Ciao Paolo

Lettere da un paese chiuso 31

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Non posso parlare del nuovo passo falso, qui in Lombardia: 492 morti e 1942 nuovi contagi, sarebbe come parlare d’altro. Questa volta devo parlare di qualcuno che conoscevo, e quando la morte comincia ad avere un nome e un volto famigliare, è più difficile. Non ce l’ha fatta, Paolo Micai. Mi aveva avvisato Rosanna Piturru, la collega che lo conosceva meglio, giù a Genova: Paolino è in ospedale. Gli avevo mandato un messaggio di incoraggiamento, il 15 marzo. Mi aveva risposto “Grazie per il pensiero, Toni” e quel simbolo delle mani unite che stanno tra la preghiera e un saluto orientale, invece di stringersi la mano. Gli avevo mandato altri due messaggi, senza parole, una volta un cuore, un’altra volta quell’omino che alza i pesi, non sono a mio agio con gli emoticon. Non mi aveva risposto. Rosanna mi aveva detto che era stato portato in terapia intensiva. Poi una buona notizia: si era ripreso da un improvviso aumento della febbre.

E ieri il cuore si è fermato, una volta, e poi ha battuto ancora un po’ e poi basta. E adesso sto qui a ricordare l’ultima volta, quando non sapevamo che sarebbe stata l’ultima – ci si saluta con un “alla prossima” – con quel ragazzo che aveva appena compiuto sessant’anni. Lo conoscevo da molto, da quando era “solo” un cameraman, prima di diventare -era molto bravo – film maker e regista. Era difficile non volergli bene. Intanto perché era una persona buona e leale, senza gelosie e generoso, doti non così diffuse nel nostro piccolo mondo. Cordiale, allegro, e arguto: parlava con gli occhi, oltre che con quell’accento genovese che mi pare di sentire ancora, quando penso a lui. E poi era uno innamorato del lavoro, che si batteva per imparare qualcosa ogni giorno, e per inventarsi ogni giorno qualcosa che migliorasse il risultato.

Mi pare di vederlo adesso, alto e dinoccolato, come si muoveva tra i fili delle attrezzature, come se non fosse fatica, ma un’arte. Aveva una bella faccia, e un bel sorriso. Quando facevamo una pausa, era piacevole sedersi a un tavolo con lui, a raccontarci storie di lavoro e di vita. Avevamo vissuto insieme quei tormentati giorni del G8 a Genova, e conservo una foto di gruppo – eravamo in tanti perché facemmo il TG5 in diretta da Genova – e Paolo è in mezzo, in primo piano, un po’ mascotte un po’ guida, lui che era genovese, di tutti quegli inviati, tecnici, produttori. Ci siamo rivisti altre volte, nelle alluvioni, a girare lanci per Terra! o storie di cronaca. Negli ultimi anni mi ha fatto avere certi lavori – ho imparato da lui che si chiamano timelapse – che richiedono la pazienza di un pescatore, ore e ore di ripresa davanti a qualcosa che sta avvenendo e poi tutto riassunto in pochi attimi. Gliel’ho scritto: sembri il pescatore di De Andrè, non è che ti addormenti con un sorriso dietro la macchina, all’ombra dell’ultimo sole ? So che dopo una vita in Mediaset, era diventato free lance continuando a lavorare per tanti programmi ma anche facendo cose per conto suo, a modo suo.

C’è la pagina Facebook, in cui ha fatto in tempo a dire la sua sul coronavirus, come tutto è franato velocemente. Hai scritto, Paolo : “in tutti questi anni le classi politiche di ogni colore, hanno smantellato progressivamente il sistema sanitario… spero che questa tragedia vi serva da lezione!”. Hai messo l’immagine dell’Italia cullata da un’infermiera, le mimose per l’8 marzo e quell’immagine dei fiammiferi che spiega come interrompere il contagio, le regole da seguire e le foto per riderci un po’ sopra. Ma chi vuole vedere qualcosa del tuo lavoro, ne trova traccia qui:
http://www.genovafoto.it/
http://www.paolomicai.it/
http://www.micai.it/
https://vimeo.com/paolomicai
http://it.youtube.com/user/paolomicai

“…fin da bambino il mio sogno era diventare un operatore di ripresa – c’è scritto sul suo blog di videomaker – a soli 12 anni mi regalarono la mia prima cinepresa super8, a seguire una moviola per poter montare le mie “preziose” pellicole. A 17 anni entrai a Telegenova come “ragazzo di bottega”, una delle prime televisioni private italiane.”

Hai fatto in tempo a “coprire” questa tragedia, tra ospedali che si riempivano e strade che si svuotavano. E adesso non so più cosa dire, non posso neanche dirti riposa in pace, perché non eri mai stanco, e avevi sempre voglia di fare. Posso dire solo ciao Paolo: ti sei fatto voler bene, e stimare. Da qui, adesso che te ne vai senza un funerale, faremo finta che non sia successo nulla, riavvolgeremo il nastro. Non so che sarà del progetto #Avantigenova che stavi realizzando dal 2018 sulla demolizione e ricostruzione del Nuovo Ponte Morandi. So che non potrò mai passarci sopra senza pensare a te. Non ho più una telecamera accanto, sono chiuso in una casa. Ma se l’avessi, starebbe poggiata a terra per ricordarti.

Metto quella foto del G8 e la foto di Paolo con sua figlia. Perché lei sappia che mi aggiungo ai molti che possono dire di essere orgogliosi di aver lavorato con suo padre.

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