Domani nella battaglia pensa a me

tempo di lettura 12 minuti

La primavera era una stagione maledetta, in Bosnia e in Afghanistan. Perché si scioglieva la neve e si ricominciava a combattere, in quelle guerre a piedi. A Sarajevo non calavano più le nebbie a proteggerti dalla vista dei cecchini.

Ieri mattina, al giardinetto area cani, ho visto che l’erba sta ricrescendo. Un verde fresco e scintillante. Una crescita veloce: è già alta. In tempi normali sarebbero passati a tagliarla. Milano è sempre più vuota, ma non abbastanza, per essere una città che deve prepararsi alla battaglia. Ci dicono che vedremo sabato e domenica, se sarà quello il picco. All’inizio i nuovi casi raddoppiavano ogni due giorni, adesso cominciano a rallentare. Vedremo se il rintanarsi in casa incomincia a funzionare. Lo abbiamo fatto all’italiana: domenica hanno dovuto chiudere la stazione della metropolitana Tre Torri, a Milano City, perché troppa gente, alla Montagnola e alla Martesana era quasi un picnic.

I dati ci dicono che a Milano ci sono 813 contagiati, 233 in più dell’ultimo dato : ma se utilizziamo lo studio dell’Imperial College di Londra secondo il quale per ogni caso emerso ce ne sono 5-10 sommersi, vuol dire che ci sono da quattromila a ottomila inconsapevoli contagiatori.

E’ questa la battaglia di Milano: diluire il contagio perché il sistema sanitario regga. Non è facile: a Greco un uomo è morto in casa, dopo un consulto medico telefonico, e niente tampone. Due lettori di questa pagina mi hanno dato risposte convincenti alla questione dei tamponi che non vengono fatti a tutti: non è tanto il costo (35/40 euro l’uno), ma l’impossibilità di analizzarli nei pochi laboratori esistenti. E forse non servirebbe neppure a una risposta definitiva: dovresti fare un tampone al giorno, per essere sicuro di non essere una minantiuomo e anti te stesso. Così, l’unica arma è stare lontani da tutti, noi siamo l’acqua e il virus è un piranha e bisogna togliergli l’acqua: i cinesi di Chinatown, di via Paolo Sarpi, hanno cominciato a farlo il 24 febbraio. Noi l’ 8 marzo, l’Italia intera l’11 marzo. Se abbiamo fatto in tempo lo vedremo. Ma vederlo a Milano, con il suo un milione e trecentomila abitanti, è diverso che vederlo a Codogno. Ed è diverso dalla battaglia di Bergamo, dove suonano le campane a morto. A Bergamo stanno allestendo un ospedale da campo: sono in sofferenza gli ospedali, le case di riposo, le pompe funebri. Perfino i numeri faticano a tener dietro alla realtà: tra Bergamo e una dozzina di comuni intorno ci sono stati, nelle prime due settimane di marzo, 480 decessi. Novantuno tra questi sono stati catalogati come Covid 19. Ma nello stesso periodo dell’anno scorso i decessi erano stati 107: non si fanno tamponi ai vivi, figurarsi ai morti. Una tragedia: muoiono postini e vecchie glorie sportive, sindaci e alpini, allenatori di calcio e preti, ristoratori e reduci.

Ma Milano, ecco, quella diventerebbe la tempesta perfetta: un gran numero di abitanti, una società complessa, che non può fermarsi di colpo, una città con età media alta, con una temperatura né troppo bassa né troppo alta, con i polmoni dei cittadini che recano i segni di anni di smog, e un po’ di fumo e di coca, anche. E come una spolverata di zucchero, la riluttanza a prendersi sul serio, la tentazione di andare alla guerra come a una festa: le notti sono rischiarate dai lampeggianti delle ambulanze, non dalle torce dei telefonini.

C’ è stato un tempo in cui mi sentivo lontano dalle bandiere alle finestre. Come quando mettevate le bandiere arcobaleno ai balconi e non capivate che in quelle avventure ingenue di Iraq e Afghanistan non si andava a fare guerra, ma a portare pace, illusi che eravamo.

Mi sento lontano come quando stavo a Belgrado sotto bombe Nato e italiane, e allora non mettevate le bandiere arcobaleno alle finestre e non c’erano candele e veglie, forse perché non erano utili alle giocose guerre civili italiane, o perché certe cose si fanno a comando, o per imitazione giuliva, o dipende da chi sta al governo. L’unico che io ricordi trasgredire l’ordine del silenzio fu Michele Santoro. Ho passato a Belgrado tutta quella che avete chiamato con gentilezza – siccome erano bombe umanitarie, intelligenti anche se uccidevano montatori e tecnici della televisione, siccome soprattutto erano bombe vostre – l’avete chiamata una “campagna di incursioni “. Vi garantisco che facevano male, e provocavano morte e dolore, senza la vostra indignazione. Non sorrideteci sopra, perché io ricordo per nome e cognome una bambina che adesso avrebbe ventitre anni, uccisa dalle bombe intelligenti, una sera, a Belgrado.

L’altra sera – porto il cane quando è buio, è più facile che l’area cani sia libera – c’era un uomo giovane, con i capelli lunghi, corpulento, che camminava da solo in mezzo alla strada deserta, urlando in una lingua che non capivo. La voce, irosa, rimbombava sui palazzi, nella città vuota come una sala di registrazione. Lo guardavo e pensavo alla follia in guerra: ho qualche esperienza della follia della guerra e della follia in guerra. C’è quella di tutti. Tante volte ho discusso con i miei colleghi, che avevano sempre una spiegazione per tutto, e intravvedevano in ogni vicenda una trama razionale, leader sbagliati e mercanti d’armi, petrolio o gasdotti. Dicevo: c’è anche la follia, come un vento che attraversa un mondo, e lo precipita. E poi c’è la follia innocente dei folli. Ricorderò fino all’ultimo dei miei giorni il manicomio abbandonato a se stesso di Pazarici, in Bosnia, di pazzi musulmani, serbi, croati senza più medici e solo due infermieri, mentre i musulmani, i serbi e i croati normali si facevano la guerra.

Quel giorno finii le sigarette, che in guerra sono un bene prezioso, e venni accompagnato come in un corteo funebre scomposto all’angolo del giardino in cui venivano sepolti i morti per assenza di medicinali.

Poi mi sono affacciato alle stanze fredde nelle quali bambini legati alle sbarre dei lettini muovevano il capo, o il busto o i piedi avanti e indietro come cuccioli di belve in gabbia, e alle stanze dai lunghi tavoloni dove risuonavano, come in una strada deserta di questa primavera di Milano, mugolii incomprensibili, lamenti di parole sconosciute.

E c’è la follia di noi normali. Che andiamo a far la coda sulla pista da sci, o prendiamo il treno per il sud, o non abbiamo il coraggio di chiuderci in casa. O facciamo finta che tutto andrà bene, le ricordo le mie ingollate di cattiva grappa, nelle trincee, prima di correre nello spazio aperto. O non sappiamo cosa fare: l’ATM dirada la metro e i bus, perché ci sono pochi passeggeri, e nei pochi mezzi i passeggeri diventano tanti, altrochè un metro l’uno dall’altra, allora l’ATM ritorna sui suoi passi, è un’azienda di trasporti, del resto. Combattere, adesso, vuol dire solo isolarsi. Crolleranno aziende: anche in guerra distruggi i ponti che può utilizzare il nemico. Meglio affamati e vivi che sazi e morti. Poi ci sono i folli bastardi, indifferenti a tutto, o che colgono l’occasione: quelli che scrivono una scritta sul muro invitando il Covid a colpire gli sbirri, dalle parti di piazzale Corvetto. O l’unabomber di Roma.

Al rientro a casa una finestra aperta al primo piano spargeva musica sull’intera strada. In tempi normali, s emi succede che passi un’automobile che sembra una discoteca, mi incuriosisco a guardare il tipo umano al volante. Ieri sera non ho guardato alla finestra, mi è bastata quella musica, come un odore di sugo e un rumore di stoviglie quando ero giovane, un canto delle sirene.

Così l’allegria sui balconi adesso mi desta una tenerezza affettuosa e perfino una gratitudine, come le domande dei bambini, o le illusioni della gioventù. Va bene cantare, va bene suonare, va bene che andrà bene, va bene qualunque cosa aiuti a darci coraggio, a darci un senso di comunità. Ma a Bergamo nessuno suona, canta e balla. Chiediamoci come uscirne, se non abbiamo sbagliato a tagliare la sanità, se non abbiamo sbagliato a pensare di essere noi presuntuosi a dover salvare il mondo e non siamo capaci di salvare noi stessi. Abbiamo guardato a un’ emergenza epocale come i ghiacci che si sciolgono, abbiamo celebrato o deriso Greta, i ragazzi hanno scioperato per lei e l’ambiente, una festa di strada, e non abbiamo ascoltato un profeta vecchio e usato, Bill Gates, su un pericolo che sarà più epocale, se si può dire così. E noi giornalisti, tutti intenti a scrutar sardine, invece di guardare al virus e ai suoi squali: il petrolio è calato di venti dollari, il prezzo della benzina è rimasto uguale, tanto siamo chiusi in casa.

E voi esperti a parlare di poco più di un’influenza, e il resto. E i francesi e gli altri a sfotterci e adesso scappano da Parigi. Quante follie, a guardarci indietro. Ma forse sono io il folle, o forse è solo perché sono il candidato perfetto per il coronavirus.

Lascia un commento

Articolo precedente

Alessandro Mingardi: «In provincia di Brescia situazione drammatica»

Prossimo articolo

Tgpop: Pandemia da Coronavirus, quando la scienza lo aveva previsto

Gli ultimi articoli di Blog