Medici contagiati: ecco la delibera che inchioda il governo

Conte e i suoi ministri sapevano dell'imminente pericolo ma non hanno fatto nulla per proteggere i sanitari e il popolo... e mentre la gente muore si permettono anche di ridacchiare

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Fra i tanti numeri che inchiodano il governo alle sue pesantissime responsabilità per il disastro sanitario che stiamo vivendo ce n’è uno dinanzi al quale non regge nessuna scusante. È quello relativo ai medici e paramedici contagiati dal virus. Una questione che per settimane è rimasta in secondo piano poi, sia Libero sia Il Manifesto, da destra e da sinistra, l’hanno riportata in prima pagina; solo dopo anche il portavoce ufficiale del governo, ovvero il Corriere della Sera ne ha dato conto.

Perché è rimasta nascosta fino all’altro giorno? Perché tali contagi scontano gravemente e interamente i colpevoli ritardi del governo che ha perso tempo senza pensare a dotare le strutture pubbliche di quei guanti, tute, occhiali e mascherine necessari per chi si trovava a contatto costante con malati di coronavirus.

Conte si vanta di “non aver mai sottovalutato nulla”. Però mente. C’è un documento ufficiale del governo che lo inchioda in maniera inequivocabile. Bisogna però fare un salto indietro nel tempo.

Il 30 gennaio scorso, l’Organizzazione mondiale della Sanità emette una “dichiarazione di emergenza internazionale di salute pubblica” per il coronavirus (PHEIC). Il giorno dopo, 31 gennaio a Palazzo Chigi si tiene una riunione del Consiglio dei Ministri che emana una delibera  dal titolo “Dichiarazione dello stato di emergenza in conseguenza del rischio sanitario connesso all’insorgenza di patologie derivanti da agenti virali trasmissibili”, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 1 febbraio.

Quindi, almeno 3 settimane prima che fosse scoperto il primo caso ufficiale a Codogno, il governo Conte era a conoscenza della gravità della situazione. Lo si legge chiaramente nel testo della delibera con cui «recepisce le raccomandazioni alla comunità internazionale della Organizzazione mondiale della Sanità circa la necessità di applicare misure adeguate», deliberando «per 6 mesi dalla data del presente provvedimento, lo stato di emergenza in conseguenza del rischio sanitario connesso all’insorgenza di patologie derivanti da agenti virali trasmissibili».

Nella delibera si osserva che «la necessità di procedere alla dichiarazione dello stato di emergenza nazionale» è stata rappresentata dal ministro della Salute con una nota dello stesso 31 gennaio ma soprattutto vi sono altri passaggi fondamentali della dichiarazione.

Nel primo viene considerata «l’attuale situazione di diffusa crisi internazionale determinata dalla insorgenza di rischi per la pubblica e privata incolumità connessi ad agenti virali trasmissibili, che stanno interessando anche l’Italia».

Il secondo, però, è quello fondamentale, che è rimasto del tutto disatteso. Laddove il governo scrive: «Ritenuto che tale contesto di rischio, soprattutto con riferimento alla necessità di realizzare una compiuta azione di previsione e prevenzione, impone l’assunzione immediata di iniziative di carattere straordinario ed urgente, per fronteggiare adeguatamente possibili situazioni di pregiudizio per la collettività presente sul territorio nazionale» e più avanti si parla anche «di potenziamento delle strutture sanitarie e di controllo alle frontiere aeree e terrestri».

C’è stata questa azione di “previsione e prevenzione”? Neanche per sogno.
Il verbo utilizzato è “impone” e l’aggettivo “immediata” ma niente.
Nessuna “iniziative di carattere straordinario ed urgente” è stata presa.
Nessun “potenziamento delle strutture sanitarie” è stato attuato fino a che non siamo entrati in piena emergenza, ovvero quasi 6 settimane dopo.

Ecco il perché del tragico bilancio del coronavirus in Italia la cui colpa ricade in gran parte sui colpevoli ritardi del governo che abbiamo appena documentato.

Perché dopo aver dichiarato lo stato di emergenza fino al 31 luglio non è stato fatto niente? Neppure reperire e fornire i dispositivi di protezione individuale minimi, necessari per preservare dal rischio contagio il personale medico e sanitario. Non si è neppure pensato ad ampliare le terapie intensive e a potenziarne le strutture.

C’era tutto il tempo – prima che esplodesse il contagio – per trovar, ordinare e ricevere il materiale. Invece Conte si è mosso solo dopo l’emergenza, ignorando i sempre più pressanti appelli dei governatori nel suo delirio di onnipotenza. Tanto a pagare è il popolo, che soffre e muore.

Ma sulla loro coscienza peseranno soprattutto i troppi medici, infermieri e operatori sanitari contagiati. Erano 2.629 giovedì, sono saliti a 3.359 venerdì con ben 17 morti.

Con queste colpe sulla coscienza un indegno ministro (Boccia) si permette anche di irridere l’assessore lombardo Gallera per le mascherine inutilizzabili mandate in Lombardia. Al suo fianco il capo della Protezione civile, Borelli, se la ride di gusto.

Cos’hanno da ridere questi deficienti (a cui deficita, ovvero manca, la pietà e il senso di responsabilità)? Hanno appena aggiornato un bollettino di morti catastrofico; gli ospedali sono al collasso; l’Italia intera paralizzata è in ginocchio… e loro fanno “il siparietto”?

Quando tutto sarà finito bisognerà fare i conti con questa gente e non bastano quelli elettorali. Speriamo che parta anche un’azione penale da parte dell’Ordine dei medici o dalle Associazioni ci categoria. Questi irresponsabili devono finire in galera.

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