L’albero che sussurra agli uomini

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In gita tra le colline toscane ho incontrato, qualche mese fa, una maestosa pianta dalla chioma opulenta. Attirata dai suoi grandi rami, che discendevano dolcemente verso il basso fino a toccare il prato, accettai il chiaro invito ad adagiarmi su di loro, trattenendomi a lungo.

La sensazione di pace e di tranquillità che emanava quel luogo era davvero particolare. Il tronco era enorme e nerboruto ed era istintivo il desiderio di abbracciarlo. Le ghiande puntinavano il prato e gli uccelli non erano spaventanti dalla mia presenza. Sembrava di essere parte di una grande famiglia, riunitasi intorno al vecchio saggio padre per ascoltarne i racconti. Quell’albero è la monumentale quercia delle Checche di Pienza.

Si chiama così perché nel dialetto toscano le “checche” sono le gazze. Albero maestoso e discreto, che incute rispetto e riverenza, la quercia ha origini antichissime. Pianta sacra a Zeus, veniva consultata come oracolo, tanto che anche Ulisse si rivolse a lei, per sentire dalla sue alte fronde il volere degli dei. Diviene, per Celti e Greci, l’albero degli alberi, le cui radici sarebbero state profonde quanto alti i rami, con proprietà fecondatrici e afrodisiache. Rispetto alle altre essenze del bosco, aveva il privilegio di ospitare due specie di ninfe e per questo motivo era proibito abbatterle.

Il principe Lech fondò la Polonia su un’altura dove la grande aquila nidificava sui rami di una gigantesca quercia. In Germania le querce erano dedicate a Thor, il dio del tuono e della folgore, che contendeva la supremazia a Odino, versione antica degli attuali supereroi della Marvel. Anche per gli antichi romani la pianta era sacra a Giove e la corona di foglie di quercia adornava le insegne dei re. Nell’ebraismo svolgeva la funzione assiale di collegare il Cielo e la Terra e per i cristiani del Medioevo era l’albero, trai cui rami, compariva la Madonna. Per gli inglesi era simbolo di potenza e vigore e non vi era nobile che non si facesse ritrarre accanto alla propria quercia secolare.

E così, di secolo in secolo, questa pianta millenaria carica i propri rami di miti e di leggende, assorbendo energie infinite. I suoi rami, forti e protettivi, sono, ancora oggi, casa prediletta per molteplici varietà di animali: scoiattoli e ghiri vi trovano nutrimento e anfratti utili per ripararsi in tutte le stagioni, coleotteri, farfalle e insetti si nutrono della corteccia e uccelli di ogni specie vi nidificano a profusione.

Anche l’uomo trova all’ombra della sua grande chioma ristoro dal sole e riparo dalla pioggia. Querce secolari sono sparse in tutta Italia, divenendo siti di attrazione turistica: a Monza si possono fotografare le querce gemelle di Villa Reale, regine del parco, portate dall’America agli inizi dell’Ottocento; a Capannori, in provincia di Lucca, vive, da oltre seicento anni, una delle più belle querce d’Europa, fonte di ispirazione per Collodi, sotto le cui fronde fa incontrare Pinocchio con il Gatto e la Volpe, i cui rami sarebbero diventati curvi per le danze sabbatiche delle streghe, dalle quali prende appunto il nome; a Frascati, tra i Castelli Romani, la quercia millenaria detta “del cancellone” abbraccia l’ingresso di Villa Falconeri e così via, scusandomi con il lettore se non cito altre innumerevoli località, note per la presenza di questa magica pianta.

Sulla quercia si potrebbe parlare ancora a lungo per raccontarne favole e credenze, e non escludo di ritornare a breve sull’argomento, ma oggi deve essere, per noi, simbolo di forza e di energia spirituale.

Del resto non è un caso – e con la natura nulla è al caso – che tra l’uomo e le piante via sia, da sempre, uno stretto legame di fratellanza: un uomo nasce da una stirpe e “stirps” in latino significa ceppo, “sradicato” invece è colui che non ha più le sue radici familiari e così con altre decine di citazioni.

La quercia è, dunque, la pianta della sovranità celeste, paziente e saggia, che sussurra agli uomini di essere forti, di resistere alle intemperie della vita, di non farsi trascinare dagli eventi né farsi piegare dal vento, ma di piantare ben saldi i propri piedi a terra per trovare nella famiglia, nelle tradizioni, negli amori, nelle amicizie e negli affetti la linfa per nutrire le proprie radici, oggi più di ieri.

 

 

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