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Siamo untori o solo imbecilli?

Adesso si scopre che il primo europeo che ha preso e trasmesso il virus, un mese prima del “paziente 1” di Codogno, era tedesco...

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Negli USA ci saranno pochissimi contagi da coronavirus e anche il tasso di mortalità per questa pandemia sarà tra i più bassi al mondo. Grazie a una efficiente prevenzione? No. Allora grazie a un efficientissimo sistema sanitario? Al contrario. Il fatto è che, non esistendo negli USA la sanità pubblica, chi vuole fare il tampone per sapere se ha contratto il virus lo deve pagare. Costo: circa 3.200 dollari. Ecco spiegati i pochissimi casi, gli scarsi ricoveri e, di conseguenza, l’esiguo tasso di mortalità ufficiale.

Solo i Paesi africani battono gli USA, non perché lì il virus non sia arrivato. Semplicemente non viene diagnosticato, tra le decine di cause di morte in un continente afflitto da epidemie storiche ed ormai endemiche.

Noi italiani, invece, siamo sempre quelli della “sindrome di Tafazzi”: facciamo troppo, facciamo poco… soprattutto facciamoci del male.

Da quando, il 21 febbraio, è stato identificato, nell’ospedale di Codogno il famoso “paziente 1” abbiamo fatto di tutto per attirare l’attenzione del mondo e scatenare il panico collettivo. Da quel giorno ogni altro Paese al mondo (dal Messico alla Finlandia) ha “scoperto” che all’origine dei suoi casi c’era un italiano. Però, mentre noi facevano migliaia e migliaia di tamponi, scoprendo decine e decine di casi, gli altri Paesi si limitavano a fare il tampone solo nei casi acclarati… e forse nemmeno.

Intanto comunque l’Italia è diventata, nell’immaginario collettivo, la nazione europea da cui “parte” il coronavirus e che sta diffondendo il contagio a livello planetario. Di questa grande menzogna gli artefici, i responsabili e complici siamo proprio noi. O, meglio, sono i nostri media ottusi e i nostri politici incapaci di difendere l’immagine della Nazione.

Perché – guarda un po’ – adesso salta fuori che, un mese prima, del “paziente 1” italiano era già stato segnalato un “paziente 1” in Germania.

Non lo diciamo noi, lo si trova su una autorevole rivista medica americana: The New England Journal of Medicine, in un articolo dal titolo “Trasmissione dell’infezione 2019-nCoV da un contatto asintomatico in Germania”. In calce è spiegato che «Questa lettera è stata pubblicata il 30 gennaio 2020 e aggiornata il 6 febbraio 2020 su NEJM.org».

Si tratta, infatti di uno studio firmato da una trentina di medici di Monaco di Baviera che racconta di come: «Un uomo d’affari tedesco di 33 anni in buona salute (Paziente 1) si ammalò di mal di gola, brividi e mialgie il 24 gennaio 2020. Il giorno seguente si sviluppò una febbre di 39,1 ° C (102,4 ° F), insieme a una tosse produttiva. La sera del giorno successivo, iniziò a sentirsi meglio e tornò al lavoro il 27 gennaio».
«Prima dell’inizio dei sintomi – prosegue la lettera – aveva partecipato alle riunioni con un partner commerciale cinese nella sua azienda vicino a Monaco, il 20 e il 21 gennaio. Il socio in affari, un residente di Shanghai, aveva visitato la Germania tra il 19 e il 22 gennaio. Durante il suo soggiorno, era stato bene senza segni o sintomi di infezione, ma si era ammalato durante il volo di ritorno in Cina, dove si è rivelato positivo per il 2019-nCoV il 26 gennaio».

Lo studio mira, infatti, a spiegare che, molto probabilmente, il virus può essere trasmesso anche durante la sua fase di incubazione e spiega chiaramente che «questo è il primo caso di infezione trasmesso al di fuori dell’Asia». A sua volta, poi, il “paziente 1” tedesco ha contagiato almeno 4 persone…

Sulla diffusione di questa notizia è curioso sottolineare l’atteggiamento del Post.it che sottolinea stizzito «Non ci sono ancora prove certe per dire che il contagio da coronavirus in Italia sia partito dalla Germania». Infatti, ma c’è la prova che Codogno non è stato il primo caso europeo, come strillato da tutti. Sembra quasi che ai solerti giornalisti del Post dispiaccia che l’Italia perda la primogenitura.

Non ci sono le prove? Intanto, però, il sito Netxstrain (ripreso anche dal Sole24 Ore) dice che «Dal primo febbraio, circa un quarto delle nuove infezioni in Messico, Finlandia, Scozia e Italia, come i primi casi in Brasile, appaiono geneticamente simili al focolaio di Monaco».

Alla fine, però, non è tanto importante sapere chi “è stato il primo”, importante sarebbe capire di non esagerare con gli allarmismi e le restrizioni. Di smetterla di farci del male. Il rischio, infatti, è che andando avanti a distruggere economia, turismo e attività produttive, invece che morire del virus nei prossimi giorni moriremo di fame nei prossimi mesi.

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