L’ultima spiaggia

Lettere da un paese chiuso 31

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Non avremmo mai pensato di dover accogliere con un sospiro di sollievo il numero di 320 morti, nelle ultime 24 ore in Lombardia, meno delle precedenti. Ma non avrei neanche potuto immaginare che qualcuno mi dicesse del suo vecchio padre o della sua vecchia madre: “per fortuna se n’è andato prima”. Prima, quando era possibile stare accanto a un letto d’ospedale, o dietro un feretro. L’ultima spiaggia è, anche, il nome dello stabilimento di Capalbio, l’Atene balneare della sinistra. Ma quando il governatore di Lombardia usa la definizione per descrivere le ultime, drastiche misure di isolamento sociale, mi è inevitabile pensare a Omaha beach e alle altre spiagge di Normandia dove si sacrificarono in migliaia per liberare l’Europa dal nazismo. Ci riuscirono, ma lasciarono molti caduti sul terreno.

Passo i giorni cercando, nelle cronache locali, notizie che mi sembrano curiose, e che mi distraggono dalla conta dei morti. Ho un ricordo netto come una fotografia in bianco e nero di quando ero bambino, seduto accanto al tavolo di marmo mentre mia madre cucinava. Mi metteva davanti, mentre si muoveva tra quel tavolo e i fornelli, un libro di ricette, che mi affascinava per i disegni in bianco e nero delle pietanze suggerite, della frutta, dei cibi: non c’erano libri per bambini, a quei tempi. Mi piacevano i segni di matita tracciati da mia madre, come in una formula segreta. Credo stessi imparando a leggere, perché con il dito seguivo le righe. Ma la cosa che mi piaceva di più è che tra le pagine c’era spesso, piegata in più parti, qualche ricetta che mia madre aveva tagliato da qualche giornale, e in genere questa sì colorata, da aprire e sventolare come una sorpresa.

Non sono per me una sorpresa i dietrologi, che ogni giorno mi spiegano la rete5G e il 20mila militari americani e la qualunque: sono persone pie, adepti del mistero. Non sono per me una sorpresa gli avantologi: quelli che sanno da che parte stare, se è il mio governo tutto è giusto, se è il governo degli altri le stesse cose sono sbagliate: sanno prima, a prescindere dai fatti, invulnerabili al dubbio. Gli fai notare che il 31 gennaio il governo dichiarò uno stato di emergenza, non su Facebook ma sulla Gazzetta Ufficiale, e che poi, come per un peccato originale inconfessabile, non si mosse di conseguenza, e non importa, la Causa è più importante.
E’ per tenermi lontano da queste sette, anche quando sono mansuete come testimoni di Geova (qualche volta non lo sono, odiano e insultano, e scappano) che cerco di avere lo stesso ingenuo stato d’animo di allora, davanti al libro di ricette. Leggo e giro la rete, e trovo cose curiose come la lite alla Malpensa tra funzionari della Regione e della Protezione Civile: la Regione, che era lì per ritirare 900mila mascherine prodotte in Egitto, ordinate e finalmente arrivate, non ci stava a vedersele sequestrare dai funzionari romani (e non ha mollato l’osso). O la situazione preoccupante del Pio Albergo Trivulzio, dove nacque mani Pulite, e dove ormai il consiglio agli ospiti di lavarsi bene alle mani serve a poco, il focolaio è fatto. O le occupazioni di case popolari da parte di bande nordafricane e romene, che aspettano il ricovero di qualche anziano per piazzargli in casa i clienti. E cerco, con più fatica, risposta alle domande tecniche che mi pongono e mi pongo. Sulla mortalità, ad esempio: è il rapporto tra popolazione e decessi, è ovvio che in Italia sia più alta che in Cina. Sulla letalità e cioè la percentuale dei decessi sul numero dei malati (quanti dei malati muoiono, in pratica): l’età media dei cinesi è di 29,1 anni. Degli italiani, secondo paese al mondo in queste statistiche, l’età media è di 44,9. Siamo più vecchi, moriamo con più facilità.

Questi dati – ma i dati, mi avvertì una lettrice di queste note qualche settimana fa, non sono dati. Vengono cercati- sono utili a discutere le strategie di lotta al virus. E dovrebbero farlo, dovremo farlo con mente aperta, non è una campagna elettorale. Non sappiamo cosa sarà l’Italia fra quattro mesi (in quelle famose righe sulla Gazzetta Ufficiale l’emergenza veniva dichiarata per sei mesi), non sappiamo cosa sarà il mondo tra un anno, quando arriverà un vaccino.

Noi lo stiamo combattendo alla cinese, chiudere tutto. E questo, in breve tempo, vede scendere la curva dei contagi, rende i pronto soccorsi più gestibili, diluisce i decessi giorno dopo giorno. Ma non sappiamo quali danni lasci comunque il virus in chi guarisce, né se ci si possa riammalare di nuovo, né come immunizzare gli altri, in attesa di un vaccino. Rischia di essere una lunghissima quarantena che, pur distruggendoci economicamente, non ci salva dal punto di vista sanitario: fin quando ci sarà un solo contagiato, e magari asintomatico, ci saranno nuovi focolai, meno esplosivi, ma il pericolo non sarà scampato e avremo comunque contato una falcidie tra noi anziani. Sappiamo che i bambini hanno forti anticorpi e sappiamo che sotto i cinquant’anni la morte fa notizia sui giornali, perché è rara. In Gran Bretagna gruppi di studiosi hanno elaborato dei piani per l’emergenza, ad esempio (di nuovo: discutibili, ma utili a uscire dall’improvvisazione del menù del giorno servito in conferenze senza domande via Facebook) che propongono chiusure strette, misure draconiane quando il sistema sanitario non regge più l’urto, e allentamento quando invece riesce a gestirlo: e intanto la pandemia fa il suo corso, fatale a una fascia anziana della popolazione (ciò che avviene anche in Italia, del resto), mentre la parte attiva della società continua a lavorare, si contagia senza saperlo (anche perché i tamponi di prima classe sono per la prima classe) e sviluppa anticorpi, come probabilmente sta succedendo a molti tra voi (parlo di chi non è vecchio come me). Il risultato è che entrambe le strategie conteranno i loro morti, ma una è viva dal punto di vista sociale ed economico, l’altra no. Tenete presente che il modello cinese è quello di un paese enorme che ha sigillato una parte del suo territorio e della sua popolazione, ma ha continuato a produrre nel resto. L’altro modello è quello sudcoreano, con molti meno morti, ma lì il virus ha colpito una fascia d’età più giovane e dunque con più possibilità di sopravvivenza, e i tamponi sono stati fatti a tappeto. Più o meno, per quel che riguarda i tamponi, il modello veneto.

A proposito di modelli il New York Times, che è molto critico nei confronti di Trump, due o tre giorni fa ha descritto il modello italiano come esempio di quello che non si deve fare: intervenire dopo, essere dopologi, per usare una nuova parola. Qui mi limito a domandare di nuovo: se fino a quando ci sarà anche un solo asintomatico contagioso in giro potremo solo inseguire i focolai, per quanto potremo reggere la chiusura totale? Naturalmente la colpa non è solo del governo, si è fidato dei suoi esperti, e non era facile per chi fino a ieri ha considerato la competenza qualcosa di cui sospettare e poi nel bisogno gli è toccato fidarsi ciecamente. Dovessi fare l’avantologo direi che ci avete promesso di aprire il Parlamento come una scatola di tonno, avete contato sulle sardine e ci fate fare la fine delle balene all’ultima spiaggia: un governo balneare, ma il mare è in tempesta.

Ma, insomma, non sono un esperto, il mio mestiere è raccontare quel che vedo. E quel che leggo, come la descrizione del virus di un fisico mio amico, Bruno Giorgini: “Si tratta di un pacchetto di RNA – acido ribonucleico – che codifica l’informazione genetica, circondato da una capsula di proteine. E’ di dimensioni submicroscopiche, circa un decimilionesimo di metro, e sta sulla terra da più o meno tre miliardi di anni (la terra ha un’età di quattro miliardi di anni). Il suo scopo, il suo progetto di vita, è uno e uno solo: replicarsi. Il virus non ha motilità e mobilità autonome, per viaggiare “prende il taxi”, ovvero sceglie un ospite che lo porti in giro, animali e/o esseri umani. L’RNA è molto instabile e quindi il virus muta molto velocemente, diciamo che in un certo qual senso è inafferrabile. Aggiungiamo che la popolazione dei virus è assai estesa, miliardi di miliardi.

Quindi il popolo dei virus è molto numeroso, molto antico, e i suoi componenti si replicano molto velocemente, mentre la specie homo è assai giovane, due – trecentomila anni appena, relativamente poco numerosa, a tutt’oggi sette miliardi di individui, e si replica molto lentamente: perchè un nuovo individuo veda la luce ci vogliono nove mesi.

In genere la convivenza tra umani e virus è stata pacifica, con al più i malanni che i virus producevano nel singolo homo, anche molti ma sparpagliati qua e là. Insomma esistevano le malattie di origine virale, le infezioni indotte dai virus, e di volta in volta si cercavano e spesso trovavano le cure, mentre l’organismo attaccato creava, si muniva, degli anticorpi che o mandavano a vuoto l’attacco infettivo, oppure ne riducevano di molto la carica virale, diminuendone così notevolmente la nocività. Ma a volte accade che, per molte e svariate cause, i virus inducano una infezione di massa, ovvero cominci una epidemia”.

Ha il pregio, ai miei occhi, di iniziare a fornire il primo identikit di un serial killer. E come insegnano i profiler americani, per sconfiggere un serial killer devi entrare nella sua testa, capire il suo comportamento. Quando, da ignorante delle dimensioni microscopiche – e in realtà affascinato da quel disegno del coronavirus che lo fa apparire quasi ammansito ai nostri occhi – voglio dargli un’apparenza umana, come si fa nei cartoni animati, io lo vedo come un nazista. Razionale e assassino, con un progetto industriale di sterminio in nome della pulizia della razza. Non uccide tutti, ma solo noi anziani malandati: una rupe Tarpea, una Sparta al contrario. I giovani, tranne qualche sbaglio, li colpisce, ma non è mortale. Contro questo nazista si battono medici e infermieri. Credo ne siano morti più di venti. Io di uno solo vorrei dire due cose. Si tratta del prof. Giuseppe Finzi, direttore del day hospital di Parma. Una bella faccia intelligente e allegra. Non occorre aver letto il libro di Giorgio Bassani – “Il giardino dei Finzi Contini” – né aver visto il film che ne fu tratto, per sapere che è la storia di una famiglia ebrea di Ferrara travolta dalle leggi razziali fasciste, e dall’orrore nazista. Ecco, sembra passato molto più di un secolo da quell’orrore, e un’infinità di tempo, travolti come siamo da quello che sta succedendo, dai giorni in cui militanti sinistri insultavano la brigata ebraica alle sfilate del 25 aprile, e militanti destri tracciavano svastiche sulle case di nostri connazionali ebrei. Era il mondo prima del coronavirus, e gli abitanti di quegli appartamenti erano solo dei sopravvissuti. Il professor Giuseppe Finzi non c’è riuscito.

Il mondo fuori ? Non vedo nulla. Solo la sorpresa di ieri della mia vicina, quella che fa palestra scendendo e salendo le scale a piedi. Ha utilizzato un angolo della posta del palazzo per depositare, a mò di biblioteca, un po’ di libri già letti, che chiunque può prendere. Al mattino ce n’erano cinque, verso sera tre.

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