Se i pasti non sono gratis, figuriamoci la libertà

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Se i pasti non sono gratis, figuriamoci la libertà. E se non si conosce l’esistenza di un mondo “oltre la caverna”, per dirla con Platone, sarà difficile codificare le ombre che sulle pareti dei social, della tv, di internet vengono proiettati durante questi tempi di crepuscolo.

Se l’informazione corre sul digitale, allora, guai ad affidarsi «al facile, al tutto gratis per tutti, in ogni situazione» (citazione di un eretico di ieri e ancor più di oggi: Giovanni Lindo Ferretti).

C’è invece bisogno, anzi urgenza, di un giornalismo niente affatto gratuito: capace cioè di dedicare al “debunking” della narrazione a senso unico la sua azione, capace di comprare al mercato della realtà il solvente in grado di togliere la patina del politically correct.

Che sia economicamente indipendente e, quindi, capace di porsi nell’ottica del popolo, e non delle élite, nel momento in cui è chiamato a interpretare eventi, trasformazioni e casi che proprio il popolo investono.

La libertà, come il pasto, non è gratis. E se il giornalismo vuole tornare a essere il “cane da guardia della democrazia”, invece che lo zerbino delle lobby, ciò dipenderà anche dall’acume (detto con la franchezza che su Orwell.live è possibile usare) di non fargli riempire la ciotola dalla stessa mano che già ci ha bastonato.

 

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