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Lettere da un paese chiuso

Saluti da Sarajevo

“Mislim na Vas, da bude dobro, pozdrav iz Sarajeva”

Dzenana Mehanic

Dei 368 morti in un giorno comunicati ieri dalla Protezione Civile 252 erano in Lombardia. Non va bene, ma è importante che ci dicano che passerà. “Vi pensiamo, andrà bene, Sarajevo vi saluta”. Hanno illuminato, nella notte, la Viesnica, la vecchia biblioteca moresca di Sarajevo, con i colori della nostra bandiera. E’ un posto simbolo: a vent’anni dall’inizio di quella guerra, ho introdotto una puntata di “Terra!” da lì. Perché la biblioteca fu colpita, e scoppiò un incendio.

Perché tra le sue rovine un violoncellista indossò un frac sdrucito e suonò davanti a un fotografo che scattò la fotografia della resistenza di Sarajevo. Un po’ di pane, molte sigarette, e cultura. Finita la guerra è stata rimessa in piedi, ed è restata un simbolo, per questa gente che sa cos’è un assedio, anche se meno sottile, meno invisibile, e più sanguinoso del nostro.

Se mi chiedessero cosa c’è tra l’ Italia e Sarajevo , a prima botta risponderei la gratitudine per aver curato Kemal, il mio figlio di Sarajevo, quattro lunghe operazioni all’Istituto dei Tumori di Milano, quando il servizio sanitario nazionale faceva miracoli a luci spente. Poi vi direi che amano la nostra cucina, i nostri film, le nostre canzoni, il nostro calcio: ci vedono meglio di come noi vediamo noi stessi. Ma poi i ricordi affondano più indietro nel tempo.

Era un tempo in cui vennero profughi balcanici in Italia, e morirono italiani. Penso a Guido Poletti e Fabio Moreni e Sergio Lana, i tre volontari di Brescia uccisi mentre portavano aiuti. Penso a Moreno Locatelli, cui spararono mentre manifestava per la pace. Penso ai tre della Rai di Trieste, Marco Lucchetta, Alessandro Ota, Dario D’Angelo, uccisi a Mostar mentre giravano un servizio sui bambini.

Due militari morirono in incidenti stradali e un terzo in circostanze assurde, ucciso dalla bomba che un graduato portoghese si era portato come souvenir (la cosa mi è tornata in mente davanti alla fuga da Milano al sud. Li capisco, ma è come se scappassero dai bombardamenti portandosi una bomba a mano in tasca). E quattro tutti insieme, in un aereo abbattuto.

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Lo ricorderò finchè campo, perché riuscii ad arrivare sul posto, molte ore dopo, aggirando il cordone di sicurezza che i caschi blu avevano stretto. Arrivammo, io e la mia troupe, sulla cima del monte Zec a cavallo, salendo i fianchi della montagna con i cavalli lenti e robusti che la gente del posto usava per trascinare a valle i tronchi.

Quando arrivammo in cima i pochi soldati russi a guardia dei rottami, sorpresi da quell’arrivo trafelato, inaspettato e a cavallo, ci lasciarono fare. Da quella radura, in cima, si vedeva Sarajevo, era un aereo, quel G222 che stava scendendo, ed era stato abbattuto da due missili. Nel bosco erano sparsi pezzi di lamiera, e coperte. Perché l’aereo decollato da Pisa stava portando coperte a Sarajevo, quel 3 settembre del 1992, che lì l’inverno arriva presto. A bordo c’erano il maggiore Marco Betti, il tenente Marco Rigliaco, e i marescialli Giuseppe Buttaglieri e Giuliano Velardi: nessun sopravvisuto.

In un certo senso è un sopravvissuto, ma a vicende meno drammatiche, Guido Bertolaso. Lo incontrai la prima volta a Stromboli, per l’eruzione di molti anni fa. Poi l’ho ritrovato in molte emergenze, e ne ho ricavato, sempre, una buona impressione, fino all’Abruzzo del terremoto, quando lo vidi per la penultima volta. Adesso leggo che rispolverano i processi subiti, nei quali è andato assolto. Nessuno rispolvera la sua “colpa” maggiore: aver accettato – lusingato, o confortato nelle avversità giudiziarie – la candidatura a sindaco di Roma, cinque anni fa, con il centrodestra, che poi lo scaricò in fretta. Come sia andata quella tornata elettorale, e come sia andata Roma è sotto gli occhi di tutti.

Ma la Giustizia e la Politica non sono il mio mestiere. Quello che posso dirvi è che ho incontrato, ultima volta, Bertolaso in un ospedale sperduto – non ricordo se fosse Rumbek o Yirol – nello sperduto Sudan del Sud. Era un ospedale che serviva una popolazione importante, ma sperduta in villaggi in un’area immensa. Era come vi potete immaginare un ospedale di campagna in Africa: tanta buona volontà. Stavo mangiando un boccone nel refettorio con Bertolaso quando qualcuno gli disse qualcosa in fretta.

E Bertolaso mi chiese se potevo donare il sangue, che lui e gli altri medici e gli infermieri l’avevano donato il giorno prima. Andai in una stanzetta e il mio compagno d’avventure, il cameraman Salvo La Barbera, scattò una foto che devo avere da qualche parte: io disteso su un lettino con la flebo, e l’infermiere nero chinato su di me. Sembrava un divertente scambio dei ruoli, un gioco dottore/infermiera impazzito: il nero che assiste il bianco. Poi tornai da Bertolaso. Non è una grande storia, ma la vita mi ha insegnato a guardare alle persone, e ai fatti. E diciamo che non mi è successo spesso di trovare politici o candidati sindaci in Africa, tranne che su quella affacciata al Mar Rosso, o sull’Oceano Indiano, a Malindi.

Oggi non è un lunedì qualunque, quelli della solita solfa che inizia, perché non c’è nessuna solfa e perché è un anniversario di un fatto che segnò la vita di molti tra quelli che oggi hanno patologie pregresse: il sequestro dell’onorevole Moro, quarantadue anni fa. Ma ieri ho pensato che ci hanno rubato anche la domenica, perché era una domenica uguale a tutti gli altri giorni. Non sono, diciamo, un assiduo frequentatore di parrocchie, né un fedele alla Chiesa con la c maiuscola, a Dio ci penso a modo mio, male. Le uniche messe cui assito sono quelle dei funerali. E quelle dei cappellani militari, in missione. Ci vado perché lì capisci che affidare i giorni a qualcuno sopra di te non è una formalità, e mi piace ritrovare cose che mi ricordano l’infanzia, il latino da chierichetto, l’odore di qualche candela.

Nelle mense poi, la domenica, ci sono le paste. Ma stavolta ho avuto la messa a domicilio, o qualcosa del genere. Mi ha scritto un messaggio dalla zona rossa don Luigi. Alla fine conclude così : “volevo condividere con un amico la fatica di colmare, oggi, un’altra domenica senza assemblea ma con il cuore colmo della certezza della presenza di tutti… anche la sua, buona domenica..”.

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Poi sono andato al giardinetto, e c’era la padrona di Amelie, che piace molto al mio cane. Abbiamo parlato a distanza delle solite cose: le famiglie, i nipotini al telefonino, però con il video. Mi ha detto che sua figlia è fortunata: ha tre cani (me li ricordo perché uno è senza una zampa, l’ha preso dal canile) ed esce tre volte, adesso. Finirà che qualcuno mi chiederà in prestito il cane, ho scherzato. Poi le ho detto di mio figlio tornato, che non potrò vedere. Di mia figlia che torna a casa sua perché al suo compagno che lavora in rianimazione qualcuno ha offerto un appartamento vicino all’ospedale e gli portano da mangiare, si tengono stretti i loro angeli. Mia nipotina non vedrà ancora sua papà, va così. Ma – le ho detto – i bambini hanno gli anticorpi più forti, dimenticano e riprendono subito a giocare. A Sarajevo tiravano fuori il pallone dopo i bombardamenti (tranne la volta che il bombardamento fu su una partita da cortile). Tornando a casa ho visto che le bandiere tricolori ai balconi sono aumentate, cinque o sei. Una via che sarebbe piaciuta all’altro Kemal, Kemal Monteno. Era un cantante bosniaco. Se volete su You Tube c’è la sua canzone più famosa nei giorni difficili, l’inno di guerra meno bellicoso mai sentito: Sarajevo ljiubavi moia, amore mio.

Non l’ho mai ascoltata con orecchio musicale, mi piaceva altra roba, tipo il rock di Sarajevo, o le trombe degli zingari ai matrimoni. Ma l’ho ascoltata come la ascoltavano gli altri, sotto le bombe, con il freddo e la fame, e la nostalgia per le piccole cose scomparse. Ascoltatela, magari vi sembrerà un Toto Cutugno balcanico, ok. A me ricordava le vacanze in Jugoslavia da giovane, l’odore della benzina e delle sigarette Drava. L’ ho conosciuto, Kemal Monteno: un bell’uomo, con qualcosa di italiano nell’allegria malinconica, nel gesticolare, nella risata accogliente, nello sguardo rapinoso. Non era un nome d’arte, quel Monteno che suona strano in una terra dove tutti finiscono in IC. Suo padre, Osvaldo, era di Monfalcone, dalle mie parti. Soldato dell’esercito di occupazione italiano, era restato lì, a guerra finita, non era tornato dalla moglie e al paese. Non scelte ideologiche, ma la passione per Bahrija , una musulmana di Bosnia. Osvaldo cantava al figlio Kemal canzoni italiane, la madre gli insegnava la sevdalinka. E’ morto, Kemal Monteno cinque anni fa, quando aveva sessantasette anni, di polmonite.

Nel Friuli del dopoterremoto, c’era uno slogan che era quasi una regola, uno stato d’animo, memore degli aiuti ricevuti: “Il Friul nol dismentee”. Non dimenticheremo quel che avete fatto per noi. Anche i sarajevesi non hanno dimenticato. Allora sono andato sul sito Facebook dove era apparsa la fotografia della biblioteca tricolore e ho scritto: “Hvala. Grazie, Sarajevo, ljubavi moia”.

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