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Addio alla privacy per combattere il coronavirus?

Con la scusa di rintracciare eventuali contagiati si intendendo controllare gli spostamenti dei cittadini: lo fanno Cina, Corea e Israele. Quindi anche in Italia c’è chi lo vorrebbe

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Prima parte –
Cina e Corea del Sud sono due Paesi ormai considerati “esemplari” per come stanno contenendo l’emergenza CoronaVirus. A quale prezzo, però? Anche tracciando i telefoni cellulari dei cittadini e non in forma anonima, ma con un dettagliato monitoraggio non solo delle persone contagiate dalla malattia. A questo segue la “consegna” dei dati personali alle autorità governative che, come sappiamo, in questi Paesi non vanno troppo per il sottile con le azioni di repressione.

Comprensibile chiedersi se, dinanzi alla pandemia, valga più il diritto alla privacy o il dovere di contenere con ogni mezzo la diffusione dei contagi e il corretto comportamento delle persone.

Proprio questo è divenuto materia di discussione e talora di scontro dagli USA all’Italia cove l’onorevole Fiano del Pd ha proposto di introdurre queste misure anche da noi. Infatti, la polizia postale sta già monitorando i cellulari dei cittadini per verificare come si agganciano o si sganciano alle differenti celle e cercare di capire in quanti allunghino troppo le loro “passeggiate”.

Gli esempi cinesi, sudcoreani e – come abbiamo visto – anche israeliani potrebbero, quindi, non essere così lontani da noi. Vale dunque la pena di studiarli bene per capire che cosa potremmo aspettarci anche noi nel prossimo futuro e se davvero dovremo sottometterci a sacrificare la nostra privacy formalmente in nome di una emergenza sanitaria.

Il precedente

Nel 2011, due scienziati dell’Università di Cambridge, nel Regno Unito, hanno escogitato un modo intelligente per misurare e modellare la diffusione dell’influenza, un’App chiamata FluPhone che utilizzava Bluetooth e altri segnali wireless come proxy per le interazioni tra le persone e chiedeva agli utenti di segnalare i sintomi.

Se avessi pranzato con qualcuno che in seguito si era ammalato, FluPhone te lo avrebbe notificato. Oltre a rallentare la diffusione dell’influenza, l’App ha promesso di aiutare le autorità sanitarie a monitorare e modellare la diffusione dell’influenza.

All’epoca FluPhone aveva fatto notizia e si era guadagnata la prima pagina del sito web della BBC. Ma, alla fine, meno dell’1% delle persone a Cambridge si è iscritto per usarlo.

La situazione oggi

Mentre il micidiale virus respiratorio dilaga nel mondo, alcuni tecnici suggeriscono di utilizzare gli smartphone per tracciare e segnalare i contatti tra infetti. L’idea solleva molte domande, incluso il modo in cui un sistema di questo tipo funzionerebbe effettivamente, se potrebbe seminare confusione e se tali strumenti potrebbero consentire anche una illecita sorveglianza aziendale o una governativa indesiderata.

I creatori di FluPhone, Jon Crowcroft ed Eiko Yoneki, ovviamente credono che un’App come la loro possa aiutare a combattere il coronavirus. «Le agenzie di protezione della salute potrebbero usarlo per popolare dati cartografici anonimi», il che potrebbe aiutare a ridurre la trasmissione, afferma Crowcroft. Dice che un’App aiuterebbe anche i ricercatori a capire «per quanto tempo il virus sopravvive in superficie, quale frazione della popolazione è portatrice asintomatica e dove rivolgersi alle risorse mediche critiche».

Ispirati dal modo in cui la Cina e la Corea del Sud apparentemente usano gli smartphone per rallentare la diffusione di Covid-19, alcuni tecnici statunitensi hanno iniziato a lavorare sulle App di tracciamento.

Un progetto open source chiamato CoEpi è nato a febbraio per sviluppare un’App con funzionalità simili a FluPhone. Ramesh Raskar, professore presso il MIT Media Lab, e i suoi colleghi stanno sviluppando un’Appche consentirebbe alle persone di registrare i propri movimenti e confrontarli con quelli di pazienti affetti da coronavirus, utilizzando i dati forniti dallo Stato o dai dipartimenti sanitari pubblici. Nel tempo, agli utenti verrebbe chiesto se sono infetti, fornendo un modo per identificare potenziali trasmissioni in modo simile a FluPhone. Il team ha rilasciato un prototipo per i test venerdì scorso.

Raskar sta radunando altri ricercatori e dirigenti tecnologici per lo sforzo, ed è stato in contatto con l’Organizzazione Mondiale della Sanità, i Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie e il Dipartimento della salute e dei servizi umani degli Stati Uniti. «Ci stanno dando una guida su ciò che funzionerà», dice, anche se nessuno ha ancora approvato l’idea.

Stefan Germann, CEO della Botnar Foundation, un’organizzazione svizzera focalizzata sulla salute e il benessere dei bambini, ha fornito consulenza a Raskar. Dice che l’App proposta “ha un forte potenziale” ma dovrebbe essere testata prima in una singola città. «È importante rispondere rapidamente, ma non affrettarsi», afferma con una frase che è quasi un ossimoro.

Come stanno dunque procedendo le ricerche? Quale destino ci attende? Lo vedremo insieme nella seconda parte, domani.
(1 – Continua)

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