Coronavirus: ecco come funziona la censura sui social media cinesi

Soprattutto all’inizio il governo comunista pare essersi impegnato di più ad arginare i commenti che non il contagio

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Le piattaforme di social media cinesi come Weibo, WeChat e YY sono sempre monitorate dal governo ma, durante l’epidemia di coronavirus, pare che queste società abbiano bloccato importanti informazioni mediche sulla nuova malattia. Almeno questo è ciò che emerge da uno studio pubblicato dal Citizen Lab dell’Università di Toronto.

In particolare, questi i risultati chiave dello studio:

  • YY, una piattaforma di streaming live in Cina, ha iniziato a censurare le parole chiave correlate all’epidemia di coronavirus il 31 dicembre 2019, un giorno dopo che i medici (incluso il defunto dottor Li Wenliang) hanno cercato di avvisare il pubblico del virus allora sconosciuto.
  • WeChat ha ampiamente censurato i contenuti relativi al coronavirus (comprese le informazioni critiche e neutrali) e ha ampliato la portata della censura nel febbraio 2020. I contenuti censurati includevano critiche al governo, voci e informazioni speculative sull’epidemia, riferimenti al Dr. Li Wenliang e riferimenti neutri a sforzi del governo cinese sulla gestione dell’epidemia che era stata riportata sui media statali.
  • Molte delle regole di censura sono ampie e bloccano efficacemente i messaggi che includono nomi per il virus o fonti per informazioni al riguardo. Tali regole possono limitare le comunicazioni vitali relative alle informazioni e alla prevenzione delle malattie.

Lo studio “Contagio censurato: come le informazioni sul coronavirus sono gestite sui social media cinesi”, pubblicato il 3 marzo, ha esaminato le parole chiave vietate sulle popolari piattaforme di social media cinesi mostrando una repressione sistematica su tutte le discussioni relative a COVID-19.

Lotus Ruan, uno degli autori dello studio, ha dichiarato che le piattaforme di social media cinesi bloccano le conversazioni monitorando alcune parole chiave vietate in un messaggio e impedendo che quel post venga inviato al feed pubblico. Né il mittente né il destinatario sono consapevoli di questa interferenza.

«Abbiamo iniziato a vedere le parole chiave relative a questo focolaio di coronavirus mostrate nel nostro database a dicembre e gennaio e il numero ha continuato ad aumentare», ha detto Ruan. Su WeChat, per esempio, parole come “polmonite” e “bollettino medico” sono state bloccate. YY – un social network basato su video – ha bloccato parole chiave come “polmonite Wuhan” e “Wuhan Health Committee”.

Il coronavirus è emerso per la prima volta nella città cinese di Wuhan nel dicembre 2019, pochi giorni prima che l’oftalmologo Dr. Li Wenliang pubblicasse un post sul nuovo tipo di polmonite sulla piattaforma cinese di social Weibo. Fu arrestato poco dopo e costretto a ritrattare la sua dichiarazione. Il 6 febbraio, il Dr. Li è deceduto per COVID-19. Il virus si è poi diffuso, come sappiamo, oltre Wuhan e, a partire dal mese di marzo, ha infettato almeno 77 paesi in tutto il mondo.

La Cina ha represso i social media per fermare la diffusione di “voci”, ma Ruan afferma che l’ampia “pulizia” utilizzata dalle piattaforme di social media per censurare determinate parole chiave potrebbe aver influito anche sulla messaggistica (non politica) tra i medici.

Lo studio ha, infatti, scoperto che 23 combinazioni di parole chiave relative a informazioni fattuali sono state bandite su WeChat, mentre YY ha vietato 45 parole chiave correlate a COVID-19 con termini vaghi come “epidemia di SARS” o “epidemia” per lanciare un’ampia rete di censura.

Il 10 febbraio, YY ha bloccato cinque combinazioni di parole chiave (“virus infetto”, “epidemia”, “paziente con polmonite”, “epidemia di polmonite di Wuhan” e “polmonite atipica”), ma non ha fornito una spiegazione.

Ruan ha affermato che documenti trapelati mostrano che il governo centrale ha, anche in passato, represso la diffusione di alcuni tipi di informazione. «Poiché vogliono evitare rimproveri ufficiali per il mancato controllo delle informazioni, (le aziende) potrebbero finire per censurare eccessivamente o autocensurare alcune parole chiave», ha ipotizzato Ruan. Lo studio ha fatto riferimento all’avvertimento del mese scorso, quando l’Amministrazione del Cyberspace della Cina minacciava punizioni per le piattaforme che diffondono contenuti “dannosi”.

Ruan ha anche affermato che la repressione in Cina fornisce un caso di studio su come le informazioni pubbliche possono essere gestite durante una crisi. «In alcuni casi, è ragionevole che le aziende possano monitorare o moderare parte della disinformazione – ha affermato – ma deve essere fatto con trasparenza e responsabilità». In Cina, invece, «Queste aziende non hanno fornito una linea guida per spiegare perché certe parole dovrebbero essere censurate o che tipo di cose censurano, quindi c’è molta incertezza e mancanza di trasparenza».

 

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