Come il virus influenza anche i conflitti: la Libia

Crollo del prezzo del greggio, crisi economica, chiusura dei confini fanno diminuire i contributi e l’attenzione internazionale alla guerra in corso

tempo di lettura 7 minuti

Con la dichiarazione di pandemia da parte del OMS, anche i Paesi che, fino a oggi, erano stati recalcitranti nel prendere provvedimenti per contrastare il diffondersi del virus, devono ora correre ai ripari. Le strategie sono le più diverse da Paese a Paese, e riflettono le tante differenze tra i vari sistemi.

Un capitolo particolare è quello che riguarda gli effetti del coronavirus sulle Nazioni in guerra. Anche se il nostro Paese è ora bloccato sul fronte interno della salute pubblica e della sicurezza sanitaria, è necessario buttare un occhio su quello che accade nei principali teatri geopolitici e su quali sviluppi le mutate condizioni internazionali possono produrre.

Per quanto riguarda la Libia, l’esplosione della crisi del coronavirus avrà certamente conseguenze notevoli sul conflitto. Nel momento in cui pochi Paesi avevano iniziato a contrastare lo sviluppo di quella che, poi, verrà classificata come una pandemia, la situazione libica si era attestata sul fallimento del processo di Berlino, l’intensificarsi dei bombardamenti su Tripoli (che ha interessato anche il porto, costringendo le petroliere ad abbandonarlo).

L’escalation era legata al deterioramento del conflitto gemello, quello siriano, dove Russia e Turchia sono arrivate ai ferri corti a causa dell’offensiva siriana su Idlib. Come conseguenza di questi sviluppi entrambe le parti hanno disertato il dialogo politico di Ginevra delle Nazioni Unite, che è collassato portando, ai primi di marzo, alle dimissioni del inviato speciale dell’Onu, Ghassan Salamé. Questo sarà probabilmente l’ultimo sviluppo ancora non collegabile alla nuova situazione sanitaria mondiale.

A pandemia scoppiata, alcuni sviluppi e variabili meritano però di essere inquadrati meglio. Per esempio, la nomina di un nuovo rappresentante delle Nazioni Unite, nella figura dell’algerino Ramtane Lamamra, rappresenta un segnale di un aumento dell’interesse politico negli sviluppi del conflitto.

Lamamra è un diplomatico di lungo corso, ex ministro degli affari esteri dal 2013 al 2017, mediatore in diversi conflitti africani e, soprattutto, una personalità di notevole livello. Rispetto al libanese Salamé. Porta indubbiamente nel conflitto il peso geopolitico dell’Algeria, Paese la cui politica verso la Libia è per molti versi oscura, profondamente influenzata da fattori interni. Di per sé non è una scelta negativa per l’Italia, non incompatibile con i nostri interessi chiave.

L’altro elemento nuovo che possiamo registrare è la visita in Europa di Khalifa Haftar che, snobbando l’Italia, ha incontrato Macron e Merkel a Parigi e Berlino, quest’ultima su invito della cancelliera tedesca. La visita di Haftar fa seguito all’incontro di Mosca tra Erdogan e Putin, dove i due leader hanno parzialmente riallineato i loro interessi, quantomeno bloccando la possibile escalation.

La situazione rimane tesa, anche per la concomitante decisione russa di non tagliare la produzione petrolifera, come avevano chiesto i Paesi dell’OPEC, portando a un ulteriore ribasso del prezzo del greggio, già crollato sotto i 40 dollari al barile. L’effetto del crollo del prezzo del greggio, della crisi dell’economia cinese e del rallentamento dell’economia globale si combina con quello del blocco dei porti e dei pozzi – che da solo ha già portato a perdite per le casse del governo libico di oltre 2,7 miliardi di dollari – e potrà essere un elemento di rallentamento dei flussi finanziari che alimentano il conflitto.

Infine, sul piano strettamente sanitario, la Libia appare beneficiare del suo isolamento bellico e della sostanziale assenza di regolari collegamenti internazionali e aerei con il resto del mondo. Al momento, quindi, non pare che la pandemia possa produrre effetti diretti sul conflitto o, almeno nel breve periodo, essi appaiono non rilevanti. Può essere, invece, differente l’effetto nel medio-lungo termine, quando realtà urbane molto popolose come Tripoli (ove si ammassa in un contesto sanitario di per sé precario, circa il 20% della popolazione libica) dovessero essere raggiunte dal virus.

Dalla Guerra del Peloponneso in poi, la storia è piena di conflitti in cui l’esplosione improvvisa di epidemia ha cambiato il corso degli eventi bellici.

Non bisogna poi dimenticare che – sebbene in misura molto inferiore rispetto all’Europa – tutti i vicini della Libia hanno casi di sviluppo dell’infezione, ancorché limitati. Tra di essi, l’Egitto sembra essere quello con il numero maggiore di casi, legati anche alla forte vocazione turistica del Paese e all’ampia densità demografica, con più di 100 milioni di abitanti. I casi qui stanno rapidamente avvicinandosi alla soglia di 100 superata, al momento, solo da una ventina di Paesi, oltre la quale si iniziano a prendere le prime misure.

Sarà importante vedere se il conflitto libico subirà cambiamenti del suo corso in relazione al coronavirus. Si contrappongono qui due aspetti che vanno analizzati: l’elevato isolamento in termini di mobilità della popolazione – in particolare con le aree maggiormente colpite dal virus – e l’alto livello di internazionalizzazione del conflitto stesso, con i belligeranti che hanno “supply chains” in termini di armamenti, finanziari e combattenti molto lunghe, che potrebbero mutare con il mutare delle condizioni sanitarie dei vari Paesi. Esse, di fatto, cambiano il livello delle priorità nell’impiego delle risorse.

Non è dunque da trascurare una possibile tendenza alla riduzione delle risorse esterne che vengono impiegate nel conflitto libico e un sovrapporsi di molteplici iniziative per congelare il conflitto a risorse decrescenti.  Tra questi anche i tentativi di rinegoziare i termini di un dialogo russo-turco sul duplice scenario siriano e libico e una rinnovata iniziativa francese per cercare di far avanzare la propria agenda in un momento di possibile stallo del conflitto, appaiono essere i principali.

= Paolo Quercia è docente di Studi strategici all’Università di Perugia. Analista e consulente per le relazioni internazionali ha lavorato per il Ministero dello Sviluppo Economico, il Ministero degli Affari Esteri, il Centro Alti Studi per la Difesa e con numerosi think tank italiani e stranieri.

Lascia un commento

Articolo precedente

Prove tecniche di dittatura (in salsa europea)

Prossimo articolo

I ragazzi (e le ragazze) del ‘20

Gli ultimi articoli di Blog