Come si può uscire dalla crisi e ripartire?

Antonino Galloni: «le imprese dovranno lavorare al 140% delle loro capacità produttive» e dovranno essere sostenute in questo sforzo, per esempio, con una moneta “parallela”

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Seconda parte –
Nella prima puntata di questa intervista, il professor Nino Galloni, economista di grande esperienza e Presidente del Centro Studi Monetari, ci ha chiarito quali sono le trappole nelle quali rischia di cadere il nostro Paese e che rischiano di limitare ulteriormente le nostre già limitata sovranità. Però a rischio c’è anche molto di più.

Cosa potrebbe accadere all’Italia nei prossimi mesi?

Antonino Galloni

«Ci potrebbero essere diversi scenari. Se pensiamo a uno scenario “ottimistico”, riprenderemo le attività produttive a metà maggio, con un danno enorme per quanto riguarda il turismo, abbiamo una perdita di reddito per tutti quelli che lavoravano senza contratto, abbiamo un mancato fatturato che in parte può essere recuperato nel resto dell’anno, quindi un calo totale del Pil italiano intorno del 4%. Se si ipotizzasse uno scenario pessimistico, dovuto al fatto che, una volta usciti da questo stato di emergenza e riprese le attività, questo virus si ripresentasse per un altro periodo di emergenza, il risultato sarebbe veramente molto più pesante. In questa ipotesi noi andiamo verso una perdita di Pil dal 10 al 12%».

Per ripartire ci vorrà sicuramente tempo: si potrebbe prendere subito qualche provvedimento per agevolare il nostro percorso di ripresa?

«Ho calcolato che, prima della cosiddetta crisi, la media delle Industrie italiane lavorava all’80% delle capacità e già rilevavano quindi delle perdite di reddito e di profitti notevoli. Non è che stessero bene le nostre imprese prima della crisi. Se si ferma la Lombardia, in Italia, non è come se si ferma Wuhan in Cina. La Lombardia è, da sola, un terzo di tutta la produzione nazionale. Con un ritardo di circa due mesi poche industrie italiane possono reggere al 110% della capacità produttiva, per far fronte alle esigenze interne. Se dovessero far fronte anche ad esigenze esterne per aiutare la Francia da Germania (partite con l’emergenza sanitaria dopo di noi) non possono reggere al 140%. Allora l’incognita può diventare: abbiamo queste risorse, abbiamo queste tecnologie, ma soprattutto, abbiamo una forza lavoro per passare al 140% delle capacità produttive? Perché dal 80% al 110% non ho bisogno di assumere nuovo personale, ma dopo il 110% devo allargare la parte produttiva e, quindi, devo assumere».

Abbiamo milioni di disoccupati e tanti sono laureati…

«Vero, ma li ho nelle qualifiche in cui mi servono? Oppure ho persone molto brave e competenti ma in settori di cui non ho bisogno? Avremo un disperato bisogno di figure professionali che servono alle imprese per mandare avanti la produzione, altrimenti la situazione diventa catastrofica».

Come se ne esce?

«Prima di tutto dobbiamo uscire dall’emergenza sanitaria e uscirci in modo definitivo, senza ricadute di nessun tipo. Tutti, veramente tutti, possono fare la propria parte attenendosi alle indicazioni che vengono date. Successivamente, dobbiamo comprendere se e quando saremo agevolati da una immissione di moneta – non a debito – europea. Questa deve stimolare un recupero accelerato delle capacità produttive, delle vendite, degli affari e dei fatturati, deve poter essere di aiuto al reddito delle famiglie e delle imprese».

Sarebbe favorevole al conio di una moneta nazionale, parallela all’Euro?

«Sicuramente sì. Una moneta valida solo per il territorio nazionale, non scambiabile con l’Euro. Ogni Stato lo potrebbe fare, favoriti anche dalla sospensione del Fiscal Compact. Si deve ripartire dalla risposta ai bisogni della società è, in funzione di questi, metterci le risorse (non a debito) che si possono creare a costo zero. Ecco questo potrebbe essere il grande di passaggio, questo cambierebbe completamente anche il senso del gettito Fiscale.

Attualmente, il gettito fiscale è la componente fondamentale delle risorse, che poi devono essere investite, nel sistema. Invece così la funzione del gettito fiscale diventa quella di drenare dal sistema questo eccesso di liquidità che creiamo per sostenere i redditi e le attività economiche. Basta che le due monete non siano mai scambiabili o contrattabili fra di loro».

La Germania che punta sempre il dito sul debito italiano, ha una situazione di derivati gravissima e spesso si affida a una banca pubblica, la KFW, per risolvere situazioni critiche. Europeista a fasi alterne?

«La Germania ha sempre fatto i propri interessi. L’ euro è stato il frutto di un accordo anti-italiano. La Germania, per affrontare il periodo difficile della riunificazione, non poteva essere schiacciata dalla competitività dell’Italia. Quindi l’Italia doveva essere deindustrializzata e depotenziata. Obiettivo che avevano in comune anche l’Inghilterra, la Francia e, in parte, gli Stati Uniti. A quel punto il nostro destino era segnato… Il problema è stato che in quella corsa alle privatizzazioni e alla perdita di sovranità monetaria dello Stato, siamo stati più realisti del re. Non solo abbiamo accettato un ridimensionamento, perché bene o male a quel punto eravamo ricattati, ma abbiamo fatto di più ripetendo il mantra “ce lo chiede l’Europa, ce lo chiede l’Europa”. In realtà non era vero. L’Europa ci ha chiesto delle cose ma noi abbiamo fatto molto peggio… Questo è il problema. Il grande problema è la classe dirigente italiana non la cattiveria dei tedeschi o dei francesi. Siamo noi che ci siamo fatti più male di quello che, in effetti, ci veniva imposto».

Perché?

«Da una parte c’erano dei grandi interessi, c’era gente che ha guadagnato sulle privatizzazioni. Più queste venivano concesse a basso prezzo, cedendo fiori all’occhiello dell’industria italiana a costi di svendita, più ci si guadagnava sopra. Poi c’erano tutti coloro che ritenevano che, più mezzi si sottraevano alla classe politica statale, più si combattevano corruzione e clientelismo. Invece, poi, non è stato così… Il mio maestro Federico Caffè mi disse: “Speriamo che non buttino via il bambino con l’acqua sporca”. Intendendo come acqua sporca la corruzione e rappresentando il bambino nella crescita economica. Alla fine, io penso che ci siamo tenuti l’acqua sporca e abbiamo buttato via il bambino».

Qualche forza politica ha fatto gli interessi degli amici, nelle privatizzazioni, svendendo l’Italia. Oggi sembra che il goiverno sia servile a Francia e Germania in cambio di un appoggio contro una opposizione che ha la maggioranza dei consensi…

«Alla fine, chi ci ha governato fino a oggi, aveva un profondo disprezzo per l’Italia e una grande ammirazione per gli altri Paesi europei “più sviluppati, meno corrotti, meno clientelari.” Quindi è chiaro che bisogna andare controcorrente, cioè riconoscere tutti i meriti che hanno i nostri cosiddetti partner europei però valutare anche tutte le nostre risorse e capacità. Io credo in una Europa come Confederazione di Stati che riconoscano a tutti e a ciascuno di essere padrone a casa propria. Potrebbero esserci regole di libero mercato, di movimento di capitali e di persone e merci. Finché non convergono le politiche fiscali è meglio che ciascuno abbia la sua politica economica, pur rimanendo l’euro come unità di moneta internazionale a determinate condizioni condivise»
(2 – Fine)

 

 

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