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Il virus “tracciato” sugli smartphone?

Si può dire addio alla privacy per combattere il Coronavirus? Tecnici e politici dicono di sì, ma i risultati quali sono?

tempo di lettura 7 minuti

Seconda parte –
Come abbiamo visto ieri, c’è chi guarda (anche in Italia) all’esempio di Paesi come Cina, Corea del Sud e Israele, dove si è preso a controllare gli smartphone con la scusa di verificare i contatti tra contagiati accertati e potenziali. Un fine “positivo” che si paga a prezzo della privacy e della sicurezza dei propri dati personali.

Anche gli Stati Uniti e l’Europa, devono “rassegnarsi” a pagare questo prezzo? O c’è un altro modo per usare sì la tecnologia, ma senza arrivare a oltrepassare certi limiti?

Cerchiamo di capirlo insieme analizzando ciò che sta avvenendo proprio negli USA, dove molti sembrano indiscutibilmente favorevoli al fatto che una tecnologia simile venga aggiunta agli smartphone per impostazione predefinita. Una lettera aperta firmata da diverse decine di importanti tecnici, dirigenti e clinici, pubblicata martedì, ha invitato l’industria tecnologica a fare di più per combattere il coronavirus.

Tra le altre cose, raccomandano a Apple e Google di aggiornare il software del proprio smartphone per consentire di tenere traccia dei contatti tra le persone, fornendo agli utenti l’autorizzazione. Le due aziende non hanno commentato la richiesta.

«Se una tale funzionalità potesse essere costruita prima che Cocid-19 diventi onnipresente, potrebbe impedire a molte persone di essere esposte. – suggerisce la lettera – A più lungo termine, tale infrastruttura potrebbe consentire alle future epidemie di malattie di essere contenute in modo più affidabile e rendere possibile la tracciabilità dei contatti su larga scala che ha funzionato in Cina».

Peter Eckersley, ricercatore tecnologico della Electronic Frontier Foundation e firmatario della lettera, afferma che dovrebbe essere possibile implementare un tale sistema senza istituire una banca dati nazionale che possa consentire la sorveglianza del governo. «I controlli potrebbero avvenire privatamente sul proprio telefono» o con un software di sicurezza avanzato, afferma.

L’epidemia di Covid-19 sta rapidamente ispirando nuovi approcci alla ricerca scientifica, al rilevamento delle malattie più che allo sviluppo di farmaci. La sorveglianza degli smartphone potrebbe sembrare una buona soluzione per tracciare la diffusione, ma è tutt’altro che garantito che possa funzionare. Quindi potrebbe fare più male che bene.

Per prima cosa, la natura della trasmissione del Covid-19 suggerisce che un’App potrebbe fornire solo un’immagine molto parziale della diffusione. Un telefono è, in genere, in grado di determinare la sua posizione con un’accuratezza compresa tra 7 e 13 metri. Il virus sembra diffondersi tra le persone che si trovano a pochi metri l’una dall’altra.

«Potrebbe non essere così facile farlo funzionare correttamente» afferma Hannah Fry , professore associato presso il Center for Advanced Spatial Analysis presso l’University College di Londra. «Non è semplice come dire “hai incrociato percorsi con qualcuno che ha il virus”. Puoi sederti a pochi metri da qualcuno e non essere a rischio. Nel frattempo, sembra che tu possa entrare in contatto con un posto in treno precedentemente occupato da qualcuno con il virus molte ore prima ed essere a rischio».

Informazioni errate potrebbero incoraggiare comportamenti rischiosi dando alle persone un falso senso di sicurezza o, al contrario, creare il panico.

Oltre a ciò, può essere difficile indurre le persone a segnalare il proprio stato infettivo in modo affidabile o a superare le preoccupazioni sulla privacy. Inoltre, almeno il 20% della popolazione dovrebbe contribuire affinché tale App sia efficace per tracciare una malattia e prevederne la diffusione. «Queste sono domande non banali che faranno una grande differenza per l’efficacia di un tale sistema e il potenziale panico che potrebbe diffondersi», afferma Fry.

Finora, il governo degli Stati Uniti non sta aiutando gli sforzi per sviluppare la tecnologia di localizzazione dei virus. Questa settimana la Casa Bianca ha tenuto un incontro con le aziende tecnologiche. Un portavoce ha detto che l’idea del monitoraggio degli smartphone o delle app non è venuta fuori. L’uso da parte in Cina e Corea del Sud non è considerato del tutto positivo.

In Corea del Sud, le autorità hanno inviato messaggi che descrivono dettagliatamente i movimenti di persone infettate da Covid-19, e si è parlato di una indegna «esposizione delle vite altrui», suscitando una reazione pubblica negativa. Il governo ora sta utilizzando l’App di smartphone per garantire che le persone restino a casa.

Le onnipresenti App cinesi WeChat e AliPay sono state utilizzate per assegnare alle persone “codici colore” per determinare se devono mettersi in quarantena o spostarsi liberamente. Ma alcuni cittadini affermano che i codici sono applicati arbitrariamente o solo in base alla provincia in cui si trovano. Esistono anche prove che le App restituiscono i dati alle autorità.

Nonostante le perplessità, Fry afferma: «Penso ancora che valga la pena provare. I dati sono lì e potrebbero fare una grande differenza positiva se riuscissero a farlo funzionare».

Anche John Edmunds , professore alla London School of Hygiene and Tropical medicine, che ha lavorato su FluPhone e ha anche contribuito a sviluppare Influenzanet, un sistema online per la segnalazione volontaria di sintomi simil-influenzali afferma: «Penso monitorare su Internet o sul telefono sia molto utile per avere una visione corretta di ciò che sta accadendo»,

Insomma, i tecnici spingono per implementare queste forme di controllo e molti politici (anche in Italia) appaiono tentati da questa nuova arma che, come tutte le armi, nasce “a fin di bene”.
(2 – Fine)

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