostro intento è di dare una mano a tutti in questo momento cosi difficile”.

Pubblicità. Scorrere fino a continuare la lettura.

Non occorre essere inventori: in Valle di Scalve sono 130 i volontari che affiancano un medico e un infermiere dell’Esercito, che hanno sostituito i medici di base ammalati, per i tamponi a domicilio, per andare a prendere i dimessi dagli ospedali. Quelli che distribuiscono la spesa a domicilio, o le ricette mediche e i farmaci a casa, o le mascherine fatte dalle donne in ogni paese.
Il Gruppo alpini di Oneta Cantoni in collaborazione con la pizzeria La Rustica ha consegnato in omaggio una pizza a tutti gli abitanti chiusi in casa, 250 pizze. In un contenitore di cartone con la scritta. “Buon appetito. E Mola mia”: non si molla.

Il territorio del comune è vasto, e la pizza è stata anche un’occasione per vedere se tutto era a posto, nelle case isolate. Ma siccome il pane va bene, ma ci vogliono anche le rose, il Gruppo degli alpini di Colere, insieme ai medicinali, ha portato nelle case degli anziani, con le medicine, anche dei fiori. Me le immagino, quelle vecchie nonne omaggiate da un mazzolino: la galanteria aiuta a tenere duro.

Volevo mettere, ad accompagnare queste righe, una fotografia del “mio” camaraman, Salvo La Barbera. Con una divisa rossa sgargiante, impugna un sacchetto di generi alimentari come un tempo impugnava la telecamera. Però lo stesso stile un po’ ballerino un po’ da torero nell’evitare gli ostacoli e sgusciare qua e là. Distribuisce cibo nel palermitano, a chi ne ha bisogno. Invece ho messo il video di un medico che, cotto da una giornata di lavoro (che per lui sono le ecografie ai pazienti allettati per il Covid) , si mette a suonare un pezzo dei Queen nella hall dell’ospedale di Varese. La musica, che a casa è anche un modo per stare insieme alle sue figlie, di un anno e due anni e mezzo, lo aiuta nei momenti di stress. Voi direte: bel pezzo, un medico eroe, ma è il suo mestiere, non è un volontario. Giusto. Però il pianoforte nella hall l’ha messo, un anno fa, la onlus “Il circolo della bontà”. In questi giorni, invece, hanno raccolto 350.000 euro per acquistare respiratori. Abbiamo mandato i medici e gli infermieri in prima linea così come abbiamo mandato gli alpini in Russia: con le scarpe di cartone. I giornali pubblicano le parodie dei sondaggi elettorali: il gradimento sulle decisioni del governo. L’unica percentuale interessante, di questi tempi – ovviamente al di fuori di quelle relative al contagio- è quella del volontariato. I volontari in Italia sono più di sei milioni, il 12,6% della popolazione. Erano, prima. Perché adesso, se contiamo i piccoli gesti, l’aiuto silenzioso di tanti, le grandi risposte agli appelli per medici e infermieri volontari, adesso sono molti di più. Speriamo che stavolta i generali e i ministri prendano esempio dai sergenti nella neve.

Il medico pianista, in divisa e mascherina, è Christian Mongiardi, giovane ecografista che sceso con due colleghi per mangiare un panino, ha trovato lo spacc…
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