Buona informazione vuol dire sostenere una voce libera, fuori dal coro e coerente

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Siamo messi male, anzi malissimo, con l’informazione in Italia: i giornali quotidiani chiudono oppure riducono drasticamente giornalisti e poligrafici; di settimanali “veri” ne sono rimasti sì e no un paio e anche questi non entrano più come una volta nelle case degli italiani; la stessa difficoltà li accomuna a familiari e femminili, periodici di nicchia e mensili specializzati.

Come se non bastasse, questa crisi sta trascinando a fondo anche migliaia di edicolanti, costretti a chiudere bottega nelle grandi come nelle piccole città.

La prendo un po’ larga – pur volendo parlare di libertà di stampa e di “ricchezza” dell’informazione – perché è il mondo che conosco meglio e, scusate ancora la presunzione, frequento da una trentina di anni. Oramai si albeggia davanti a facebook, al massimo a qualche rassegna stampa sui tg, mica con il bavero rialzato e i pugni chiusi nel pastrano aspettando il corriere che scaricava i giornali…

Provo a non farmi trascinare immalinconito dai ricordi e a farla breve, cercando di indicare le cause di un declino simile. Essenzialmente sono due: 1) una parte politica (quella dei 5 Stelle), che ha demonizzato giornali e giornalisti; 2) una crisi economica galoppante che a tante famiglie consiglia di non spendere più in giornali e riviste.

Il terzo elemento, che pure è sulla bocca di tanti, neppure dovrei citarlo: l’informazione gratis su internet, per cui che li compro a fare i giornali?

A dire il vero, però, molti prendono le “informazioni” dai social, da un post o perfino dai commenti di perfetti sconosciuti; insomma, scambiano fischi per fiaschi, altro che le pur abominevoli fake news. Anche gli abbonamenti in rete, infatti, non vanno granché, da quelli dei soliti quotidiani di cui dicevamo, ai siti di informazione fatti con tutti gli attributi.

Così torniamo a bomba: tutta l’informazione, compresa dunque quella vera e di qualità, è stata delegittimata da quelli del movimento di stelle cadenti di cui sopra, per cui i Lettori non mettono mano al portafogli, pensando – in maniera errata – che non valga più la pena di spendere per informarsi in maniera decente.

E qui casca l’asino, che però ha tutte le possibilità per rialzarsi per non morire da asino. Basta sostenere un sito d’informazione ben fatto come Orwell.live. Anzi, neppure serve il portafogli: basta il portamonete, per pochi ma essenziali spiccioli, roba da tre caffè al mese (almeno nella mia città di provincia, perché invece nelle grandi città la tazzina ha già ampiamente sfondato il muro di 1 euro e dunque il “sacrificio” è ancora meno).

Che poi, proprio “asini” questi lettori di Orwell non lo sono, anzi: lo si capisce dai commenti alle notizie, dallo spessore (umano-intellettuale-morale) di chi le notizie orwelliane le condivide sui social. Sono certo che, pur in presenza di un momento economico per niente facile, non saranno in pochi a mettere mano a 3 o 5 euro al mese per sostenere una voce libera e fuori dal coro.

Ps. Scrive Alessandro Nardone dei collaboratori di Orwell pagati decentemente, la qualcosa non solo gli fa onore ma permette al sottoscritto, che per l’appunto questo mestiere lo bazzica da un bel po’ di anni, di aggiungere un paio di annotazioni. Lo sapete che ci sono giornali nazionali che pagano 5 (cinque) euro lordi ad articolo, anche di mezza pagina? Altri che fanno firmare una sorta di liberatoria che non hai nulla a che pretendere anche se compare la tua firma?

Ecco, libertà di fare – e dare – buona informazione vuol dire anche questo: sostenere una voce libera, fuori dal coro e coerente.

 

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