La “scelta di libertà” è per sempre… costi quel costi

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Libertà: sono in forte imbarazzo. Potrei scrivere un libro. Sicuramente la mia mente corre, in senso romantico, a quando nel deserto mi fermavo un attimo e guardavo oltre il nulla, “stappando” una lattina di qualcosa da bere e, a volte, se erano tanti giorni che stavo lontano dall’Italia, lasciavo la portiera aperta e, in sottofondo, il suono di una vecchia canzone di Lucio Battisti; sul camper avevo solo quella cassetta.

Ancor di più penso ai tanti trekking (in solitaria, ma non solo) effettuati sia per lavoro, sia per passione sia, appunto, per desiderio di libertà.

Nell’agosto del 1999, in occasione dell’evento del Giubileo indetto da Sua Santità Giovanni Paolo II, decisi di compiere un pellegrinaggio per pregare per i bambini che soffrono e, così, rinunciai alle spiagge e alle escursioni in montagna e andai a Roma a piedi, da solo, partendo da Milano. Mai stato più libero.

Ricordo quando, giovane Carabiniere ausiliario, toglievo i ferri dai polsi dei detenuti (che allora si chiamavano carcerati); ricordo bene i lo sguardi… Libertà.

Tornando ancora più indietro, (quando ero alle elementari), ricordo Giorgio Almirante quando alla RAI parlò della sua “scelta di libertà”; lo ricordo bene, perché ho sempre avuto (sin da bambino) una particolare sensibilità e chiesi al mio papà chi fosse quell’uomo e se “adesso” era libero o no, non avevo capito…

Qualche anno dopo lo capii direttamente il senso di quelle parole: pur non facendo parte di nessuna organizzazione politica la mia vita cambiò repentinamente a 14 e 15 anni. Dovetti ritirarmi dalla scuola e mio padre mi impose l’“esilio” in Sicilia per alcuni mesi. Era la metà degli anni Settanta.

Ricordo, poi, la scena finale del film Braveheart (rivista decine di volte): quando l’eroe scozzese William Wallace, torturato, pochi istanti prima di morire urla “Liberta!”; tra la folla appare sua moglie, morta sgozzata, che sorride perché lui la raggiungerà presto in Paradiso.

Mi sentii molto libero quando rifiutai una collaborazione con un prestigioso quotidiano: mi offrirono un ottimo compenso, avrei dovuto parlare di turismo alternativo e culturale. Avrei, però, dovuto redigere anche altri articoli sviluppando i contenuti secondo “i piaceri dell’editore”. Domandai se questo povesse riguardare anche questioni etiche; mi venne risposto di sì. Ringraziai e salutai cortesemente. Uscendo dalla loro sede, mi sentii davvero libero.

Oggi, però, è davvero difficile sentirsi liberi. per molti motivi.
Sono passati i tempi in cui anche i media e anche i TG nazionali si interessavano del mio lavoro teatrale o dei miei studi, senza preoccuparsi della mia provenienza culturale.

Oggi non posso più mettere in scena uno spettacolo teatrale, non otterrei mai un finanziamento pubblico dal Comune di Milano; in primis perché gli argomenti che tratto fanno storcere il naso a chi amministra la mia città, poi perché per ottenere un finanziamento pubblico dovei firmare una carta in cui dichiaro qualcosa che non penso. E questo non lo farò mai, costi quel costi.

Così Orwell diventa un’oasi, dove ancora poter, ogni tanto, scrivere qualche cosa di non conforme e trovare lettori attenti e curiosi.
Viva la libertà.

 

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