/

La trappola di Esaù

L’Italia e la competizione tra gli Stati al tempo del COVID19

tempo di lettura 8 minuti

Nel libro della Genesi è narrata la storia di Esaù che, estremamente affamato, vendette a suo fratello Giacobbe la sua primogenitura per un pezzo di pane e un piatto di minestra di lenticchie. Come tante storie della Bibbia, il primo e probabilmente il più grande libro di strategia della storia umana, anche questa racchiude un duplice significato. Quello immediato, collegato alle vicende storiche specifiche che vi si narrano e quello universale che attiene ai grandi quesiti fondamentali della storia dei popoli e delle civiltà.

Pur nel clima politico emozionale prodotto dall’emergenza sanitaria e dal caos socio-economico di questi giorni, la storia biblica di Esaù serve a farci riflettere sulla necessità di mantenere sempre ed in ogni circostanza la lucidità strategica necessaria per riflettere e comparare il valore dei beni in gioco, specie in momenti di estrema necessità, quando il bisogno materiale impellente può far perdere di vista la complessità degli interessi in ballo.

Le condizioni di estremo bisogno dell’Italia per fronteggiare un’emergenza sanitaria di magnitudine impressionante e la situazione di estrema vulnerabilità economica in cui verremo a trovarci rappresentano un mix particolarmente adatto per renderci estremamente inclini ad accettare aiuti da ogni dove guardando poco al significato politico che essi comportano. Ciò è comprensibile ed ogni aiuto che arriva in Italia in questi giorni difficili deve ovviamente essere ben accetto e ne dovremo tenere conto, annotando bene la provenienza e rendendoci disponibili in futuro a simili forme di sostegno se ve ne sarà necessità e richiesta.

La “diplomazia delle mascherine” che Paesi come Cina, Russia, Cuba ma anche Egitto, India e Brasile stanno facendo verso l’Italia deve essere registrata come una meritevole forma di diplomazia umanitaria; ad essa, come tale, non vanno agganciati particolari significati politici ulteriori, né devono prevedere particolari contropartite.

Purtroppo, il rischio di una politicizzazione di questi aiuti è invece molto elevato. In primo luogo, per la fame di soft-power e la volontà di creare teste di ponte all’interno dell’Unione Europea da parte di Mosca e Pechino la cui cooperazione internazionale, umanitaria o meno, ha sempre avuto forti caratteri politici; in secondo luogo perché essa contrasta potentemente con l’inazione dei Paesi europei, a cui l’Italia ha chiesto aiuto attraverso l’Emergency Response Coordination Center, ma a cui nessuno Paese ha dato risposta.

Il mix di egoismo ed indifferenza dell’Europa, l’ugualmente forte lontananza americana e la tempestività degli aiuti medici russi e cinesi rappresenta uno shock non piccolo per il nostro sistema di riferimenti politici internazionali in un momento di estremo bisogno e di alta emotività politica. Riconosciamo dunque il dovuto onore a Mosca e Pechino per la loro amicizia nel momento del bisogno, ma non dimentichiamo la storia biblica di Esaù. E soprattutto ricordiamo che la vera partita su cui saranno davvero testate le alleanze sarà quella della ricostruzione e degli aiuti.

 Ci aspettano difatti anni di economia di guerra che, contrariamente a quanto si crede, spesso non significa la creazione di un’economica autarchica ma piuttosto di un’economia fortemente dipendente dall’estero.

Saranno proprio queste interdipendenze con l’estero che ci consentiranno di venire fuori più o meno velocemente nella fase della ricostruzione, a patto che sappiamo scegliere i partner giusti, determinare le regole del gioco degli aiuti e mantenere strumenti e volontà per farsi rispettare, scoraggiando comportamenti predatori.

La competizione tra gli Stati, difatti, non sparisce con la crisi del COVID19, anzi rischia di divenire ancora più accesa a causa degli effetti recessivi che produrrà in tutto il mondo. E a causa del fatto che una pandemia come questa accelera i processi di destrutturazione che erano già in corso, aumenta le divisioni ed acuisce le fratture geopolitiche che, numerose, esistevano nel sistema internazionale.

A questa crisi i Paesi reagiranno in due modi opposti: chiudendosi maggiormente ed aprendosi maggiormente. Sarebbe sbagliato attribuire ai primi egoismo e ai secondi generosità. In entrambi casi essi sono comportamenti utilitaristici, che vanno gestiti sul piano strategico, attraverso un’attenta analisi degli interessi e dei bisogni, senza attendersi, in questo contesto, atti di generosità né da vecchi alleati né da nuovi amici. In una crisi come questa le vecchie alleanze, quelle all’interno del cosiddetto Occidente, offrono ancora la migliore garanzia di funzionamento e di vantaggio per l’Italia, specialmente nel periodo della ricostruzione che sarà forse più critico di quello dell’emergenza sanitaria.

Ma queste vecchie alleanze vanno traslate in un quadro politico, di sicurezza e di emergenza diverso rispetto al passato. Non possiamo attenderci che funzionino come meccanismi automatici.

Dobbiamo a questo proposito tenere però ben presenti due cose: la prima è che sia gli USA che il resto dell’Europa saranno colpiti tanto quanto l’Italia dalla crisi sanitaria del COVID19 e dalla seguente recessione e pertanto non saremo i soli a necessitare di aiuti; questo comporta che le nostre richieste di aiuto dovranno essere mirate, virtuose, strategiche e soprattutto gestite con quell’efficienza di cui non siamo stati sino ad ora capaci; non aiuti a pioggia di sopravvivenza ma investimenti chiave in settori avanzati. In secondo luogo, che anche i valori di questo Occidente vanno in qualche modo curati dal virus di un egoismo materialista che sta facendo rattrappire sugli interessi nazionali di alcuni Stati i valori ed il significato di quella che per tanti anni è stata anche un’alleanza di civiltà il cui significato si sta progressivamente spegnendo.

Nei giorni in cui passiamo il traguardo terribile dei 10.000 morti, dobbiamo avere comunque la forza di guardare oltre alla pur importantissima disponibilità di mascherine, medici ed infermieri e respiratori. Mangiamo pure le nostre lenticchie da chi ce le offre, ma ricordiamoci che i valori e gli interessi in gioco sono ben superiori e riguardano gli interessi ed i valori più profondi della nostra nazione.

= PAOLO QUERCIA è docente di Studi strategici all’Università di Perugia. Analista e consulente per le relazioni internazionali ha lavorato per il Ministero dello Sviluppo Economico, il Ministero degli Affari Esteri, il Centro Alti Studi per la Difesa e con numerosi think tank italiani e stranieri.

Lascia un commento

Articolo precedente

In isolamento la coppia scoppia?

Prossimo articolo

Europa, game over

Gli ultimi articoli di Blog