ATTENZIONE: lungo, forse noioso, ma con un vantaggio: non parla di coronavirus

Lettere da un paese chiuso 30

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Adesso voglio distrarmi un po’, e raccontarvi d’altro. Perché se dovessi restare ai nostri giorni, mi prende la rabbia per quello che il ministro della Difesa dice, rassicurante, a Il Messaggero: “nessuna militarizzazione”: a Milano 114 militari, una compagnia, come quella che si destinerebbe a far la guardia a una importante polveriera. Ci sono 7000 militari di guardia a cattedrali nel deserto: consolati, ambasciate, eccetera. Sono a disposizione del Ministero dell’Interno e dei prefetti: non servono a qualcosa di più necessario ? Ma non voglio avvelenarmi in sangue, meglio donarlo. Quando andai all’Avis di Lambrate per farlo, qualche anno fa, la signora guardò il documento e mi disse:

“non ha più l’età”, e rimasi impalato a pensare a quando per la prima volta entrai in un cinema per un vietato ai minori di 18 anni, e quello, sbirciato il documento, mi disse: “Ha l’età, prego”. Questi giorni sono lenti, ma la vita corre.

Mi sono emozionato, l’età di tradisce anche in questo, torni ad avere emozioni come la prima bicicletta, al vedere la scena della partenza da L’Avana dei medici cubani per l’Italia. E sono tornato alle Cuba che ho conosciuto. La prima era quella cui guardavo, da lontano e da ragazzo, ed era una specie di isola dei famosi del socialismo, un posto bello e allegro, altro che la noia e il grigiore dei tedeschi dell’est. Poi fu quella di Che Guevara: non ho avuto mai la sua fotografia in camera, perché sono di una generazione cui ancora non era permesso di appendere manifesti alle pareti, ma non era censura ideologica. Il fatto è che avevamo vissuto fino ai miei tre anni in una casa a pianoterra, due stanze e il servizio in comune, che ricordo ancora perchè era un cesso alla turca e mia madre mi teneva le mani mentre io mettevo i piedi su quelle impronte enormi, da gigante e con una mano mi tenevo al ferro dove stavano appesi, ordinati, rettangoli di carta da giornale ad uso igienico. Non mi vergogno di quei tempi, e anzi, mi hanno fatto forte, mi sono serviti, però capisco i miei che entrarono in quella casa popolare al quarto piano come si entra in una chiesa, erano sacre persino le pareti e il pavimento di legno del soggiorno era prezioso come un mosaico romano, camminarci sopra con i panni, uno sci di fondo da salotto.

Torniamo alla foto del Che, quella di Alberto Korda, che allora non era ancora un logo commerciale, ma un manifesto generazionale, un simbolo da esportare: il Che era argentino, e aveva scelto Cuba dopo una storia alla Easy Rider, girovagando per le Americhe in motocicletta, appena laureato e ancora senza lavoro. Cuba attira rivoluzionari. Ma i migliori prodotti da esportazione sono lo zucchero, il rum, i sigari e i medici. I peggiori ? I consiglieri militari ed economici: hanno fallito rivoluzioni e accompagnato per mano il Nicaragua prima e il Venezuela poi al disastro. Ma la salute pubblica è un vanto per l’isola, come lo sono i bambini ben vestiti e il diritto allo studio. Chiunque abbia visto fosse pure solo dall’aereo le favelas di qualunque capitale latinoamericana, chiunque abbia visto bambini scalzi e malnutriti, benedice quella Cuba. Poi c’è l’altra Cuba, strettamente intrecciata: quella in cui non puoi leggere un libro o vedere un film, se sono sulla lista nera. Quella in cui finisci in galera, se ti opponi: io non amo i molti partiti italiani, figuratevi se sopporto un partito unico. Sono stato a Cuba due volte. La seconda con l’allora mia moglie, che si meravigliò del fatto che ci fossero molti uomini soli nel nostro aereo. Arrivati, nella notte a L’Avana, un pullman fece il giro degli alberghi dove eravamo destinati. Alla prima fermata scendono due, prendono le valigie dal ventre del pullman e ci sono due donne che li salutano affettuosamente: “Ah, avevano le fidanzate qui, dice mia moglie”. Io annuisco. Poi il pullman appena ingranata la marcia, frena: non è quello l’albergo dei due, che risalgono a bordo, soli, ogni albergo ha le sue fidanzate. Non è più la Cuba dei casinò e dei bordelli di Batista, ma diciamo che sono scomparsi i casinò. E spesso è un posto bellissimo dove anche il più povero degli italiani può fare la figura del nuovo ricco, ma questo è imbarazzante per gli italiani, non per i cubani. Con il vantaggio, rispetto alla vecchia Unione Sovietica, che il molto amato non deve portarsi in valigia neanche le calze di nylon, perché a Cuba fa caldo e non si portano.

Ma non importa, con Cuba avevo chiuso i miei conti personali – l’amo come un posto di vacanza, e mi piace la sua gente, e ancora e sempre i colori, i profumi, i sigari e il rum – qualche anno prima. Nel 1980 stavo in una pensioncina a San Salvador, nel mezzo di una lunga e tragica insurrezione. Sui giornali apparvero poche righe di notizia: sei o sette persone si erano rifugiate nell’ambasciata peruviana de L’Avana. Dissi alla proprietaria che partivo, e lei mi chiese di aspettare un’ora, e corse fuori. Rientrò trafelata con un paio di scarpe da jogging nuove fiammante, e mi diede un biglietto: erano per suo figlio, ufficiale dell’Esercito a Cuba. Quando feci scalo a Città del Messico, i rifugiati nell’ambasciata erano molte decine.

Quando arrivai a L’Avana, visto turistico, erano centinaia. Quando arrivai attorno all’ambasciata, il giorno dopo aver cenato con l’ufficiale e avergli consegnato le scarpe, erano migliaia. E fui spettatore di qualcosa di brutto. Nella zona, oltre alla polizia, c’erano delle specie di guardie rivoluzionarie, comitati di difesa della rivoluzione, in borghese. Salii su uno dei pullman sul quale stavano arrivando quelli che volevano entrare nell’ambasciata (Fidel aveva aperto le porte, anche delle carceri: que se vajan, se ne vadano) e riuscii a intervistare due persone; un omosessuale e un meccanico d’auto che, ognuno per conto suo, avevano le loro ragioni per partire.

A quel punto salì sull’autobus un gruppo di rivoluzionari, e almeno sue tra loro avevano magliette con l’effige del Che. E incominciarono a menare i due, scansando me, che ero con evidenza straniero. Provai inutilmente a difenderli, e restai a guardarli mentre, sanguinanti, si trascinavano verso l’ambasciata. Ma sentivo gli sguardi anche addosso a me. Mi diressi con passo spedito ma non tale da destare sospetto verso l’ambasciata italiana, che sapevo, dalla mappa, essere poco lontano. Arriva al cancello e suonai. Mentre aspettavo che chi stava alla porta chiedesse lumi all’ambasciatore, la polizia arrivò al cancello chiuso e mi caricò in auto.

Nel commissariato di zona mi trattennero per qualche ora, e alla fine credettero alle mie proteste di innocenza: stavo curiosando, ero a Cuba per turismo e amicizie, guardate questo biglietto, è un ufficiale dell’esercito. L’esodo dei marielitos, dal nome del porto da cui vennero lasciati partire contò più di centomila esodi. Io contai un po’ di lettere al direttore del giornale per cui lavoravo, Lotta Continua, che aveva pubblicato riga per riga le mie corrispondenze. Pagai il fatto che il Giornale di Montanelli aveva ripreso i miei articoli (eravamo solo due, i giornalisti italiani sull’isola, in quei giorni, e l’altro era de L’Espresso, e raccontava le cose in modo più affettuoso), e dunque avevo fatto il gioco della destra, e il fatto che a quel tempo nessuno simpatizzò per quei migranti che fuggivano dal paradiso terrestre. Dunque per me Cuba era diventata e sarebbe rimasta solo un paradiso terrestre di vacanze, di mare, di rum, di musica, di simpatia umana, e però velato da questi ricordi. E il Che ?

Con il Che chiusi i conti, cioè lo rimisi nel mio piccolo Pantheon di antenati, di simboli ormai quieti, da guardare scuotendo la testa affettuosamente, pochi anni dopo. L’ho raccontato in un libricino uscito poco tempo fa per Il Mulino, e non voglio riscriverlo meglio:

“L’8 ottobre del 1985 il mito del Che Guevara compiva diciott’anni, e io ero un cronista appassionato di America Latina. Avevo trascorso qualche giorno a La Paz, in Bolivia, per abituarmi al mal di testa che, puntuale, alle cinque del pomeriggio, mi ricordava l’altitudine dell’unico posto al mondo in cui i ricchi abitano nei bassifondi e i poveri sulle colline, dove c’è ancora meno ossigeno. Poi avevo preso un aereo ed ero andato a Santa Cruz, e da lì, con una vecchia corriera, ero risalito a La Higuera. Il posto dove crescono i fichi, e dove era stato ucciso il Che.

Era stato uno che parlava come tutti avrebbero voluto gli si parlasse, altro che relazioni e compromessi, piani quinquennali e realismo socialista: «Altre terre del mondo reclamano i miei modesti sforzi». Un sogno comune: abbandonare i conformismi, il posto in banca e il destino segnato, vivere con verità piene le proprie idee. Era uno che parlava come tutti avremmo voluto parlare: «Bisogna indurirsi senza dimenticare la propria tenerezza». Potevi amare Bob Dylan, o Luigi Tenco, ci stava. E aveva vissuto ed era morto più come un avventuriero in lotta contro le ingiustizie del mondo e della vita, che come un soldato, con quei pantaloni larghi e le camicie spiegazzate verde oliva, senza gradi, che tutto sembravano meno che una divisa. Era bello, e aveva i capelli lunghi: sembrava fatto apposta. E insomma arrivo in questa La Higuera, e c’era ancora la dittatura, dovevo stare un po’attento, in un paese di ottomila abitanti, una decina di isolati ad angolo retto, e le strade dove impigriscono cani macilenti e uomini rassegnati.

Ho fatto le mie ricerche in punta di piedi, e con la delusione nel cuore. Il lavatoio dell’Ospedale Nuestro Senor de Malta, dove il corpo del Che era stato esposto come un Cristo del Mantegna, era ancora lì, ingombro di scatoloni polverosi, e scarpe usate. La quebrada, il burrone dell’ultimo scontro a fuoco, era un fossato da discarica. Il racconto di quegli ultimi giorni del Che era il racconto di un’armata Brancaleone. Lo stupore del paese, preso in mezzo dai guerriglieri e dall’esercito calato in massa, era diventato una fantastica collana di aneddoti che non avrebbero stonato in un romanzo di Garcia Marquez. Ma tutto era più piccolo, meno epico, più modesto, più vero di quanto avevo sognato per anni. L’unico rifugio erano le parole stesse del Che nella sua ultima lettera ai genitori: «Cari vecchi, sento un’altra volta sotto i miei talloni gli zoccoli di Ronzinante, mi rimetto in cammino con il mio scudo al braccio […] una volontà che ho lustrato con amore di artista sosterrà due gambe molli e due polmoni stanchi». C’è un po’di don Chisciotte e di Sancho Panza in ciascuno di noi.

C’è nel farmacista don Hector, che raccontava che i guerriglieri gli avevano rapinato tutto. E invece quando erano entrati in farmacia lui era svenuto. E la moglie, subito accorsa, anche. E i guerriglieri avevano comprato anche le medicine per l’asma, e avevano lasciato i soldi sul bancone. E il capo del commando aveva urlato che si sbrigassero, e uno di loro disse: «E il resto?». «Lascialo lì, il resto».
Non bisogna andare nei Luoghi, a volte, se si vuole riparare la fantasia dai torti della realtà, e del tempo.”

Soffriva d’asma, il Che. Ed era medico, come quei suoi compatrioti di adozione – era argentino – sbarcati in Italia, ad aiutare.
E poi, ogni volta che sento “Hasta la victoria, siempre” mi viene in mente lui, il giornalista cileno che conobbi a Belgrado, durante i bombardamenti della Nato. Eravamo vicini di stanza, in quell’ottavo piano dell’albergo dove ci avevano sistemati per controllarci meglio. Abbiamo chiacchierato molte volte in spagnolo, e parlando più di America Latina che di Balcani. Quando ci incrociavamo nel corridoio, mi salutava con un pugno chiuso e un beffardo “Hasta la victoria siempre ! Y si no a Miami”. Fino alla vittoria, e se no si va a Miami, intesa come posto da spiagge e palme, belle ragazze e surf, come in un film. Si tolse la vita qualche anno dopo.
E voi volete che me la prenda per il parlamento semivuoto, e le corsie strapiene, e la retribuzione dei parlamentari al confronto di quella degli infermieri, dei militari, dei poliziotti ?

Ecco il video dei medici cubani pronti ad aiutare l’Italia

 

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