Europa, game over

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Commentatori! Analisti! Europeisti di vario ordine e grado! Affini! Sì, dico a voi, che dopo i calci in culo che gli “amici” europei ci hanno rifilato in piena emergenza coronavirus avete finalmente mostrato i muscoli, tuonando che, se le cose stanno così, allora «l’Europa è finita» (mecojoni, ndr).

Ecco, ho una domanda per voi, facile facile: sapreste dirmi quando mai c’è stata, l’Europa?

Non fate i furbi, non mi riferisco all’Europa che mantiene (coi soldi nostri) due parlamenti per legiferare su questioni di cui non frega niente a nessuno, oppure a quella ottusa che sa solo imporre vincoli e nemmeno all’Europa che pretende che si paghi con una sola moneta mentre continua a parlare lingue diverse in economia, così come in politica estera.

Vorrei sapere da voi quando c’è stata in positivo, quest’Europa. Quando ha difeso i confini? Quando ha affermato la propria identità? Quando ha mostrato umanità? Quando ha rappresentato i propri popoli? Quando ha fatto gli interessi degli ultimi e non dei primi? Quando ha facilitato le cose anziché renderle più difficili? Quando si è sforzata di unire anziché ostinarsi a dividere? Quando ha saputo dare speranza invece di diffondere ansia e preoccupazione? Quando ha trattato tutti con pari dignità? E ancora, quando ha aumentato il nostro potere d’acquisto? Quando ha difeso i nostri diritti anziché eliminarli?

Sono davvero curioso di ascoltarle, le vostre risposte. In molti di noi, certamente tutti quelli che hanno vissuto anche “il prima” di quello sciagurato 1° gennaio 2001, giorno in cui entrò in vigore l’Euro, una risposta se la sono già data. La domanda è la seguente: stavate meglio prima o state meglio adesso? Si accettano scommesse. Volete un suggerimento? Pensate intensamente a quello che diceva Romano Prodi («lavoreremo un giorno in meno guadagnando come se lavorassimo un giorno in più», ipse dixit) senza incazzarvi. Impossibile, lo so. Scherzavo.

«Paesi ricchissimi hanno voltato le spalle agli altri. Noi non siamo ricchi ma neanche privi di memoria e non dimentichiamo l’Italia che ci ha aiutato quando ne avevamo bisogno», ha detto ieri il premier albanese Edi Rama, toccando il cuore a tutti come mai i burocrati di stanza a Bruxelles (nostri compresi) sono riusciti a fare.

Ammetto che mi sono commosso, ascoltandolo. Perché quelle erano le parole di un amico vero che corre da te nel momento del bisogno, mentre tutti gli altri si accaniscono, lui c’è.

Così come mi ha emozionato il presidente americano Donald Trump, che ha pubblicato un video delle nostre Frecce Tricolori scrivendo a caratteri cubitali “Gli Stati Uniti amano l’Italia!”: pensate un po’, quello stesso Trump che causa fior fior di travasi di bile ai rispettabilissimi europeisti radicalchic di ‘sta cippa ci incoraggiava mentre, nelle stesse ore, madame Lagarde ci affossava in borsa con le sue irresponsabili dichiarazioni. Trovate le differenze.

Io dico che non devono stupirci la solidarietà che stiamo ricevendo da ogni parte del mondo e nemmeno le coltellate che arrivano dai nostri “partner” europei; in entrambi i casi il motivo è il medesimo: siamo l’Italia, siamo italiani. Per chi ci ama un amore immenso, per quelli che c’invidiano un nemico da abbattere.

Credo sia giunta l’ora renderci conto che dobbiamo essere una nazione e non un’entità astratta che magari è anche una nazione: storia, cultura e identità parlano per noi, e quando questa drammatica emergenza sarà finita probabilmente ci ritroveremo feriti, sì, ma uniti come non mai.

Se così sarà, ci risolleveremo prima di quanto immaginiamo e potendo fare tranquillamente a meno di quest’Unione Europea, che tra qualche anno ricorderemo come la zavorra di cui avremmo dovuto disfarci prima.

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