La Cina è legalmente responsabile del Covid-19 e potrebbe doverci risarcire miliardi

James Kraska è presidente e professore di diritto marittimo internazionale allo Stockton Center for International Law e presso lo US Naval War College. Le opinioni espresse in questo documento sono personali e non rappresentano quelle dello Stockton Center, dell'US Naval War College, del Dipartimento della Marina Militare, del Dipartimento della Difesa o di qualsiasi parte del governo degli Stati Uniti

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Mentre il nuovo coronavirus è stato incubato a Wuhan da metà dicembre a metà gennaio, lo stato cinese ha intenzionalmente reso dichiarazioni fuorvianti nei confronti della sua popolazione riguardo allo scoppio dell’epidemia, fornendo false assicurazioni prima dell’approccio delle celebrazioni per il capodanno lunare il 25 gennaio.

A metà dicembre, un focolaio di una nuova malattia simil-influenzale è stato rintracciato tra i lavoratori e i clienti del cittadino mercato all’ingrosso di frutti di mare, che conteneva specie animali esotiche e selvatiche. Il 26 dicembre, diverse agenzie di stampa cinesi hanno pubblicato rapporti di un tecnico di laboratorio anonimo che ha fatto una scoperta sorprendente: la malattia è stata causata da un nuovo coronavirus, simile alla SARS o sindrome respiratoria acuta grave per l’87%.

Li Wenliang, un oculista presso il Wuhan Central Hospital, ha lanciato l’allarme in una chat room online il 30 dicembre. Quella notte, le autorità sanitarie di Wuhan hanno sollecitato informazioni sull’emergere di una “polmonite di causa poco chiara”, ma hanno omesso la discussione di Li sulla SARS o un nuovo coronavirus.

Li e altri professionisti medici che hanno cercato di rivelare la comparsa del virus sono stati fermati o incarcerati dal regime. Il 1° gennaio, l’agenzia di stampa statale Xinhua ha avvertito: “La polizia chiama tutti i netizen (persona che partecipa attivamente alla vita di Internet, contribuendo e credendo fermamente nella libertà di espressione tramite questo mezzo, NDT) a non generare, diffondere e credere a voci”. Quattro giorni dopo la discussione nella chat di Li, i funzionari dell’ufficio di pubblica sicurezza lo hanno costretto a firmare una lettera in cui riconosceva di aver fatto “commenti falsi” e che le sue rivelazioni avevano “disturbato gravemente l’ordine sociale”.

Li, che è diventato in qualche modo un eroe popolare clandestino in Cina contro la follia da parte dei funzionari del regime, e alla fine è morto di coronavirus. La Cina ha messo a tacere altri medici che sollevarono l’allarme, minimizzando il pericolo in pubblico anche se la gente era sconcertata e sopraffatta.

I media statali hanno censurato le informazioni sul virus. Sebbene le autorità abbiano chiuso il “wet Market” di Wuhan, epicentro del contagio, non hanno preso ulteriori provvedimenti per fermare il commercio di specie selvatiche. Il 22 gennaio, quando il virus aveva ucciso solo 17 persone ma ne aveva infettate più di 570, la Cina ha rafforzato la soppressione delle informazioni a riguardo, che riteneva “allarmanti“, e ha ulteriormente censurato le critiche alla sua cattiva condotta. “Anche mentre i casi salivano, i funzionari hanno ripetutamente dichiarato che probabilmente non c’erano state più infezioni”.

Il 31 dicembre, la Commissione sanitaria municipale di Wuhan dichiarò erroneamente che non vi era alcuna trasmissibilità da uomo a uomo della malattia, descritta come un’influenza stagionale “prevenibile e controllabile”.

Il 1 ° febbraio, il New York Times ha riferito che “la gestione iniziale dell’epidemia da parte del governo ha permesso al virus attecchire tenacemente. Nei momenti critici, i funzionari hanno scelto di mettere la segretezza e l’ordine davanti alle azioni per fronteggiare apertamente la crescente crisi per evitare allarmi pubblici e imbarazzi politici”.

È importante sottolineare che la Cina non ha condiviso rapidamente le informazioni con l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) sul nuovo coronavirus. Ad esempio, la Cina ha aspettato fino al 14 febbraio, quasi due mesi dallo scoppio della crisi, per rivelare che erano stati infettati 1.700 operatori sanitari. Tali informazioni sulla vulnerabilità degli operatori sanitari sono essenziali per comprendere i modelli di trasmissione e ideare strategie per contenere il virus. Gli esperti dell’OMS sono stati ostacolati dai funzionari cinesi nella raccolta dei dati sulle trasmissioni ospedaliere.

L’incapacità della Cina di fornire informazioni aperte e trasparenti all’OMS è ben più che un errore morale.

In base al diritto internazionale la Cina aveva il dovere di informare i governi di tutto il mondo di quanto stava avvenendo: a fronte di questa omissione le circa 150 nazioni ferite dall’epidemia hanno il diritto di agire legalmente.

Sfortunatamente, l’atteggiamento evasivo della Cina fa parte della sua strategia autocratica, ed è la ripetizione di quello stesso ostruzionismo all’informazione che 18 anni fa aggravò la crisi della SARS. In quel caso, la Cina cercò di nascondere l’epidemia di SARS, che indusse gli Stati membri dell’OMS ad adottare i nuovi regolamenti sanitari internazionali entrati in vigore nel 2005.

In entrambi i casi, si sarebbero evitate migliaia di morti inutili se la Cina avesse agito immediatamente e in conformità con i suoi obblighi legali. Sebbene il sistema sanitario pubblico cinese sia stato modernizzato – ha osservato Jude Blanchette – capo degli studi cinesi presso il Center for Strategic and International Studies, il suo sistema politico è regredito.

Il Regolamento Sanitario Internazionale

Essendo uno dei 194 stati parte del Regolamento Sanitario Internazionale giuridicamente vincolante del 2005, la Cina ha il dovere di raccogliere rapidamente informazioni e contribuire a una comprensione comune di ciò che può costituire un’emergenza per la salute pubblica con potenziali implicazioni internazionali.

I regolamenti sanitari giuridicamente vincolanti sono stati adottati dall’Assemblea mondiale della sanità nel 1969, per controllare sei malattie infettive: colera, peste, febbre gialla, vaiolo, febbre recidivante e tifo. La revisione del 2005 ha aggiunto la poliomielite dovuta a poliovirus di tipo selvaggio, la SARS e i casi di influenza umana causati da un nuovo sottotipo, indicati nel secondo allegato.

L’articolo 6 del Regolamento Sanitario Internazionale impone agli Stati di fornire all’OMS informazioni accelerate, tempestive, accurate e sufficientemente dettagliate sulle potenziali emergenze di salute pubblica identificate nel secondo allegato al fine di spronare gli sforzi per prevenire le pandemie.

L’OMS ha anche un mandato nell’Articolo 10 per chiedere la verifica da parte degli Stati in merito a segnalazioni non ufficiali di microrganismi patogeni. Gli Stati sono tenuti a fornire informazioni tempestive e trasparenti come richiesto entro 24 ore e a partecipare a valutazioni collaborative dei rischi presentati. Eppure la Cina ha respinto le ripetute offerte di assistenza investigativa sull’epidemia dall’OMS a fine gennaio (e dai Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie all’inizio di febbraio), senza spiegazioni.

In un articolo del 26 febbraio il Washington Post riporta che la Cina “non sta inviando dettagli di cui i funzionari dell’OMS e altri esperti hanno bisogno”. Mentre l’OMS in seguito ha elogiato la Cina per i suoi sforzi, Mara Pillinger dell’Istituto O’Neill per la salute nazionale e globale di Georgetown ha concluso che la parziale collaborazione di Pechino “rende politicamente difficile per l’OMS contraddire pubblicamente la Cina”, pur avendo ottenuto alcuni dati utili.

La Responsabilità legale della Cina

La condotta intenzionale della Cina è illecita, ma è anche illegale? In tal caso, altri Stati hanno possibilità di procedere legalmente? Ai sensi dell’articolo 1 del Responsibility of States for Internationally Wrongful Acts, promulgato dall’International Law Commission nel 2001, gli Stati sono responsabili dei loro atti illeciti a livello internazionale.

La riaffermazione di questa commissione sulla legge della responsabilità statale è stata sviluppata con il contributo degli Stati per riflettere un principio fondamentale del diritto consuetudinario internazionale, che lega tutte le nazioni. Gli “atti illeciti” sono quelli che sono “attribuibili allo Stato” e che “costituiscono una violazione di un obbligo internazionale” (articolo 2).

La condotta è attribuibile allo Stato quando si tratta di un atto di Stato attraverso le funzioni esecutive, legislative o giudiziarie del governo centrale (articolo 4). I malfunzionamenti della Cina sono iniziati a livello locale, si sono rapidamente diffusi in tutto il governo cinese, fino a Xi Jinping, segretario generale del Partito comunista cinese. Ora questi viene messo alla gogna dai netizen cinesi per i suoi fallimenti di azione e inazione.

Il critico di spicco, il magnate cinese Ren Zhiqiang, ha accusato Xi per la sua cattiva gestione del coronavirus, definendolo un “pagliaccio affamato di potere“. Ora Zhiqiang è scomparso.

La responsabilità passa dalle autorità locali di Wuhan allo stesso Xi, che racchiude nella sua persona tutti organi dello stato cinese e la cui condotta è quindi attribuibile alla Cina. Un “organo dello stato” comprende qualsiasi persona o entità che agisce in conformità con la legge nazionale.

Anche se la Cina dovesse negare la condotta da parte delle autorità locali o dei media statali come non necessariamente direttamente imputabili al governo nazionale, a tali azioni viene comunque riconosciuto tale status se e nella misura in cui lo stato riconosce e adotta la condotta come propria, come è stato fatto da i funzionari di Pechino (articolo 11).

Gli atti illeciti sono quelli che costituiscono una violazione di un obbligo internazionale (articolo 11). Una violazione è un atto che “non è conforme a quanto richiesto da tale obbligo …”. L’incapacità della Cina di condividere rapidamente e in modo trasparente le informazioni con l’OMS ai sensi del Regolamento sanitario internazionale costituisce una violazione precoce e successivamente estesa dei suoi obblighi legali (articolo 14).

Di conseguenza, la Cina ha la responsabilità legale dei suoi atti illeciti a livello internazionale (articolo 28). Le conseguenze includono riparazioni complete per l’infortunio causato da atti illeciti.

La Cina non ha creato intenzionalmente una pandemia globale, ma le sue infrazioni ne sono certamente la causa. Un modello epidemiologico all’Università di Southampton ha scoperto che se la Cina avesse agito in modo responsabile solo una, due o tre settimane più rapidamente, il numero interessato dal virus sarebbe stato ridotto rispettivamente del 66%, dell’86% e del 95%.

Non avendo aderito ai suoi impegni legali nei confronti dei regolamenti sanitari internazionali, il Partito Comunista Cinese ha scatenato un contagio globale, con conseguenze materiali crescenti.

Il costo del coronavirus cresce ogni giorno, con l’aumentare degli episodi di malattia e morte. Le misure di mitigazione e soppressione applicate dagli Stati per limitare il danno stanno distruggendo l’economia globale.

Ai sensi dell’articolo 31 dello Statuto della responsabilità dello Stato, gli Stati sono tenuti a effettuare il risarcimento completo del danno causato dai loro atti illeciti a livello internazionale. Le lesioni comprendono danni, materiali o morali. Gli stati colpiti dall’epidemia hanno diritto al pieno risarcimento “sotto forma di restituzione in natura, risarcimento, soddisfazione e assicurazioni e garanzie di non ripetizione” (Articolo 34).

La restituzione in natura significa che lo Stato leso ha il diritto di essere rimesso nelle medesime condizioni in cui si trovava prima che fossero commessi gli atti illeciti (articolo 35). Nella misura in cui non viene effettuata la restituzione, gli Stati lesi hanno diritto a un risarcimento soddisfacente (articolo 36), in termini di scuse e disciplina interna e persino di azione penale nei confronti di funzionari cinesi che hanno tenuto una cattiva condotta (articolo 37).

Infine, gli Stati lesi hanno diritto a garanzie di non reiterazione, sebbene i regolamenti sanitari internazionali del 2005 siano stati progettati a tale scopo dopo la SARS (articolo 48). Mentre il mondo continua a sostenere i costi delle violazioni dei doveri legali da parte della Cina, resta da vedere se gli stati danneggiati  possano essere risanati.

Nessuno si aspetta che la Cina adempia ai propri obblighi o adotti le misure richieste dalla legge della responsabilità statale. Quindi, come potrebbero gli Stati Uniti e le altre nazioni rivendicare i loro diritti? Le conseguenze legali di un atto internazionale illecito sono soggette alle procedure della Carta delle Nazioni Unite. Il capitolo XIV della Carta riconosce che gli stati possono presentare controversie dinanzi alla Corte di giustizia internazionale o ad altri tribunali internazionali. Ma il principio di sovranità statale significa che uno stato non può essere costretto a comparire davanti a un tribunale internazionale senza il suo consenso. Ciò riflette una proposta generale nel diritto internazionale e la sua fondamentale debolezza.

Tuttavia, gli Stati danneggiati non sono senza speranze. Escludendo ogni prospettiva di contenzioso efficace, essi potrebbero ricorrere all’auto-aiuto. La legge sulla responsabilità statale consente alle Nazioni lese di adottare contromisure legali contro la Cina sospendendo il proprio rispetto degli obblighi nei confronti della Cina stessa come mezzo per indurre Pechino ad adempiere alle proprie responsabilità e debiti (articolo 49).

Le contromisure non devono essere sproporzionate rispetto al grado di gravità degli atti illeciti e agli effetti inflitti agli stati lesi (articolo 51). La scelta delle contromisure che gli stati danneggiati possono selezionare è ampia, con solo limiti minimi. Ad esempio, le contromisure non possono comportare la minaccia o l’uso della forza o minare i diritti umani della Cina (articolo 50).

Ad eccezione di queste limitazioni, tuttavia, gli Stati Uniti e altri stati lesi possono sospendere gli obblighi legali esistenti o violare deliberatamente altri doveri legali nei confronti della Cina come mezzo per indurre Pechino ad adempiere alle proprie responsabilità e ad affrontare i danni disastrosi che ha arrecato al mondo.

La lista delle contromisure è illimitata tanto quanto la misura del diritto internazionale degli affari esteri tra la Cina e il mondo, e tale azione da parte degli stati lesi può essere individuale o collettiva e non deve essere esplicitamente collegata alla specie o al tipo di violazioni commesse dalla Cina.

Pertanto, l’azione potrebbe includere la rimozione della Cina da posizioni di leadership e partecipazioni, poiché la Cina ora presiede quattro delle 15 organizzazioni del sistema delle Nazioni Unite. Gli Stati potrebbero ostacolare l’ingresso della Cina nell’Organizzazione mondiale del commercio, sospendere i viaggi aerei in Cina per un periodo di anni, trasmettere i media occidentali in Cina e minare il famoso firewall Internet della Cina che mantiene l’ecosistema di informazioni del paese isolato dal resto del mondo.

Ricordiamo che le contromisure consentono non solo atti che sono semplicemente ostili, ma anche atti che rendono possibili azioni che sarebbero normalmente una violazione del diritto internazionale. Ma i limiti lasciano ancora molto spazio per “fantasticare”, anche se violano la sovranità e gli affari interni della Cina, incluso garantire che voci e funzionari dei media di Taiwan siano ascoltati attraverso il firewall Internet cinese, trasmettendo l’inettitudine e la corruzione del Partito comunista cinese in tutta la Cina, e riferire sulla coercizione cinese contro i suoi vicini nel Mar Cinese Meridionale e nel Mar Cinese Orientale e assicurare che il popolo cinese capisca la responsabilità del Partito Comunista Cinese nello scatenare un contagio globale.

 

 traduzione a cura di Noemi Galbiati

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