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Come si scrive del Coronavirus

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Come si racconta la più grave emergenza sanitaria del secondo dopoguerra italiano? C’è un modo giusto, uno sbagliato? E il “buonsenso” a cui tutti si appellano, dove inizia e dove finisce? L’Associated Press ha condiviso addirittura uno dei suoi famosi stylebook, le linee guida sulla terminologia alle quali tutti i suoi giornalistici devono attenersi. Noi abbiamo passato al setaccio le raccomandazioni degli istituti di ricerca sul giornalismo e di alcuni reporter esperti sul tema. Ecco qualche loro consiglio.

1) Non abusare della parola “paura”
In una ricerca, Karin Wahl-Jorgensen, professoressa di giornalismo alla Cardiff University, ha esaminato gli articoli sul Coronavirus pubblicati da 100 testate di diverse nazioni e ha scoperto che un pezzo su nove conteneva la parola “paura”, “impaurito” o simili. “Ben 50 articoli usavano la formula ‘virus killer’.

2) Limita gli aggettivi

La regola generale vale ancora di più in casi come questi. Peggiore è la situazione, meno aggettivi dovresti usare. Stai a fatti, lascia “orribile” o “catastrofico” a casa.

3) Fai le domande giuste ai potenti
Thomas Abraham, giornalista che ha seguito tutte le recenti emergenze internazionali e consulente dell’Organizzazione mondiale della sanità, invita i colleghi a fare domande sull’emergenza che potrebbe arrivare: quella della tenuta del sistema sanitario. “I giornalisti dovrebbero chiedere: ‘Abbiamo abbastanza kit per i test? Chi li sta producendo? Dove li stanno distribuendo?’. Fare queste domande aiuta le persone a pressare i governi, affinché questi rispondano”.

4) Capisci i tuoi limiti
L’International journalist network la spiega brevemente: “A volte è meglio dire di ‘no’ al direttore” che ci chiede un pezzo su cui non siamo ferrati.

5) Non far speculare gli esperti
First draft invita i reporter a non far speculare gli esperti facendo loro domande sui peggiori scenari possibili, magari alla ricerca della dichiarazione più sensazionalistica possibile. “Fate domande su quello che sappiamo”.

6) Non chiamare per forza il virus «mortale»
Al Tompkins su Poynter, prestigioso sito dedicato al giornalismo, la spiega con un paragone: “È vero, un po’ di persone muoiono, così come ogni giorno le persone muoiono nel traffico automobilistico. Ma ti sogneresti mai di scrivere ogni giorno ‘traffico mortale’?”

7) Scegli accuratamente le immagini
La sfida, lanciata sempre da Poynter, è questa: “Ogni volta che mostri qualcuno con la mascherina, ricorda ai tuoi lettori che quella mascherina serve a pochissimo”.

8) Enfatizza la prevenzione
John Pope, un giornalista che da 20 anni copre disastri e tragedie (Uragano Katrina, caso Zika, ecc.), ha spiegato che in situazioni come queste, le persone si sentono più tranquille ed «empowered» se qualcuno dice loro cosa fare per prevenire il contagio.

9) Racconta come la malattia si sta diffondendo

E anche come non lo sta facendo. 
Sempre Pope invita i giornalisti a mappare l’esplosione della malattia. E a usare l’infografica per spiegare quali sono i sintomi, cosa bisogna fare, dove si possono ottenere altre informazioni

10) Sii breve. Le persone non hanno tempo da perdere

Sempre John Pope, severo ma giusto: “Risparmiati la prosa raffinata per il tuo romanzo. La gente preoccupata ha meno tempo per leggerti o ascoltarti”.

11) Privilegia i dati, non le storie strappalacrime
Ok gli aneddoti, ma solo se affiancati da dati che facciano capire il contesto e le dimensioni del fenomeno.

12) Evita i titoli sensazionalistici
Ogni riferimento a Libero è puramente casuale.

13) Ed evita anche i lanci social clickbait

I lettori sono già abbastanza spaventati, non terrorizzarli solo per qualche clic in più (ammesso che quel clic arrivi).

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