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Coronavirus

Purtroppo alcune restrizioni sono necessarie: l’esempio di Philadelphia nel 1918

Sono giorni intensi, in cui l’informazione (più o meno veritiera) sul famigerato Coronavirus sta giocando un ruolo molto importante, e siccome la storia è ciclica, voglio raccontarvi un episodio di cent’anni fa, che ci insegna come si dovrebbe o non si dovrebbe affrontare una epidemia.

Nel Settembre del 1918, all’alba della fine della Prima Guerra Mondiale, gli Stati Uniti furono tra i paesi che dovettero affrontare un nemico inaspettato: l’influenza spagnola.

Grandi città, basi militari sovraffollate e campi profughi diventarono terreno fertile per la diffusione della malattia e il contagio, partito proprio in seno ai militari, trovò terreno fertile in quasi tutte le grandi città americane, i cui governatori non seppero prendere le tempestive precauzioni e dove circa i tre quarti dello staff medico si trovava all’estero, impegnato sui fronti del primo conflitto mondiale.

Arriviamo a ciò che accadde a Philadelphia, la mia città, poiché lì il tasso di mortalità dell’epidemia da influenza raggiunse uno dei picchi più alti del Paese, con effetti disastrosi facilmente arginabili, se solo si fossero messe in pratica poche e semplici regole.

Il 18 settembre 1918 il primo focolaio cittadino scoppiò nel cantiere navale, dove vennero infettate centinaia di persone. Nel pieno dell’evolversi della malattia, le autorità locali, minimizzando il fenomeno e ignorando le rimostranze della popolazione sul tema, accantonarono il buonsenso e fecero il grave errore di non annullare una parata prevista da tempo a supporto dello sforzo bellico.

Il 28 settembre, quindi, si radunarono 200.000 persone per le strade di Philadelphia e questo aggravò notevolmente la situazione epidemiologica.

Nel giro di pochi giorni furono numerosissimi i casi di contagio e, soprattutto, delle morti, con un picco di 1700 persone decedute in un solo giorno. Solo il 3 ottobre la città prese adeguate misure, ma a fronte di una epidemia ben più grave.

Tutt’altra storia, invece, per St. Louis, Missouri, città dove l’epidemia venne affrontata con un approccio completamente diverso, un piglio pragmatico e davvero risolutivo. Le autorità si mossero rapidamente per introdurre una vasta serie di misure per promuovere il distanziamento sociale e diminuire drasticamente le occasioni di contagio.

Fautore di questo approccio fu il dottor Max C. Starkloff, Commissario per la salute della città di St. Louis, che, dopo il manifestarsi delle prime centinaia di casi, si affrettò a chiudere scuole, fabbriche, teatri e qualsiasi luogo di incontro, nonostante le forti pressioni per riaprire al pubblico. Le morti furono meno della metà di quelle di Philadelphia e la città ha rappresentato per anni un famoso case study.

Oltre alla necessità di competenze tecniche indiscutibilmente fondamentali in momenti come questi, la vicenda dell’influenza spagnola tra Philadelphia e St.Louis ci insegna che uno degli ingredienti fondamentali per rispondere adeguatamente a epidemie di questo tipo è la risolutezza nell’approntare e portare avanti soluzioni chiare, anche se impopolari, essere responsabili di una intera popolazione, guardando oltre, al bene di una intra comunità.

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