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C’era una volta… ci sarà ancora

Epidemie d’influenza ben più catastrofiche hanno già colpito il nostro Paese in passato ma senza l’ansia mediatica, le iniziative contraddittorie e l’abitudine a mentire odierna

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Due giorni fa un nostro articolo ricordava un aspetto molto marginale di una pandemia tra le più devastanti che abbiano infettato il globo: la cosiddetta Spagnola, di cui quest’anno ricorre il centenario della conclusione. Questa forma influenzale particolarmente aggressiva, tra il 1918 e il 1920, uccise oltre 100 milioni di persone che, all’epoca, erano il 5 per cento degli abitanti del pianeta. In Italia i contagiati furono 4 milioni e mezzo, e i morti 375 mila (ma secondo alcune stime potrebbero essere stati quasi il doppio). A livello mondiale uccise fino al 20% di coloro che la contrassero.

Dopo la pandemia del 1918, l’influenza ritornò al suo andamento abituale per quasi quarant’anni, fino al 1957, quando si sviluppò una nuova pandemia: l’Asiatica. I morti furono circa 2 milioni nel mondo nonostante che, anche in quel caso, il virus fosse stato isolato per tempo.

In questi giorni circola un video dell’Istituto Luce, che parla del Natale 1969 e dei suoi “regali”, tra cui… l’influenza. Non una qualsiasi, però, bensì un’altra pandemia mondiale: la Hong Kong. Simile all’Asiatica, in due anni uccise, anche in questo caso, circa 2 milioni di persone, di cui 34 mila solo negli Usa. Nel nostro Paese – ci racconta il commentatore con tono tutt’altro che allarmato – ben 13 milioni di persone ne furono colpite (un italiano su 4) e «5.000 sono passate a miglior vita» (ma in realtà, alla fine, furono quasi 20.000).

Vale la pena di ascoltare il filmato proprio per marcare la differenza nelle modalità di comunicazione. Nel gennaio 1970 (periodo di pubblicazione) in Italia esistevano solo 2 canali televisivi di Stato e, appunto, i Cinegiornali, che offrivano una informazione che oggi definiremmo “nazional popolare” nelle sale cinematografiche, prima dei film.

I dati forniti con assoluta serenità dal commentatore oggi ci farebbero tremare di terrore. In Italia ci si ammalava (quasi tutti) ma la vita continuava tranquilla (come mostrano le immagini).

Ovvio che – ne siamo più che consapevoli – l’altissimo numero di contagi e l’alto numero dei morti di queste pandemie che hanno preceduto il coronavirus, sia stato dovuto proprio alla mancanza di isolamento e di strategie mediche di contenimento.
Altrettanto ovvio che però, per molti aspetti, oggi si stia esagerando, per poi cercare di rimediare con menzogne o iniziative contraddittorie.

Giusto cercare di isolare i contagi… esagerato bloccare la vita e l’attività di intere regioni.
Giusto ricorrere a cure intensive laddove le complicazioni polmonari siano gravi… esagerato ricoverare chiunque sia affetto da coronavirus.
Giusto cercare di riconoscere l’origine dell’affezione in chi sta molto male… esagerato fare tamponi a tappeto su tutta la popolazione.
Giusto cercare di ridurre i contatti per proteggere le fasce più deboli… sbagliato adottare provvedimenti irrazionali.

L’elenco dei provvedimenti stupidi o incoerenti è lunghissimo e sotto gli occhi di tutti. Chiudere i bar dopo le 18 (perché prima non ci si contagia?), poi riaprirli ma solo se si sta al tavolo (perché al tavolo notoriamente non ci si tramette una malattia altamente contagiosa). Chiudere le chiese, vietare le messe ma poi aprirle ai turisti… Chiudere i negozi, i cinema, i musei ma non i supermercati affollatissimi. Chiudere gli stadi, ma solo per certe partite, poi riaprirli, ma solo per certi tifosi, poi spostare le partite…

Ascoltando il Cinegiornale del 1970 ci siamo fatti sempre più l’idea che i veri problemi di questa epidemia siano due: da una parte la psicosi mediatica; dall’altra l’inettitudine politica. Quest’ultima aggravata, prima, dall’isteria ideologica “antirazzista” (che ha impedito la prevenzione a tappeto). Poi da una inveterata vocazione a scaricare le colpe su altri: colpa dei governatori leghisti, colpa dei medici di Codogno o, al contrario, colpa di un ministro inefficiente e di un capo di governo vanesio e inetto. Infine, come già sottolineato, dalla confusione generata da provvedimenti continuamente cambiati, smentiti e contraddetti.

Su quest’ultimo punto il “carico da novanta” lo ha messo l’informazione che, all’inizio ha sposato i toni apocalittici e ora, che il problema è grave (dal punto di vista economico più ancora che sanitario), minimizza o enfatizza gli aspetti “tranquillizzanti”.

Un discorso a parte (lo affronteremo infatti separatamente) merita, poi, l’effetto virus sull’economia e – anche qui – grazie a certa informazione catastrofista (nei confronti, per esempio, della Borsa) e, invece, entusiasta per i provvedimenti ridicoli e persino pericolosi presi dal governo.

Infine, ritornando a quanto abbiamo voluto ricordare all’inizio, ciò che dovrebbe prevalere è la convinzione che un popolo forte, creativo e produttivo (come era sempre stato quello italiano) affronta e supera qualsiasi crisi. Dopo la Spagnola vennero gli sfavillanti anni Trenta; dopo l’Asiatica arrivò il boom degli anni Sessanta. Dopo la Hong Kong (e dopo anche il terrorismo) arrivarono i fiorenti anni Ottanta.
Dopo il coronavirus… Chi lo sa? Lasciateci sperare: c’era una volta una grande Italia… e ci sarà ancora.

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