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Gioie e… dolori della DAD (didattica a distanza)

Il primo giorno è passato come una domenica qualunque, anche se era martedì. Avevo fatto la spesa settimanale, lunedì, senza sapere che la sera le porte di casa si sarebbero chiuse per tutta l’Italia. Mi riposerò, mi sono detta, sono tanto stanca. Euforia al pensiero di non dovermi svegliare presto, di non dover correre in bici, in metro, in macchina, su e giù come la pallina di un flipper attempato che rimbalza tra figlie e studenti.

Il secondo giorno mi sono svegliata di colpo con un tuffo al cuore e ho pensato: “I miei alunni!”. E sono corsa ad aprire tre gruppi WhatsApp con le mie classi. Mi ero sempre rifiutata di farlo: mai mescolare il pubblico con il privato e io sono un pubblico ufficiale e una privata cialtrona; non sappia la destra (che scrive con il gesso alla lavagna) quello che fa la sinistra (che dà in mano il telefonino alla bambina per avere il tempo di preparare una lezione). Ma qualcosa bisogna pur farla e nessuno mi sta dicendo cosa. Improvviso.

“Buongiorno, ragazze e ragazzi, a mali estremi, estremi rimedi. Useremo il gruppo per svolgere delle attività o dei compiti che vi darò man mano.
Prima di cominciare, però, vorrei che leggeste scrupolosamente il seguente “Decalogo del bravo membro di gruppo WhatsApp in una chat con la professoressa La Torre”.
1) Scrivi solo se hai qualcosa da dire o da chiedere che sia attinente alle finalità del gruppo.
2) Non fare battute; tanto non fanno ridere. A meno che tu non sia la prof.
3) “Sì” affermazione va con l’accento.
4) Le frasi si concludono sempre con punto, punto esclamativo o punto interrogativo. Non si lasciano fluttuare nella chat come foglie secche nel vento o capelli nel piatto della doccia.
5) Gli errori di digitazione saranno tollerati solo se immediatamente corretti.
6) Chi commette errori di ortografia o sintassi va all’inferno o comunque fuori da questo gruppo.
7) Questo non è un gruppo di discussione. Eseguite i miei ordini e tutto andrà bene. Soprattutto, non osate discutere quanto è contenuto in questo decalogo (questa leggetela come se fosse “Prima regola del Fightclub etc etc”).
8) Se la mia figlia più piccola ogni tanto vi manda un vocale o una foto, ignoratela.
9) Non usate faccine, emoticon o pupazzetti o, giuro sui vocali di mia figlia, vi interrogo ogni giorno fino alla fine dell’anno non appena rimettiamo piede in classe. E vi assicuro che non vi piacerà.
10) Come state? Mi mancate”.

Loro subiscono, ma con brio. Iniziano subito a intasare la chat con domande fuori luogo, a digitare obbrobri senza maiuscole e a lasciare le frasi senza punteggiatura. Sono su WhatsApp ma starnazzano come in classe. Uno di loro, temerario kamikaze, invia uno sticker. Io però mi sciolgo quando mi accorgo che aggiungono i punti a chi ha lasciato il messaggio senza, un po’ per gioco, un po’ per farmi contenta.
Con amorevole puntiglio, per l’appunto.

Nottetempo, l’animatore digitale del mio liceo ha approntato una lenzuolata di consigli utilissimi per la didattica a distanza. Mi arrendo alla video-conferenza. Il giorno dopo, mi compaiono nella “room”, uno dopo l’altra, chi in veranda, chi nella cameretta. Una di loro non si accorge che la madre le passa dietro ballando e facendo le facce. Ci salutiamo imbarazzati e felici.

C’è questo strumento meraviglioso, il silenziatore selettivo del microfono, per cui io parlo e non si sente volare una mosca. Perché ho disattivato i loro microfoni. Magia irripetibile, a cui è pericoloso affezionarsi. Fugace desiderio di poterlo fare anche nella classe reale.

Leggo l’Odissea, leggo i Promessi Sposi. Dopo venti minuti, penso di essere sola, invece loro timidamente intervengono. Attivano il microfono, fanno la loro domanda, lo disattivano per ascoltare la mia risposta. Uno di loro a un certo punto mi interrompe per dirmi “Mi scusi prof, ero andato a farmi una doccia. Che mi sono perso?”

Pubblicità. Scorrere fino a continuare la lettura.

Non è poi così male questa didattica a distanza (che ha già il suo acronimo, poiché tutto, nella scuola, lo ha: DAD). Sento un rumore forte e un tonfo provenire dalla camera da letto, dove ho rinchiuso le mie figlie, senza però legarle. Errore fatale. Una di loro ha preso la scala che era appoggiata dietro la porta, l’ha messa sul letto, ci è salita sopra e, inevitabilmente, sono cadute lei e la scala. Che sbadata che sono! Non ho pensato che a un essere umano potesse venire in mente di fare una cosa così cretina. Sottovaluto gli esseri umani e sopravvaluto mia figlia.

Fortunatamente ha solo sbattuto il tallone. Io comunque in pronto soccorso non ci vado, piuttosto cresce zoppa. Sono stanca come nemmeno dopo cinque ore di fila a scuola. La rimpiango. Esco a fare la spesa in un quartiere post atomico e rientro in una casa che lo è altrettanto. Alle sei, ascolto il bollettino dei morti, dei contagiati, dei guariti. Sette giorni così.

Le bambine non hanno voglia di fare i compiti, non hanno voglia di uscire, io non ho voglia di cucinare e di togliermi la tuta. Stanno sospese e come me non guardano oltre domani. La piccola ha suonato la tromba dalla finestra il primo giorno di flash mob. Il quarto giorno, ho promesso alle mie figlie che prenderemo un cane, quando tutto questo sarà finito. Hanno passato un pomeriggio intero a dipingere una cassetta della frutta, che sarà la cuccia di un cane che non c’è, e abbiamo comprato una ciotola.
Stanotte, al buio, ci ho sbattuto contro il mignolo del piede, porcovid-19.

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