L’isola che c’è

Lettere da un paese chiuso 36

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Ci si abitua a tutto, o quasi. Si perde il conto dei giorni, ma oggi è domenica: dei bonus alimentari, degli ospizi, dei numeri parleremo un’altra volta.

Lasciatemi invece fare un gioco con voi: qual è il posto in vi vorreste trovare ora, lontano da tutto ? Vale ogni risposta: in cima a una montagna, ma anche la piazza del vostro paese, però senza contagi. Una tappa del vostro viaggio recente, felice e ignaro di quel che stava per succedere, ma anche il giardino a fare una grigliata; però per scelta, non per forza. Il mio posto non è il più esotico: cerco tra le notizie se il virus sia arrivato alle Maldive, o sul mar Rosso, in Alaska o alle Falkland, in Islanda o a Tamanrasset. No, il mio posto è vicino, ed è presto detto: Pantelleria.

L’altro giorno ho telefonato a Salvo, l’amico che laggiù mi insegna la cultura dell’isola, come fare i capperi o come si chiama un’erba in dialetto. Un velo di neve aveva imbiancato l’isola, fatto raro ma non unico. Gli ho detto che se fossi stato lì avremmo potuto fare a palle di neve. Ha riso, ma ha detto che non ce n’era abbastanza, era proprio una spolverata. Il tempo, se piove o non piove, e se sarà un’estate con acqua da centellinare oppure no, è il principale argomento delle nostre telefonate, dopo aver fatto rapporto sulla salute delle rispettive famiglie. E poi, inevitabilmente la chiacchierata è scivolata sul tema unico di questi giorni, il coronavirus.

A Pantelleria valgono come ovunque in Italia le misure di restrizione, davanti al piccolo ospedale dell’isola sono state montate due tende per il pre triage. Farmacie e commercianti offrono anche servizi domiciliari, i trasporti funzionano, ma chi può sta a casa, le forze dell’ordine non hanno dovuto penare, e si sono potute dedicare al controllo degli arrivi via mare o via aereo. L’isola è in tutto e per tutto identica a ogni altro piccolo comune d’Italia. Con una vistosa, singolare e fortunata eccezione: Pantelleria, meno di ottomila abitanti, non registra neppure un caso di Covid 19. Circostanza fortunata ma non casuale perché la piccola ondata di ritorni dal nord e qualcuno di quelli che qui hanno le seconde case hanno rispettato le quarantene, o le stanno rispettando. E’ stato fatto qualche tampone, risultati negativi. La condanna dell’isola, difficile da raggiungere, è stata una benedizione. L’ospedale Nagar è piccolo, la struttura più sofisticata è una camera iperbarica donata da Giorgio Armani, e l’unica via per affrontate casi gravi sarebbe il trasporto in elicottero a Trapani. Tutti portano le mascherine, tutti si lavano le mani, tutti arieggiano gli ambienti, aiutati dal sole che è tornato dopo la spolverata dell’altro giorno.

La lontananza, una volta tanto, si è rivelata un vantaggio, anche se tutti ricordano che il punteruolo rosso, l’insetto che uccide le palme e che può volare solo per poche centinaia di metri, è arrivato pure qui, ospite di qualche palma d’importazione. E dunque la distanza – 120 chilometri dalle coste della Sicilia e 70 da quelle tunisine – non viene vissuta col stessa infrangibile sicurezza con cui noi guardavamo alle disgrazie di Wuhan.

Anche perché Pantelleria la sua prima vittima l’ha già pianta. E’ la storia amara di Rosetta Casano ( i cognomi si ripetono, ovviamente, nell’isola. Casano come il mio amico fotografo, che meriterebbe un racconto a parte). Che è morta a Piacenza. La bara, sanificata, è stata trasportata in aereo , e di lì in traghetto a Pantelleria. Alla fine dello scorso anno, Rosetta aveva scoperto di avere un tumore. Accompagnata dal marito, a gennaio era salita a Piacenza, dove avevano dei parenti. Era stata operata, e le cose sembravano andare bene. Dopo le dimissioni dall’ospedale, era rimasta in zona per i controlli. E i controlli avevano rivelato che si era presa il coronavirus, presumibilmente in ospedale: Piacenza è uno degli epicentri del contagio. Hanno fatto di tutto per salvarla –“medici e infermieri sono stati meravigliosi, racconta la sorella – ma non ci sono riusciti”. Rosetta è morta come si muore di questi tempi, senza un parente accanto. Ha anche viaggiato sola, nell’ultimo viaggio: nessuno dei parenti di Piacenza l’ha seguita, e del resto a Pantelleria non vi sarebbe stato alcun funerale. Rosetta Casano, conosciuta sull’isola dove si conoscono tutti perché per anni aveva avuto un salone da parrucchiera, avrebbe compiuto il prossimo 11 agosto 80 anni.

Lampedusa la conoscevo meglio, per esserci andato per lavoro sin dai tempi dei missili di Gheddafi. E non conoscevo per nulla Pantelleria. Poi con le isole ti succede come con le case da affittare. Giri, giri, e poi arrivi in una casa e senti che è come se ti stesse aspettando. Sono molto diverse, anche in questi giorni. A Lampedusa c’è stato il primo caso di Covid 19. Una donna rientrata da Milano, con il marito, lo scorso 10 marzo. “Siamo residenti a Lampedusa – racconta la signora a Pantelleria News – e a febbraio ci siamo recati in Lombardia, in tempi non sospetti quando ancora non si parlava di COVID19, per fare visita alle figlie che lavorano a Monza. All’aggravarsi della situazione nelle zone rosse della Lombardia, abbiamo deciso di rientrare a Lampedusa dove viviamo vicino alla madre anziana di mio marito e dove gestiamo una struttura di ristorazione”. La coppia sin dall’aeroporto di Bergamo ha seguito scrupolosamente tutte le procedure: termoscanner a Palermo, autosegnalazione alla Regione e al medico curante. Avevano lasciato l’auto in aeroporto, sono tornati a casa da soli e si sono messi in quarantena, tenendo le distanze dalla suocera che vive al piano di sotto e dalla nipote che faceva la spesa per loro. Poi la febbre, i controlli di protocollo, il tampone, e il COVID 19 è arrivato sull’isola di Lampedusa, come un migrante al contrario.

E da qui, un grosso problema. Perché, in nome del risparmio, il volo che collega Pantelleria a Palermo ha dal 16 marzo – quello di Trapani è stato chiuso al traffico civile proprio per l’emergenza Covid 19 – una rotta triangolare: Palermo-Lampedusa- Pantelleria e viceversa. Passeggeri delle due isole insieme, da e per la terraferma. Ovvia la richiesta di isolare il contagio, alla lettera, con voli diretti. Anche perché l’affollamento sui pochi voli (utilizzati anche dalle forze dell’ordine in servizio a Lampedusa) rende complesso il rispetto delle distanze a bordo, e il traffico merci ne soffre: pacchi di medicinali rimangono per giorni all’aeroporto di Palermo.

Pantelleria ha un’altra vecchia questione riemersa di questi tempi, ed è una bella questione, perché non ha a che vedere con le morti, ma con le nascite. Il punto nascita dell’isola era stato chiuso, in omaggio alle norme che prevedono che sotto un numero standard di nascite sia irrazionale mantenere in piedi un’apposita struttura. A lungo nessun bambino è nato nell’isola, erano fiocchi azzurri e rosa a distanza, e l’amarezza, dopo secoli di resilienza sull’isola, di avere un’anagrafe di nati altrove. La riapertura in deroga del punto nascita di Pantelleria, che permetteva le nascite per parti a basso rischio e per emergenze, è scaduta l’ultimo giorno del 2019. Si è trascinata, quella deroga per altri due mesi, e a febbraio è nato un bambino. Il 2 marzo lo stop definitivo. E adesso le future mamme, e con loro le istituzioni locali , sollevano un problema: dovremmo andare trascorrere l’ultimo mese di gestazione e a partorire negli ospedali di Palermo. Cercare un alloggio con chi ci assiste in città dove il contagio c’è lasciando un’isola dove per fortuna possiamo sentirci al sicuro ? Domanda più che legittima, perché non è solo in ballo il diritto alla salute, e i tagli alla sanità che tutti adesso denunciamo, ma l’emergenza coronavirus. Tanto che l’isola chiede la riapertura del punto nascita e anchep la possibilità di fare l’ecografia morfologica sull’isola. Tanto che alcune future mamme hanno già deciso: non partiamo, per preservare la salute nostra, dei nostri figli, dei mariti che ci accompagnano. Partoriremo qui nel nostro piccolo ospedale, se ci accoglie, o in casa, se necessario.

E’ come se il tempo fosse tornato indietro, al tempo delle loro madri o delle loro nonne. Sul tempo che si sposta mi è arrivato un bellissimo avviso, l’ironia ci salverà: “Vi ricordo che il 29 marzo scatta l’ ora legale e potremo stare in casa un’ora in più”. Ma sull’isola il tempo ha un suo ritmo diverso. Lo lascio spiegare a Peppe D’Aietti.

 

“Per tanti versi Pantelleria è come un mondo alla rovescia, un’isola di terra anziché marinara, che all’isolamento geografico aggiunge quello paesaggistico e antropologico: un surreale arcipelago di dammusi (le nostre tipiche abitazioni rurali), popolato da spiriti liberi, fieramente ripiegati su se stessi. Qui ognuno cerca la propria isola nel proprio dammuso, sì che lo spot “io resto a casa” non ha inciso sul quotidiano come altrove. Poco avvezzi alla coesione sociale, autarchici per tendenza e diversamente socievoli, ci abbiamo messo poco ad adattarci alle odierne prescrizioni, vantando, piuttosto, un distanziamento sociale ante litteram, degno di copyright: a Pantelleria la felicità passa anche per lo spazio che mettiamo tra noi e il confinante, e il metro di distanza è qui il minimo sindacale; di più, la nostra proverbiale indolenza ha evitato la corsa agli accaparramenti, e gli scaffali dei negozi abbondano d’ogni mercanzia.

Del resto, il tratto minimalista di questa terra, che abbassa la cresta ad ogni narcisista, fa sì che poco sia cambiato, posto che la tv e qualche fuoristrada sono il massimo che ci sia concesso; Pantelleria è un’isola a democrazia naturale, in cui la distanza tra il ricco e il povero (per qualità della vita) tende a zero, e che sviluppa un edonismo fai da te, tra abluzioni termali sotto le stelle e il sentore d’Africa in un calice di zibibbo: un ego bonsai prêt-à-porter, ma degno d’un monarca, refrattario al tacco dodici e alle auto di lusso, che la natura impervia e le strade sconnesse metterebbero presto a mal partito.

Infine, qui potremmo indugiare, tra scorci fiabeschi, certi di non incontrare anima viva, mentre il palmo di terra che avvolge i dammusi assicura, comunque, una boccata d’aria e di bellezza, e una riserva di vitamine e di bontà grazie alle coltivazioni.
Il tutto, a ridosso del Carnevale pantesco: una selezione darwiniana fatta di danze, vino ed estasi dei sensi, che per sette settimane (da Capodanno alle Ceneri), scuote l’isola e noi isolani, dando sfogo alla voglia di empatia che pure s’annida nel nostro retroterra. In questa zattera mediterranea alla deriva, dobbiamo ringraziare Dio per aver superato indenni questo momento d’euforia, in cui l’unità del distanziamento è il centimetro: ebbri di vino e feromoni, entro le nostre minuscole balere, abbiamo rischiato una surreale estinzione di massa, a ritmo di polka e di mazurca, tra le pieghe del nostro isolamento!

Due parole ancora sul mio mondo e la magia di quest’isola incantata in cui ho la fortuna di abitare; sono una guida e uno scrittore del territorio, e con l’odierna stagione turistica è a rischio anche il mio futuro. Dal mio dammuso, nel villaggio di Sibà, raggiungo in pochi passi il giardino pantesco: una torre di pietra, vecchia di secoli, eretta a difesa d’un agrume; dall’interno il suo perimetro si staglia nel cielo come un orizzonte chiuso, e una corazza di lave e sogni si prende cura dei miei timori… un’isola essa stessa, nel cuore del Mediterraneo, in cui nulla sembra poterci scalfire!”

Così Peppe Ajetti. Posso solo aggiungere che nelle mie estati isolane, è difficile farmi uscire dal mio dammuso, dal mio orto, dalle mie ducchene, ombreggiate dal cannizzato. La casa di Peppe è un’eccezione, la sera di Ferragosto. Ognuno porta qualcosa da bere e da mangiare, e la colonna sonora è il brusio delle voci, dei saluti, degli arrivederci, non occorre musica. Neanche botti: basta che ti affacci al giardino pantesco che lui ha così ben descritto, è un fuoco d’artificio silenzioso, illuminato dalla luna.

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