Pensiamo a Forti più che a Zaky

Mentre la sinistra si straccia le vesti per lo studente egiziano arrestato con l’accusa di sovversione in Egitto, tutti si sono dimenticati di un italiano ingiustamente detenuto in USA

tempo di lettura 5 minuti

La sfortuna di Chico Forti è di non avere un passato da militante di estrema sinistra, quindi di non poter essere considerato una bandiera “progressista e democratica” e, di conseguenza, di non poter contare sul coro unanime di solidarietà dei media di potere.

Non è stato neppure arrestato per sovversione come PatricK Zaky e la sua storia di “malagiustizia” non riguarda l’Egitto filo-russo. Per lui non interverrà il presidente del Parlamento Europeo, il Pd David Sassoli, minacciando addirittura la rottura dei rapporti diplomatici, né Roberto Saviano, che implora la “cittadinanza onoraria” per il militante egiziano ma dimentica chi la cittadinanza ce l’ha.

Per lui Francesco Guccini non scriverà una “Canzone per Chico” come la scrisse per Silvia… la terrorista Baraldini, condannata negli Usa a 43 anni per associazione sovversiva per la quale il governo ottenne il rimpatrio “a furor di popolo”, nel 1999 per poi liberarla con un indulto, nel 2006.

Sono in pochi in Italia a ricordarsi di questo nostro connazionale vittima, a dir poco, di una serie di “stranezze” giudiziarie e completamento privo di assistenza e aiuto dal nostro governo.

Storicamente solo il programma “Le iene”, di Italia Uno si è occupato della vicenda di Chico Forti: velista e produttore televisivo italiano che, negli anni ’90, ha fatto fortuna negli Stati Uniti. Fino a quando, il 15 febbraio 1998, viene arrestato per l’omicidio di Dale Pike, figlio di Anthony Pike, dal quale Forti stava acquistando un hotel. Nel 2000 arriva la condanna “oltre ogni ragionevole dubbio”, nonostante lui si sia sempre proclamato innocente e, soprattutto, nonostante i tanti dubbi che emergono esaminando attentamente la vicenda.

Dubbi e stranezze che sono stati al centro dell’attenzione de “Le iene” che hanno dimostrato come si tratti di un clamoroso caso di “malagiustizia”. A partire dal processo estremamente frettoloso, durato appena ventiquattro giorni, pieno di lacune sospette e con prove a suo carico traballanti se non addirittura inammissibili (stando al giudizio di esperti italiani e americani interpellati dall’inchiesta tv).

Per esempio: il movente, che sarebbe riconducibile alla trattativa per l’acquisto del Pikes Hotel, regge poco perché c’era in atto una truffa, ma ai danni di un ignaro Chico Forti, e non al contrario come sostenuto dall’accusa; tant’è che prima della condanna per omicidio premeditato, l’italiano è stato assolto da otto capi d’accusa riguardanti la frode.

Tra qualche mese Chico Forti taglierà al triste traguardo dei vent’anni passati dietro le sbarre del Dade Correctional Institution di Florida City, un carcere di massima sicurezza. E ancora l’Italia, non ha fatto niente, nessun passo ufficiale, nessuna iniziativa diplomatica per ottenere una revisione del processo.

Perfino i familiari della vittima, dopo anni, sono usciti allo scoperto dichiarando apertamente le loro perplessità circa la colpevolezza di Forti; lo ha fatto il padre Tony Pike, ora deceduto, al Tg5 una decina di anni fa e ora lo fa anche il fratello della vittima, interpellato da “Le Iene”.

In tutti questi anni, periodicamente, la sua vicenda viene riportata alla ribalta. Ci hanno provato anche Fiorello, Jovanotti, Red Ronnie e Marco Mazzoli. Nel 2012 è stato presentato un report al governo Monti ma senza ottenere (ovviamente) azioni significative che andassero oltre una pubblica manifestazione di vicinanza. Stesso discorso per il governo Letta, sempre senza risultati.

Ora qualcuno ci prova con Conte ma il timore è che, nonostante l’impegno di alcune tv, a prevalere sarà “l’interessamento” e l’impegno per lo studente egiziano, per il quale si mobilitano piazze e prime pagine di Repubblica.

Del resto, come sottolinea lo stesso Forti in una lettera inviata al ministro degli Esteri, Di Maio, «sono stati rilasciati vari cittadini americani reclusi in Italia con sentenze equiparate alla mia. Richieste esaudite in tempi ristretti. Perché io non posso ricevere lo stesso trattamento? Ho passato vent’anni in catene per un delitto che non ho commesso».

«Ciò che voglio – continua Forti – è tornare in Italia, vivere il resto della mia vita da libero cittadino. Ciò che chiedo è giustizia. Una giustizia che mi è stata negata spudoratamente dal Paese che si proclama leader dei diritti umani. Sono agli sgoccioli di una riserva che ritenevo inesauribile. Sono stanco».

Purtroppo per lui, però, Chico Forti non è Patrik Zaky e neppure Silvia Baraldini e il ministro degli Esteri non muoverà neanche un dito.

 

 

Lascia un commento

Articolo precedente

L’aroma intenso della libertà di informazione

Prossimo articolo

Sergio Ramelli e le fake news dei cattivi maestri

Gli ultimi articoli di Blog