Dopo-virus (2): senza provvedimenti straordinari non si ripartirà

Il settore della logistica non è l’unico colpito dalla crisi generata dal blocco totale del Paese, ma le prospettive sono particolarmente preoccupanti

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Seconda parte –
Riprende il nostro colloquio con il responsabile di un’azienda del milanese che si occupa di logistica; sul cui nome manteniamo il riserbo su richiesta dell’interessato.

Ieri abbiamo visto quali gravi conseguenze sta portando al settore il blocco dei trasporti imposto per arginare l’epidemia di coronavirus: crollo del fatturato, azzeramento degli utili, prospettiva di licenziamenti di massa se non arriveranno aiuti, almeno fiscali, che per ora il governo non ha minimamente ipotizzato.
Vediamo oggi come questa emergenza si sia innestata su una situazione di crisi già profonda.

Per quanto tempo potrete resistere ancora in questo stato di eccezionalità?

«Purtroppo, stiamo già parlando di tagliare il personale».

Quando? E quante persone sarebbero coinvolte dal provvedimento?

«Quattro lavoratori su 12 sicuramente. Se va avanti così, già dal prossimo mese di aprile, quando finirà la cassa integrazione. Il nostro intendimento, ovviamente, è quello di tagliare solo chi, rispetto ad altri, ha meno necessità, sfruttando, magari il prepensionamento. Vedremo ma la direzione, purtroppo, è quella».

Il blocco delle consegne di prodotti “non necessari” quanto ha influito?

«Tantissimo. Sono addolorato, ma se non torniamo rapidamente alla normalità, come le ho anticipato, saremo obbligati a lasciare i lavoratori a casa».

Che cosa state trasportando in queste settimane?

«Bella domanda: il problema è che le disposizioni del governo non sono chiare. Non sappiamo né cosa fare né cosa poter spedire. Questa circostanza ha creato, per precauzione, paura e contenimento fino al fermo dell’attività. Le faccio un esempio.
Noi curiamo “micro logistica” per una realtà francese che si occupa di turismo. Pochi giorni fa ha bloccato completamente l’ordine perché il materiale dalla Francia non può arrivare. La pianificazione di questo mese è completamente saltata. Parliamo di un contratto di 15.000 euro all’anno. Parallelamente, è stata bloccata un’altra commessa sempre legata al turismo. Infine, pure tutte le fiere già programmate, che garantivano una buona fetta del fatturato, sono state cancellate».

Una curiosità: quando ha iniziato questa professione?

«Alla fine degli anni ’80».

Molti anni, quindi. In base alla sua esperienza, annusando il futuro, cosa sente nell’aria? Delle crisi economiche si conosce l’inizio, mai la fine…

«In base alle nostre ipotesi, e faccio riferimento alla mia realtà, se tutto andrà bene, riprenderemo il cammino non prima di ottobre. Torneremmo solo a galleggiare, niente di più. Partendo dal presupposto, ovviamente, di riprendere un’operatività normale».

Minor volume di lavoro comporta difficoltà di gestione delle risorse.

«Certamente. Le piccole aziende del terziario con le quali collaboriamo saranno costrette a rivedere la mole di lavoro e noi saremo penalizzati da questa circostanza. Il costo orario di un dipendente che si occupa della distribuzione non è più competitivo se gli affari diminuiscono drasticamente. I nostri margini sul trasporto sono davvero bassi (circa il 6% ndr).
Pensi che recentemente, Sda, parliamo di un colosso, è stata obbligata a chiudere delle filiali. Nei magazzini le logistiche sono in difficoltà perché non si riesce a smaltire le consegne. Si cercano magazzini alternativi dove stoccare il materiale. Noi, per esempio, abbiamo del materiale dal 9 marzo, da distribuire a Bergamo, che è fermo, con tutti i problemi che può immaginare».

Da responsabile di una piccola attività cosa chiederebbe alle istituzioni per fronteggiare l’emergenza?

«Agevolazioni fiscali e incisive norme di contenimento allo scopo di tutelare i lavoratori».

Come considera quelle adottate finora da parte del governo Conte?

«Sono misure blande. La situazione di crisi non riguarda solo noi, non possiamo ragionare egoisticamente.
Tuttavia, è necessario sostenere le cooperative del comparto logistica con più coraggio. È in gioco il futuro di molti dipendenti, per la maggior parte assunti con contratti a tempo determinato».

I dubbi sono più forti della speranza di uscirne?

«Inutile negarlo: i dubbi ci sono e sono ancorati all’imprevedibile durata della crisi. Quando ne usciremo? Quando torneremo alla normalità? Un fermo di 30-40 giorni è duro, ma sopportabile… rimboccandoci le maniche e dilazionando i pagamenti. Se si va oltre, tante aziende del nostro settore, soprattutto le più piccole, saranno costrette a chiudere».

Lei, ci raccontava ieri, collabora con Sda, quindi con Poste Italiane. Che sensazioni avverte quando si confronta con loro? È palpabile la preoccupazione?

«Assolutamente sì. Lo capisco quando parlo con un loro responsabile: ci consiglia di “non appoggiare più traffico” perché sono diminuite le tratte da coprire. Ma esiste anche un problema che viene da lontano… Sda è una realtà che fa parte di Poste Italiane. Con l’azienda, già dall’ottobre scorso, sono sorte delle problematiche legate al fatto che tutto il materiale deve viaggiare con l’Oda. Insomma, ha modificato e burocratizzato l’organizzazione del nostro lavoro».

Scusi, che cos’è un’Oda?

«Ordine diretto di acquisto. Un documento che ci ha procurato non pochi problemi e ritardi sui pagamenti. Per farle un esempio, la mia azienda deve ancora incassare le fatture relative al periodo novembre-dicembre. Molte realtà, per questo motivo, hanno preferito chiudere. Non tanto per “responsabilità”, quanto per rallentare l’emorragia di costi. Chi lo paga il gasolio? Non possiamo permetterci di pagare i nostri fornitori con i tempi imposti a noi da Poste Italiane. Ci vuole serietà. Le aziende più strutturate riescono forse a far fronte all’emergenza. Noi siamo realtà più piccole: come facciamo?
Non si tratta della solita litania lamentosa all’italiana: sono fatti che produrranno delle inevitabili conseguenze. Mi permette un’ultima considerazione?».

Certo

«Abbiamo problemi importanti a fornire i farmaci ai pazienti stomizzati perché è saltato, praticamente, il sistema distributivo di Sda. Il materiale, dunque, non si riesce a consegnare correttamente garantendo il rispetto delle necessarie tempistiche.
Al momento le “spedizioni speciali”, tecnicamente si chiamano così, sono salvaguardate grazie alle aziende produttrici di questi articoli (che sostengono un costo più alto per il servizio) e dalla sensibilità di noi corrieri. Scrivetelo per favore».
(2 – fine)

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