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L’ultima battaglia del leone Sanders

Sempre più marcata appare la distanza ideologica tra il senatore del Vermont e i gruppi di potere del grande circo dem

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Le primarie dem americane sembrano essersi fermate al 2016, imbrigliate in dilemmi che appaiono sempre più difficili da risolvere.
A chi affidarsi per fronteggiare il populismo “à la page” incarnato da Donald Trump?
Dopo la piccola rivoluzione operata dal Super Tuesday, i dubbi da risolvere tra i liberal sembrano irrisolvibili rompicapo, alla luce anche dalla inattesa sconfitta, almeno nelle proporzioni, del miliardario Mike Bloomberg.

Una batosta con perdite (soprattutto di natura economica, si parla di mezzo miliardo di dollari) che Bloomberg ha cercato di minimizzare annunciando l’appoggio a Joe Biden, autentico “miracolato” dal Super martedì e, pare, ormai predestinato alla nomination, dopo la vittoria in Michigan (e in altre tre Stati) lo scorso 10 marzo.

Eppure, a sinistra, proprio come accaduto nel 2016 contro Hillary Clinton, batte ancora forte il cuore di Bernie Sanders.
Un palpito, quello del senatore “indipendente”, ipnotico e affascinante per larghi strati della popolazione unita, idealmente, da una continuità generazionale che abbraccia anziani e giovani.

Si tratta di intere fasce della società americana, emarginate ed escluse dalle ciniche logiche mainstream, tanto care alle élite; donne e uomini abbandonati a sé stessi da una sinistra incapace di perseguire con successo il principale obiettivo: proteggere gli ultimi e i più deboli.

Da questa consapevolezza, infatti, è alimentato il vento della protesta grazie a cui garrisce la bandiera di Sanders.
“O noi o loro” sembra ammonire il senatore del Vermont durante i comizi in cui, sempre più marcata, appare la distanza esistente tra i suoi sostenitori e i gruppi di potere del grande circo dem. Conventicole, per intenderci, tenute in vita solo da interessi intrecciati e ossigenate da palate di dollari.
Capitali con cui amano finanziare improbabili quanto inutili fondazioni spacciate per lussureggianti isole della moderazione e del riformismo.

E, guarda caso, ad accusare Sanders, reo di fomentare la pira del populismo massimalista, sono proprio gli alfieri della moderazione liberal: Hillary Clinton in testa, beniamina nel 2016 dei funzionari del partito smascherati da Wikileaks che, al di là di ogni imparzialità, passavano il tempo a schernire e sfottere il rivale via e-mail.

Eppure, le frecce che scoccano dall’arco di “Crazy Bernie”, l’uomo del kibbutz, inviso anche a buona parte dei falchi israeliani sempre molto interessati alle vicende americane quando si tratta di potere (qualunque esso sia), hanno la sola missione di scuotere le coscienze di un apparato che ha completamente smarrito l’aderenza con il proprio mondo.

Con la macchina del tempo sembra di essere tornati alle primarie del 2016.
«Non è una questione di personalità. È una questione di filosofia. – dichiarava Sanders – Alcuni miei colleghi pensano che dovremmo tagliare, o eliminare del tutto, la previdenza sociale. Pensano che lo Stato non debba occuparsi di questi temi. In parole povere, dicono che in questo Paese ognuno dovrebbe cavarsela da solo. Altri sono convinti che, in quanto cittadini americani, abbiano dei diritti».

Dopo la predestinata (alla sconfitta) Hillary Clinton, il senatore del Vermont ha messo nel mirino Joe Biden, ormai ultimo antagonista nella corsa alle primarie dem, oliando ancor di più un modello politico inaugurato quattro anni fa: unire “dal basso” la classe operaia e quella media americana, organizzando una nuova proposta a sinistra allo scopo di risvegliare un elettorato cloroformizzato (e anche un po’ incazzato) dalla parentesi Obama.

Portare al centro del dibattito temi quali l’assistenza sanitaria pubblica (spesso ingiustamente criticata alle nostre latitudini, nonostante la dimostrazione di professionalità e dedizione offerta, proprio in questi giorni cupi, dal personale medico, infermieristico e dai volontari del soccorso), l’università gratuita, la lotta contro salari insufficienti e le disuguaglianze (rovello a cui si era già dedicato un noto filosofo svizzero alla metà del Settecento), non dovrebbe essere considerata espressione di un mondo “radicale”, ma di una società equa.

Peraltro, è giusto considerare il diritto all’università gratuita, l’avversione nei confronti del profitto e della finanza speculativa (al cui altare sono stati sacrificati, se non addirittura sabotati, i destini di molti cittadini), l’ostilità nei confronti dei miliardari-finanziatori della politica, la battaglia per salari adeguati e per attenuare le disuguaglianze, come temi esclusivamente appannaggio della sinistra?

Una destra moderna non dovrebbe, invece, valicare antichi e superati schematismi per riannodare quel filo “rosso” capace di ricollegarla alla sua storia e alle sue radici?
Bernie Sanders sta indicando la via (e Beppe Niccolai[1], credo, sarebbe d’accordo con lui).

 

[1] Giuseppe Niccolai, detto Beppe (Pisa 1920 – 1989), è stato deputato del Movimento Sociale Italiano per due legislature, dal 1968 al 1976.Personaggio complesso e tormentato. Una vita politica orientata al rimettersi in gioco, riposizionarsi; con la necessità di un cambiamento, il desiderio di aprirsi agli “altri”, la volontà di modernizzare il partito. Rimangono però fermi e intatti il rigore morale, la sobrietà, la lotta a tutte le caste, l’allergia ai privilegi, la passione per un popolo e per una Nazione. Con il chiodo fisso del voler ricomporre l’Italia «scissa e martoriata». (tratto da www.beppeniccolai.org)

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