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Lettere da un paese chiuso

I notai del disastro

Ditemi quel che volete. Che i numeri vanno interpretati, che le curve contano, che la crescita è meno crescita. Interpretate quel che vi pare, statistiche e numeri sommersi. Spiegatelo sui giornali e in televisione, nelle conferenze stampa e ovunque vi piaccia o tocchi farlo. Non a me, però. Novecentosessantanove morti. E sapete chi sembrate, voi in conferenza stampa e voi analisti ?

Mi sembrate quei dibattiti televisivi postelettorali in cui si litigano le percentuali, e il maggioritario e il proporzionale, e in genere hanno vinto tutti. Solo che qui abbiamo perso tutti : 969 uomini e donne, con le vostre patologie pregresse. Siete voi che soffrite della patologia pregressa di mostrare che tutto va bene, cari esperti dell’Istituto Superiore di Sanità, che ci dicevate le stesse cose – va tutto bene – a fine febbraio, quando sì, andavamo bene ma forse era il caso di mettere in guardia il governo e i cittadini che non sarebbe durato.

Che saremmo arrivati a contare quasi 1000 morti in un giorno solo. 969 persone che hanno avuto per parente un’infermiere e un medico, che Dio li benedica. 969 persone che non avranno un funerale. E quanti che non potranno andare a un ultimo saluto, a una cerimonia degli addii ? Come pretendete che uno non si indigni ? Abbiate la faccia di nascondere la faccia: passate un foglietto con i numeri, ce li interpretiamo da noi: siete i notai di un disastro. Ah, 50 erano decessi di ieri, arrivati in ritardo dal Piemonte ? Grazie. Confronto al vostro aplomb il messaggio non tagliato del Presidente Mattarella, che inciampa nella lettura del discorso e si ravvia i capelli perché non va dal barbiere, è un involontario capolavoro di umanità.

Il cerchio si fa più stretto. Ha chiuso anche l’edicola, con un cartello di scuse ai clienti. E l’area cani, con un nastro bianco e rosso, e non so di chi sia l’idea, se del sindaco o del prefetto. Restano il fruttivendolo, il tabacchino, il supermercato e la farmacia. E’ lì che mi sono fermato, in coda, dopo che Decio aveva fatto quel che doveva fare. Una coda lunga, senza traffico da guardare per distrarsi. Due autobus semivuoti, il furgone della distribuzione dei medicinali, con un autista latinoamericano che è andato avanti e indietro per un po’. Nella coda, qualcuno si spazientisce perché dentro qualche cliente sta andando troppo per le lunghe. Arriva una signora bionda, piccola, ben vestita, e si dirige dritta verso l’ingresso. Viene fermata da proteste brusche: “Sciura, la coda, deve mettersi in coda, in fondo”. Lei si ferma, e stizzita si dirige verso il fondo della coda dicendo che non ci aveva fatto caso, pensava che eravamo in coda per l’autobus. E a quello che aveva protestato più vivacemente dà del cretino. “Sciura, non c’è bisogno di insultare”, dice quello e faccio fatica, con la mascherina, a capire quanto se la stia prendendo. Lei gli dice : “Devo andare in tribunale.

Vuole che ci vediamo là, al terzo piano ?” Penso a un avvocato, e mi meraviglio, perché credevo sospesi i processi. La signora si attacca al telefonino, a voce alta: “Si, sono in coda in farmacia, c’è un imbecille che mi urla, digli che arrivo un po’ dopo, che devo mandare due a San Vittore”. E lì ho capito che doveva essere un magistrato, e mi è tornato in mente quello che avevo letto al mattino presto: niente domiciliari neanche a chi potrebbe riceverli, tra i detenuti, perché mancano i braccialetti elettronici. E la morte di un agente di polizia penitenziaria – sono in un certo senso condannati come i reclusi – del carcere di Opera. Per fortuna è arrivato il mio turno di entrare in farmacia, e non ho detto niente.

Il cerchio si stringe. Le notizie da lontano o assomigliano ai nostri tormenti, Spagna o Stati Uniti, o non ci interessano. Mi arrivano appelli di ONG a sottoscrivere per tragedie lontane, e sembra quasi che siano frutto di campagne pensate prima, e ormai inarrestabili. Esiste già un prima del coronavirus. Lo vedi nei programmi televisivi registrati, negli spot televisivi, nelle immagini di copertura dei tg: girate prima, quelle live sono solo strade deserte, ambulanze, medici e infermieri. Che ne è dell’ Iran e delle sanzioni, del programma nucleare ? Che ne è del conflitto eterno tra Israele e i palestinesi ? Dell’Iran sappiamo solo che sta nei guai come e forse più di noi. Ma si sa poco. Fonti occidentali dicono che i decessi fino a cinque giorni fa erano 7493, il Ministero della Salute iraniano ne ha rilevati 1685. Il focolaio sembra essere stato la città santa di Qom, in una madrasa, una scuola coranica frequentata anche da studenti cinesi, addirittura ai primi di gennaio. A Qom c’è il santuario di Fatima , dove i fedeli leccano una cancellata sacra, la grata della Porta di Fatima. I pellegrinaggi sono state le lunghe braccia del virus, il capodanno persiano ha fatto il resto. Tra le polemiche, il fatto che i tamponi siano riservati solo alla classe dirigente, il che non ha impedito che morissero ministri e dignitari. E tutto reso più esplosivo dal ritardo con cui si sono proibiti gli spostamenti interni, con misure meno drastiche che in Italia. Più sotto traccia per la burocrazia, più difficile per le sanzioni che rendono più complesso approvvigionarsi sui mercati internazionali, più aspro per le polemiche: gli aiuti offerti dagli Stati Uniti sono stati orgogliosamente rifiutati.
Più curiosa, come a confermare un’anomalia permanente, la situazione in Israele, nei Territori occupati (un giorno, ormai che si va per le lunghe, vi racconterò di quella volta che sono rimasto intrappolato dentro la Chiesa della Natività, a Betlemme), a Gaza. La Striscia, che è un posto il cui perimetro è sigillato molto molto di più di ogni nostra città, conta sette casi di coronavirus. Ovviamente il timore è che diventi una gabbia di contagi. Quindici nuovi casi in Cisgiordania, e i palestinesi hanno modo di guardare con amara rivincita alla condizione dei cittadini di Israele, bloccati da misure di restrizione che li rendono simili a quelle sofferte dai palestinesi anche quando non c’è epidemia. Israele ha vissuto anni terribili sotto la minaccia del terrorismo suicida, ma il muro che ha fermato quegli attentati non può nulla contro il virus. Le chiusure, in Israele, sono severe, quasi nessuno arriva o parte dagli aeroporti, i locali pubblici sono chiusi, la gente invitata prima e presto forzata a starsene a casa, la disoccupazione in vertiginosa crescita (17% una percentuale che non si era mai vista), gli hotel trasformati in succursali degli ospedali, e con essa le incertezze, anche in un paese abituato alle emergenze, tecnologicamente così avanzato da essere uno di quelli da cui ci si aspetta il vaccino, e il primo a mettere in pratica la tracciatura digitale dei contagiati.

In Terra Santa sarà una Pasqua mai vista, altro che processioni, ho vissuto almeno due Pasque lì, ma adesso non conta: sappiate solo che l’orto di Getsemani è come la mia area cani, ormai: vietati. E al Santo Sepolcro i pretoriani, adesso , faranno la guardia che teniate le distanze. A Gaza, ovviamente, tutto è peggiore. Ci sono 40 posti letto in terapia intensiva per due milioni di persone. La disoccupazione è superiore al 46%, e non ci sono i sussidi come in Israele. In Cisgiordania è stato registrato il primo decesso per coronavirus, e i contagiati sono 84. La vittima è una donna di 60 anni che non si era mai mossa dal suo villaggio. Tredici persone, in quel villaggio sono risultate positive, compresi alcuni bambini ricoverato in un ospedale intitolato a Hugo Chavez. Ma il genero della donna morta lavora in Israele. Dove i contagi sono 2666 e i decessi 5, e le guarigioni 66. In due parole, israeliani e palestinesi stanno vivendo la stessa situazione: isolamento, claustrofobia, la vita sotto coprifuoco. Come tutti noi, si chiedono quando arriverà il picco, quando finirà, come sarà il futuro.

Ovvio che il ritorno alla normalità sarà a due normalità diverse. Ma la domanda è: soffrire insieme avvicina, o allontana ancora di più ? Seguii, ai confini con il Libano, la guerra tra Israele ed Hezbollah, e il Libano è un altro posto dove mi sento a casa: primo servizio nel 1983, quasi quarant’anni fa. In Libano i casi di contagio sono 333 e i morti 6. In Giordania il primo caso di positività è di un uomo proveniente dall’Italia. In Iraq casi di contagio si registrano in tutte le province, mentre 200 militari italiani tornano in patria. Ma non c’è paese mediorientale che sia esente dal contagio: mancano i dati di Siria e Yemen, i due paesi in guerra, dove parlare di fine della socialità sarebbe surreale. Come il volantino dell’Isis, lo Stato Islamico, che avverte “Il messaggero di Allah ha detto che non si deve entrare né uscire dalla terra del contagio”.

Il cerchio si fa più stretto anche in Italia, dove la notizia peggiore, con il numero dei morti, è il ritorno del contagio a Codogno, dopo che la zona rossa era stata sollevata. La notizia più surreale, per me, è la denuncia del sindaco di Messina da parte del ministro dell’interno, prefetto La Morgese, me la immaginavo distratta da altre, più urgenti, questioni. La più divertente è la vignetta di Giannelli sul Corriere in cui mostra l’omino seduto davanti a sei canali, i tre Rai e i tre Mediaset, che si lamenta con la moglie della stessa solfa. Manca la 7, che è l’unica a dedicare tutto il palinsesto al coronavirus, ma è di proprietà del proprietario del Corriere della Sera. Le notizie più serie riguardano l’Europa, e qualche segno di nervosismo sociale, non solo fuori dalle farmacie. Per fortuna si stringe anche il cerchio della solidarietà. Le bare che arrivano da Bergamo nel mio Friuli, nei crematori di Cervignano e Gemona, non sono sole. Ad attenderle c’è sempre un sindaco, un alpino, un volontario della Protezione Civile. E un mazzo di fiori.

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