Anche Alexa non si dimenticherà mai di te

Non solo ti ascolta e ti registra, ma ti cataloga e, anche se ora puoi cancellare i tuoi dati... ormai sei schedato

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Seconda parte –
Come abbiamo visto ieri, Google è molto bravo a promettere, meno a mantenere. Ti assicura sì, un’eliminazione automatica dei tuoi dati a finestre temporali periodiche ma, quando questi si mettono in azione, sono ormai praticamente inutili per la difesa della privacy. Perché Google ti batte sul tempo e quando elimina i tuoi dati di attività, ha già estratto la maggior parte del valore pubblicitario, il resto è “moneta vuota” che non interessa gli inserzionisti.

Google però, come c’era da aspettarsi, non è il solo a giocare sulle tempistiche, “rivoltando la frittata” a proprio favore. Tra i Big Players, si fa notare anche Amazon. Vediamo perché.

Un precedente di tre mesi

Le finestre di eliminazione automatica stabilite da Google potrebbero costituire un precedente per l’industria tecnologica. Il mese scorso, Amazon ha, infatti, annunciato il proprio strumento di eliminazione automatica per la registrazione dei comandi vocali Alexa, utilizzando le stesse opzioni di tre e 18 mesi con cui Google ha debuttato all’inizio di quest’anno. Come Google, inoltre, anche Amazon consente agli utenti di eliminare manualmente la cronologia completa, tramite il suo sito web o l’App Alexa.

Un portavoce di Amazon ha dichiarato che la società ha scelto questi intervalli di tempo in modo che gli utenti possano rivedere la propria attività, sostenendo che i genitori potrebbero voler consultare i comandi Alexa dei propri figli e che i clienti potrebbero voler consultare la cronologia vocale durante la risoluzione dei problemi. «Riteniamo che l’opportunità di rivedere le registrazioni vocali sia un importante controllo della privacy, perché offre ai clienti la trasparenza su come loro e gli altri interagiscono con i loro dispositivi», ha detto il portavoce di Alexa.

A differenza di Google, Amazon non utilizza direttamente l’attività di Alexa per il targeting degli annunci. Ma se usi Alexa per fare acquisti su Amazon o interagisci con altri servizi Amazon, tale attività potrebbe a sua volta influenzare i consigli che la compagnia mostra altrove.

Amazon conserva tali dati anche dopo aver eliminato le registrazioni associate e non c’è modo di eliminarli automaticamente.

Le finestre di conservazione più lunghe non sono motivate solo da annunci mirati. Offrono ai giganti della tecnologia più tempo per addestrare i loro modelli di apprendimento automatico sui dati degli utenti. Ciò di per sé è diventato un problema di privacy, dato che Amazon, Google e altri hanno affrontato una reazione contraria per far sì che gli umani rivedessero le registrazioni dell’assistente vocale per essere precisi.

Al servizio delle intelligenze artificiali

Amazon riconosce che mantenendo l’attività di Alexa più a lungo, gode di più tempo per addestrare i suoi modelli di intelligenza artificiale. «I clienti si aspettano che Alexa migliorerà nel tempo e la “formazione” di Alexa con le richieste del mondo reale da parte di una vasta gamma di clienti, aiuta Alexa a rispondere correttamente alla variazione dei modelli di discorso, dei dialetti, degli accenti e del vocabolario dei nostri clienti», afferma la società.

È fantastico – per Amazon – e può anche essere vantaggioso per gli utenti, ma non spiega perché gli utenti non abbiano la possibilità di eliminare automaticamente la loro attività prima se lo desiderano.

Sia Amazon che Google stanno offrendo una parvenza di privacy di facciata in termini di controllo. Quanto basta, forse, per respingere le rigide normative della legge europea sul GDPR, ma non sono disposti a rinunciare a tutto ciò che potrebbe influenzare il modo in cui fanno affari.

«Questo tipo di legge – afferma David Dweck, responsabile della ricerca a pagamento presso la società di pubblicità digitale WPromote – potrebbe essere l’unico modo per proteggere davvero la privacy degli utenti. La maggior parte delle cose che ho visto fare da Facebook, Google, Amazon di solito viene fatto per dare l’impressione che stiano facendo ciò che è giusto per i loro utenti pubblicitari rispetto a ciò che è effettivamente sarebbe giusto per la privacy degli utenti».
(2 – Fine)

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