I ponti delle nostre vite

Lettere da un paese chiuso 27

tempo di lettura 11 minuti

Medici cubani a Crema e cinesi a Bergamo, siamo diventati terra di missione. E del resto muore anche un vecchio missionario, nella bergamasca, dove l’ospedale Giovanni XXIII conta una media di 50 ricoveri al giorno: “arrivano ammutoliti dalla paura” racconta la capo infermiera. A Milano 634 contagi in un solo giorno. Sala chiede misure più dure e l’intervento dell’esercito. L’età media dei colpiti si sta abbassando: il 24,7% è sotto i cinquant’anni. E così abbiamo superato la Cina, noi piccolo Paese, quanto a numero di morti. Sfortuna, imprevidenza o forse è solo il lato oscuro della democrazia.

Da giovane, quando ho fatto malvolentieri il mio anno e passa di naja che adesso rimpiango, ero trattorista. Che vuol dire autista di camion che trainano cannoni. In realtà ho guidato jeep che portavano la ronda, e camion con frutta e verdura, con quarti di bue congelato, e poi per lungo tempo acqua, in Sicilia, da distribuire alla polveriere, e anche alla popolazione civile. Ho guardato il filmato di quella televisione di Bergamo con i camion militari ordinati, in colonna, carichi di bare, diretti verso i forni crematori di altre città e di altre regioni. Era un 2 giugno al rovescio, un lutto della Repubblica, senza ali di folla, senza autorità sul palco, senza funerali, senza battimani, senza fiori. E quella sfilata silenziosa è stato come un sussulto di ricordi della mia vita di cronista nelle guerre degli altri. L’ho sempre saputo, è umano, che i numeri, e specie se sono grandi numeri, finiscono peer uccidere le persone, ognuna nella sua singolarità irripetibile. Sessantacinque.

Ognuno di noi è un piccolo tesoro di ricordi, di memorie, di tic, di amori, di disamori, di pregi e di difetti, di oblii e cose da dimenticare: ognuno di noi. I militanti, o quelli delle curve, dicono di chi non c’è più: è con noi, lotta con noi, vive nei nostri cuori. Non è così, purtroppo: quando uno se ne va, il ricordo e gli affetti lo trattengono, come una mano che non ti lascia andare, ma il vuoto inghiotte l’aria, ti manca.

Così ho sempre cercato di dare un nome, un volto, una storia a ogni vittima. Andando contro il tempo, e contro i numeri. Contro l’abitudine, e contro l’assuefazione. Mi sono immaginato, e spesso mi è successo, di essere dall’altra parte dello schermo, e sentirmi ripetere: 34 morti a Baghdad, 12 morti a Sarajevo, 6 morti a Pristina, un morto a Belgrado, trenta morti a Mogadiscio: alla fine ti abitui. Cosa puoi fare, se non guardare con impotenza prima, e poi una pena un po’ distratta ? Siamo come quel re greco che ogni giorno prendeva un po’ di veleno per immunizzarsi da quello che gli avrebbe potuto somministrare un cortigiano infedele: mitridatizzati, usi al dolore altrui, quando diventa una storia troppo lunga, difficile a capire, nella quale non sai chi abbia torto o ragione, o non sia spendibile nella lotta politica italiana, come la guerra nello Yemen.

Hai una sola possibilità, come cronista: far sentire che la morte di qualcuno è come se fosse un sasso sul muretto di casa tua, un ticchettio alla finestra, una storia che ha un nome e una faccia.

Ho avuto un pessimo esordio, come giornalista. Sono stato bocciato per due volte all’esame professionale. La prima volta allo scritto, la seconda all’orale. Ero arrogante, pensavo di sapere già le cose e non mi andava di farmi interrogare da vecchi colleghi che non avevano mai raccontato una storia. Quel difetto l’ho limato, ma mi è rimasta l’indisciplina, una solitudine accarezzata anche nel giornalismo. Ho voluto bene a colleghi con cui ho vissuto giorni o settimane o mesi in posti da dimenticare. Quando so che il vecchio Giuseppe Zaccaria sta in ospedale a Belgrado, mi fa male. Però adesso quando mi capita di parlare a giovani giornalisti gli dico che quei testi sacri che avevo dovuto studiare per forza allora non mi sono serviti a nulla. Mi è servita una lettura di poco più che ragazzo, quando pensavo di fare raccolta degli Oscar Mondadori. Una lettura che cito come mi viene, perché ho paura di ritornarci e di trovarla diversa, come succede con i luoghi della propria giovinezza. Era “Il ponte di San Luis Rey” di un Thornton Wilder che ha lasciato più traccia di sè sulla scena teatrale che nella letteratura, credo. Dunque c’è questa città sudamericana che è divisa in due da un canyon, o un burrone, scavalcato da un ponte.

Nelle prime pagine crolla il ponte, e muoiono dieci o venti persone, non ricordo più. E lì comincia, capitolo dopo capitolo, una a una, la storia di queste persone, così avvincenti che ti dimentichi della fine già scritta, ne segui amori e vendette, affari e avventure, ed ecco che quelli arrivano, uno a uno, sul ponte. Per morire, sconosciuti gli uni agli altri, nello stesso momento.

C’è una sola storia in cui non è stato impossibile per me farlo, o provare a farlo: restituire dignità a ogni individuo. E’ stato in Cile, nel deserto di Atacama, attorno a una miniera. Dove erano rimasti sepolti 33 minatori, los treintaytres. Andavo ogni giorno, con Salvo La Barbera, in quello che era diventato un accampamento di televisioni, e di famigliari che pregavano davanti a un piccolo altare improvvisato, con una caparbietà e una fiducia che sfidavano la fisica, la logica, il tempo che passava. Il fatto che fossero “solo” 33 rendeva facile imparare i nomi, costruirsi un ritratto di ciascuno, provare a raccontarlo: c’ era quello al primo giorno di lavoro, e quello all’ultimo. C’erano il sindacalista e il runner. C’era chi era sopravvissuto ad altri incidenti e quello che non aspettava con troppa ansia di uscire, perché la notizia aveva rivelato al mondo che aveva due famiglie, l’una all’insaputa dell’altra. Si salvarono, vennero salvati, in un concorso di tecnologia e testardaggine, di fede e di fortuna. Uscirono lenti, uno a uno, imbottigliati in una capsula, ma potevi ricordarti i nomi come in un appello scolastico, o nella lettura della formazione: tre squadre di calcio.
Quando seguii il primo anniversario dell’ 11 settembre, a New York, scelsi la storia di una casermetta dei pompieri, e delle loro famiglie. E mi riportai a casa, come un nodo al fazzoletto, un librone del New York Times con le brevi biografie – un necrologio, un obituary, un brano di Spoon River- di ciascuno dei 2974 morti. Non ce l’ho a casa, qui a Milano, e non posso controllare se ci fossero anche i 24 che risultano tuttora dispersi. Adesso guardo gli annunci su L’Eco di Bergamo: è una storia a puntate, un appello di silenzi a scuole chiuse, e cuore aperto. Un ponte di San Luis Rey, adesso.

Il nostro 11 settembre lento, senza rabbia e senza reazione, giorni in cui si può piangere senza ritegno, basta non farsi vedere dai figli, perché si piange in casa, non servono gli occhiali neri dei divi ai funerali, non servono gli applausi ai funerali, anche le estreme unzioni sono virtuali, il nostro 11 settembre ormai richiederebbe un libro più grosso di quello che conservo.

Ci eravamo, come tutti, assuefatti ai drammi degli altri. Non è facile affrontare i propri, ma ci stiamo provando.
Non ci sarà un Ponte di San Luis Rey per i nostri morti, o ci sarà, nasceranno romanzi e docufiction. A me basta che raccontino di un paese sì, di tanti indisciplinati – rischierebbe di non raccontare gli individui, ma gli individualisti – ma anche di tanta generosità, e forza, e voglia di cavarcela. Siamo un paese di molti che, anche davanti a qualcosa che cambia tutto, soffrono dei postumi della sbornia della politica: il virus ha un po’ isolato gli odiatori, ma quando Berlusconi dona dieci milioni devono dire che è solo parte del maltolto. Che quando fanno un contratto a Bertolaso del valore di un euro, si chiedono cosa ci sia dietro a Bertolaso. Siamo duri a cambiare, ma siamo anche duri a morire. All’estero ci hanno preso in giro, quando sembrava un’ammuina tra allarme e allarmismo, all’italiana. Adesso sapete che succede ? A proposito di ponti (potrei scrivere una storia, sui ponti della mia vita), hanno illuminato il ponte di Mostar con i tre colori, e si sapeva. Ma questo forse non lo sapete: in televisione manca il calcio, e per i calciodipendenti in astinenza, danno quello sopravvissuto, come la terza serie messicana.

Sarà perché si ricordano come abbiamo giocato all’Azteca contro la Germania in mondiali ormai lontani, ma i telecronisti, partita dopo partita, mandano ogni volta un saluto e un incoraggiamento all’Italia malata, prima delle formazioni.

Lascia un commento

Articolo precedente

Anche online la scuola italiana è divisa?

Prossimo articolo

Tgpop: Arriva lo stream anti covid-19

Gli ultimi articoli di Blog