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Milano si è fermata

Ieri Milano si presentava così, bella ma tristemente silenziosa

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Milano non è una città fantasma, ma, più semplicemente, impaurita. L’effetto del decreto disposto dal Governo, nell’ottica di contenere i contagi, pare – come testimoniano le immagini scattate ieri – aver solleticato le corde di una diffusa apprensione.

Se da un lato, però, la quarantena introdotta dal Governo (e sollecitata dalle Istituzioni locali) impone come priorità assoluta la salute dei cittadini, dall’altro, sembra ignorare il grido d’allarme determinato da un altro tipo di contagio: l’impatto devastante che il Covid 19 ha, e avrà, nei mesi a venire, sull’economia delle famiglie.

Ha provato a spiegarmelo uno dei responsabili di sala di “Slow Sud”, cuore pulsante della cucina siciliana a un passo dal Duomo. «Il decreto – spiega – non potrà che peggiorare una situazione già compromessa due settimane fa dalle prime misure restrittive introdotte dalla Regione. Da una media di 120 coperti siamo passati a 20, veda lei».

Il gestore di un noto locale in via Dante, invece, non ha risparmiato critiche al Governo: «Non mi faccia dire nulla su questo decreto del “cavolo” perché rischio davvero di farmi arrestare».

Poco dopo, due agenti di una pattuglia della Polizia Locale di Milano (incrociati in altra zona del centro) accettano di parlare con me.

«Cosa vuole che le dica? Lo vede anche lei, la città è mezza vuota e regna un clima di paura. Noi cerchiamo, per quanto possibile, di trasmettere calma e fiducia ai cittadini che vogliono solo essere rassicurati».

Sul decreto, bonariamente, allargano le braccia. «Per fortuna, il controllo del territorio spetta alle forze dell’ordine, mi chiedo, però, come sia possibile “limitare” (sorride ndr) gli spostamenti dei cittadini come indicato nel testo. Prima di tutto la salute, ma il pane alla fine del mese – conclude – bisogna portarlo a casa. È necessario usare buonsenso».

Già, il pane. Per alcune categorie, infatti, lo stipendio a fine mese può diventare un problema serio al tempo del coronavirus. Perché non solo d’improvvisazione e smart working vive l’uomo.

Incrocio un giovane tassista fermo al parcheggio di Piazza Firenze. Ha un viso simpatico incorniciato da una barba incolta. Vorrei fargli solo alcune domande, ma, avvicinandomi, vedo i suoi occhi illuminarsi. Mi ha scambiato per un cliente.

«Sono fermo qui da più di un’ora – racconta – e sono praticamente dieci giorni che non lavoro». Decido di salire, in verità, senza una meta, colpito dalle sue parole. «Ho una compagna a carico – prosegue L.V.-, due figli piccoli, un affitto da pagare, ma soprattutto un mutuo acceso per acquistare la licenza, come faccio adesso? Gente in giro non se ne vede, i clienti si sono ridotti a numeri irrilevanti: come potrò mantenere la mia famiglia?».

Viene da chiedersi quanti liberi professionisti, quante “partite Iva”, quanti piccoli e medi-imprenditori imbrigliati da tasse e burocrazia sono, oggi, nella condizione del giovane tassista, alle prese con spese a cui è sempre più difficile far fronte e incassi sfumati.

La frenetica Milano, l’opulenta Milano si scopre fragile e indifesa sotto i martellanti colpi inflitti dall’epidemia del Covid-19 “importato” dalla Cina. Eppure, proprio da Roma, ci avevano esortato – non molto tempo fa – a governare l’emergenza senza catastrofismi…

A proposito di Cina, il mio giro per la città non poteva che concludersi a Chinatown, uno degli insediamenti più importanti d’Italia per la comunità cinese (insieme a Roma e Prato ndr), iniziato negli anni Trenta con i primi arrivi dalla Contea del Qingtian.

Lo spettacolo offerto da via Bramante e via Paolo Sarpi è desolante. La comunità si è autoisolata, i locali sono chiusi, le serrande abbassate. Ultimo baluardo a resistere è la “Ravioleria Sarpi”, patria indiscussa dello street food gourmet. Nella nicchia di Via Paolo Sarpi, un sorridente Hujian Zouh Agie prepara con cura maniacale i tipici ravioli cinesi della regione del Dongbei, nel Nord-Est della Cina.

Il sorriso, però, viene presto sostituito da un velo di tristezza. «Siamo come gli ultimi dei Mohicani – commenta -, resteremo aperti fino alle 18, ma poi saremo costretti chiudere». Fino a quando non si sa.

«La situazione non è più sostenibile, troppo pochi clienti. La salute viene prima di tutto, ci mancherebbe, ma il Governo deve capire che bisogna affrontare subito, e non solo da un punto di vista sanitario, le difficoltà create dall’epidemia: alle spalle di esercizi come il mio ci sono lavoratori e famiglie con tutto ciò che ne consegue».

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